
La città settentrionale di Aleppo è stata la prima a cadere sotto le forze di Hayat Tahrir Al-Sham (HTS). Poi ribelli si sono spinti verso sud a un ritmo impressionante, sottraendo Hama, Homs e infine Damasco all’Esercito Nazionale Siriano. Un anno dopo le città lungo la stessa rotta hanno celebrato il primo anniversario della rivoluzione dopo la brutale guerra civile durata 14 anni. I festeggiamenti nel centro di Damasco sono iniziati con la prima preghiera nella Grande Moschea degli Omayyadi nella Città Vecchia. Tra i fedeli anche Al-Sharaa, ora presidente della Siria, che ha pronunciato un discorso in cui ha invocato l’unità. Da quando ha preso il potere, il governo di Al-Sharaa ha cercato di reinserire la Siria a livello internazionale, gestendo la diversità etnica e culturale del Paese e riabilitarne l’immagine (anche la sua), visti i suoi passati legami con Al-Qaeda, sottolinea il Magazin israeliano ‘+972’.
Per decenni, i siriani hanno sopportato l’isolamento economico a causa delle sanzioni statunitensi ed europee contro Assad. Una politica che ha aggravato la devastazione della guerra civile. Il risultato è fosco: «milioni di persone affrontano l’insicurezza alimentare, mentre gran parte delle infrastrutture del Paese rimane distrutta». Ma, dalle parole ai fatti, nonostante alcuni progressi, tra cui la revoca di alcune sanzioni e le promesse di ingenti investimenti principalmente da parte degli Stati del Golfo, l’economia rimane fragile. La Banca Mondiale ha stimato che saranno necessari oltre 200 miliardi di dollari per ricostruire il Paese.
«Le condizioni economiche che hanno portato alla rivolta del 2011 si stanno ripetendo», afferma un ricercatore che studia le radici della rivolta del 2011, che ha chiesto l’anonimato. Mentre tra la gente la risposta più diffusa: «Non chiedetemi cosa è successo più di 10 anni fa. Chiedetemi cosa è successo adesso: ora non ho elettricità, cibo, acqua». Insomma, si festeggia, ma ancora non si gioisce nella vita quotidiana. Nel cuore di Yarmouk , il campo profughi palestinese alla periferia sud di Damasco i cui residenti sono tra i più poveri della Siria, un chirurgo palestinese che ha lavorato nell’ospedale durante i sei anni di assedio, ha parlato con un misto di sollievo e moderazione. «Ci siamo tolti un peso enorme dalle spalle, ma ora ne dobbiamo affrontare altri».
Mentre i siriani più a nord celebravano l’anniversario, gli abitanti di Beit Jinn, un villaggio a maggioranza sunnita ai piedi del monte Hermon vicino al confine israeliano, seppellivano 13 si loro uccisi dalle forze israeliane durante un raid. Il 28 novembre, jeep dell’esercito israeliano sono entrate a Beit Jinn per arrestare due uomini accusati di appartenere a Jama’a Islamiya, un gruppo islamista sunnita libanese che, secondo Israele, avrebbe lanciato razzi dal Libano. I residenti negano le accuse. «Erano persone comuni – contadini, pastori – senza alcun legame con alcun gruppo armato, denunciano. Israele inventa scuse per occupare Beit Jinn. L’obiettivo è espandere il controllo su Jabal A-Shaykh e sulla regione meridionale».
Dall’inizio del 2025, la zona cuscinetto tra Siria e Israele, istituita dopo la guerra del 1973, è stata via via modificata. Attraverso misure militari e amministrative, Israele ha di fatto assunto il controllo di diverse città lungo il confine, dalle alture del Golan al confine con la Giordania, in un’occupazione militare che non accenna a invertire la rotta. Secondo gli abitanti di Beit Jinn, i soldati hanno fatto irruzione nelle case mentre le famiglie dormivan. Hanno incontrato resistenza armata per oltre due ore. Gli abitanti stimano che all’operazione abbiano preso parte più di 100 soldati israeliani. Con l’intensificarsi dei combattimenti, le forze israeliane hanno schierato un elicottero e hanno effettuato attacchi aerei sulle abitazioni.
E non è stata la prima invasione. «Sei mesi fa, sono entrati nel villaggio, hanno arrestato sette persone e hanno ucciso un giovane disarmato». Nazioni Unite senza risposta e «prigionieri ancora in Israele». Nel Paese, il vuoto di potere che ha seguito la fine della guerra civile ha rafforzato le lealtà locali e tribali, mentre lo Stato non è stato in grado di realizzare una giustizia per gli innumerevoli massacri e violazioni dei diritti umani nei 14 anni di conflitto. «In questo contesto, la violenza dei vigilanti è proliferata e intere comunità religiose ed etniche minoritarie, tra cui alawiti e drusi, sono state bersaglio di accuse collettive e spesso infondate». Israele, da parte sua, ha approfittato di questo sconvolgimento per promuovere i propri interessi strategici.
A maggio, l’esercito israeliano ha bombardato le forze governative vicine al palazzo presidenziale, «per proteggere le comunità druse di Jaramana e Sahnaya». Due mesi dopo, quando sono scoppiati scontri tra tribù beduine e fazioni druse, Israele è nuovamente intervenuto, lanciando attacchi diretti contro le forze del governo di transizione con lo stesso pretesto. Israele ha lanciato ripetuti attacchi aerei contro le forze governative siriane a Suwayda e dintorni a luglio – ancora una volta invocando la protezione dei drusi – che sono culminati nel bombardamento del Ministero della Difesa a Damasco il 16 luglio. Circa 50.000 combattenti beduini si erano mobilitati e la violenza ha devastato la comunità locale: oltre 2.000 persone sono state uccise e centinaia di migliaia sono state allontanate.
«I territori meridionali come parte di un’egemonia israelo-americana nella regione – una sorta di zona cuscinetto, come nel Libano meridionale, utilizzata in vari punti per proteggere i confini». Sebbene Suwayda sia ancora scossa dagli scontri, i residenti sono comunque scesi in piazza per celebrare l’anniversario della caduta di Assad. Allo stesso tempo, le proteste hanno visto sempre più spesso l’uso di bandiere israeliane, un fenomeno senza precedenti in Siria. Lontane dall’essere rappresentative della popolazione, le immagini riflettono la crescente frustrazione. «Le persone sono state abbandonate. Nessuno si prende cura di loro o le difende nel sud».
Secondo quanto riferito, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe esortato il primo ministro Netanyahu a limitare le interferenze in Siria al fine di preservare i canali diplomatici con il governo di Al-Sharaa. Eppure, nonostante le periodiche espressioni di ottimismo dopo i colloqui, gli sviluppi sul campo suggeriscono il contrario: l’istituzione di nuove basi, il rafforzamento dei controlli e la visita altamente simbolica di Netanyahu alle truppe israeliane di stanza in territorio siriano, una mossa che ha suscitato la condanna delle Nazioni Unite. Per ciò che in Israele, questa vale.