«Tregua di Natale»: mito e verità

Una decina di anni fa, nelle celebrazioni per il centenario della Prima guerra mondiale, è riemerso un episodio rimasto a lungo in ombra. Nella notte della vigilia di Natale del 1914, in maniera del tutto spontanea, tra soldati inglesi e tedeschi che occupavano trincee contrapposte sul fronte di Ypres vi fu un prolungato momento di fraternizzazione. Oltre ad amichevoli conversazioni tra sconosciuti, pare sia avvenuto perfino il tentativo impossibile di una partita di calcio. L’episodio ebbe grande notorietà, ma per evitare che se ne verificassero altri – qualsiasi contatto con il nemico era un grave atto di indisciplina al limite del tradimento – fu disposto un severo controllo sulle prime linee. Eppure, nonostante i controlli e l’intensificarsi della propaganda, in modo diverso a seconda degli altri luoghi, protagonisti e circostanze, non si trattò di un episodio isolato.

Dal consenso al dubbio

Al contrario di una vulgata pacifista, spesso elaborata con il senno di poi, lo scoppio della guerra fu salutato ovunque con grande entusiasmo. Le immagini della popolazione festante che segue la sfilata dei soldati diretti al fronte, a Vienna o a Budapest, a Berlino, a Londra o Parigi, sono autentiche. Diverse però le motivazioni: a Parigi il sentimento generale era quello di vendicare la sconfitta del 1870, a Berlino il desiderio di aver ragione sulla Francia che sembrava opporsi alla politica tedesca e a Vienna il risentimento per l’attentato mortale all’erede al trono Francesco Ferdinando. L’altro elemento – in questo caso comune a tutti –, era la convinzione in una guerra breve, talmento breve che si pensava che a Natale i soldati sarebbero tornati tutti a casa. Tutti, o quasi. Le prime settimane del conflitto rivelarono una realtà ben diversa: la grande offensiva tedesca contro la Francia, i cui piani erano stati minuziosamente elaborati per un ventennio, fallì sulla Marna già in settembre. Sul fronte orientale il temuto ‘rullo compressore’ russo si impantanò in Prussia orientale dopo la battaglia di Tannenberg, mentre solo l’Austria subì una serie di pesanti rovesci che per poco non misero in una grave crisi l’esercito, tanto che già in settembre dovette rinunciare agli arroganti propositi contro la Serbia e ritirarsi dal Sangiaccato. Per l’elevato numero di caduti di queste sanguinose operazioni, sebbene non si possa ancora parlare di ansia, cominciò però a manifestarsi un primo sentimento di dubbio.

Il primo inverno di guerra

A parte le pesanti perdite umane e materiali, all’origine dei primi dubbi sulla guerra in se, l’atteggiamento delle opinioni pubbliche era rimasto complessivamente ancora a favore della guerra. A parte situazioni locali, ad esempio in Russia, o nel plurinazionale esercito asburgico – all’interno del quale cominciarono a manifestarsi le prime spinte etniche disgregatrici –, non si ebbero manifestazioni pubbliche apertamente contrarie alla guerra, o almeno in misura assai più ridotta di quanto si era temuto. Eppure, sia in Germania che in Francia, prima dell’inzio dei combattimenti, si temeva un rifiuto della chiamata alle armi: in Germania l’opposizione socialdemocratica al Reichstag votò subito a favore dei crediti di guerra e in Francia – dove era stata compilata una lista di eventuali oppositori da arrestare preventivamente in caso di guerra ­–, l’ordine non fu eseguito ed anzi molti ‘pericolosi sovversivi’ si arruolarono volontari. Un’altra sorpresa avvenne però sul piano tecnico-industriale: i primi mesi di guerra svuotarono letteralmente gli arsenali dei belligeranti e già nel mese di ottobre tutti i belligeranti si trovarono a corto di materiali, oltre a spese che avevano raggiunto un livello inimmaginabile in tempo di pace. Si innescò un congegno che avrebbe determinato in seguito una delle dinamiche più distruttive della Prima guerra mondiale: le classi politiche cominciarono ad esercitare pressioni sui comandi militari per uscire dallo stallo e questi ultimi lamentarono la scarsa disponibiltà di mezzi – in primo luogo le munizioni – per condurre quella che si riteneva ancora l’ultima offensiva che avrebbe portato all’immancabile vittoria.

L’appello di Benedetto XV

Sin dal suo insediamento – che avvenne il 3 settembre 1914, quando la guerra ea appena iniziata – papa Benedetto XV, Giacomo della Chiesa, non nascose mai il suo sentimento di profonda angoscia per la guerra: Giacomo della Chiesa, provenendo dai ranghi della diplomazia della Santa Sede conosceva bene infatti le dinamiche delle relazioni internazionali. La guerra fu oggetto costante di numerosi interventi, a partire dalla prima enciclica diffusa nel novembre 1914, nella quale faceva appello a tutti i governanti a deporre le armi. E proprio in occasione del Natale del 1914, ai primi di dicembre, lanciò un secondo appello per una tregua almeno nei giorni della festività. Con l’ingresso in guerra anche dell’Italia, che avvenne nel maggio 1915, poiché la stragrande maggioranza del corpo diplomatico aveva lasciato le sedi romane, la sua voce divenne sempre più isolata, stanti anche le complesse relazioni tra regno d’Italia e Santa Sede. Caldeggiò ancora in relativo silenzio numerose iniziative a favore delle popolazioni civili coinvolte nel conflitto e per uno scambio regolare di notizie tra i prigionieri di guerra – che erano diventati nel frattempo milioni – e le famiglie di origine, senza prestare eccessiva attenzione alle finanze pontificie che rischiarono il tracollo. La più eclatante delle sue iniziative in questo senso rimane tuttavia l’esortazione espressa nell’agosto 1917, in cui non esitò a definire la guerra «inutile strage». Da questo ultimo discorso ottenne però solo pesanti critiche: per i francesi divenne ‘il papa tedesco’, all’opposto per i tedeschi ‘il papa francese’, mentre in Italia – dove spesso si tende ad esagerare – divenne addirittura ‘Maledetto XV’.

Il primo appello del 1914 passò relativamente inosservato o messo sotto silenzio, per cui sembra difficile metterlo in collegamento diretto con la tregua che comunque avvenne spontaneamente. Al contrario l’appello del 1917 non si levò a caso, bensì nell’anno più drammatico della Prima Guerra mondiale. L’impero russo era ormai in disfacimento ed altrettanto stava accadendo all’impero ottomano. In Germania e in Austria, strette dal blocco navale inglese, la popolazione civile subiva una grave mancanza di generi alimentari e si moriva letteralmente di fame, mentre su tutti i fronti si continuava ad inseguire una ‘vittoria finale’ che sarebbe arrivata solo un anno dopo, dopo altri milioni di morti.

 

 

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