Povero bambinello e poveri noi dopo il 2025 di Trump

2025 anno di Trump (e non solo): «Il ritorno di Trump ha scosso gli equilibri globali, mettendo sotto pressione l’ordine euroatlantico e il multilateralismo, mentre crisi umanitarie e nuovi leader ridisegnano un mondo più instabile e incerto», l’introduzione alla analisi dell’Istituto di studi politici, l‘Ispi di Milano

Quel ritorno per colpa di incapacità precedenti

Il 2025 è stato segnato da molti eventi geopolitici, ma uno in particolare ha segnato il mondo: il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato. Insediatosi a gennaio, il presidente repubblicano ha letteralmente sconvolto le relazioni internazionali con iniziative di forza su diversi fronti: «dalla guerra dei dazi agli sforzi per intestarsi accordi di pace più o meno solidi, dal Medio Oriente all’Ucraina, passando per una politica di vicinato nell’emisfero occidentale più assertiva rispetto ai suoi predecessori», sottolinea Ispi. Maltrattato dal ‘ciclone Trump’ il ‘resto del mondo’ si è in parte coeso contro il sistema euroatlantico in crisi assieme al multilateralismo.

L’Europa e un’America meno amica

L’Europa scopre che il suo principale alleato versione Trump, a 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non è più amico come un tempo. Il 2025 è stato anche un anno di crisi umanitarie, come quella in Sudan e a Gaza, ma anche dell’ascesa di nuovi leader: Sanae Takaichi è la prima donna a guidare il Giappone, Robert Francis Prevost sale al soglio Pontificio con il nome di Leone XIV, mentre Ahmed Al-Sharaa , – ex Isis riabilitato dallo stesso Trump – guida la Siria a un anno dalla caduta di Bashar Al-Assad, tra molte e incertezze per il futuro.

Dazi per tutti

Il 2 aprile del 2025 promosso come ‘Liberation Day’ per gli Stati Uniti, diventa un nuovo ‘D-Day’ contro l’Europa. Trump annuncia l’imposizione di dazi commerciali fino al 25% per i prodotti importati negli USA, riportando a un protezionismo a livelli che non si vedevano da quasi un secolo, minacciando seriamente l’industria e l’export europeo. Nei mesi successivi, diversi paesi colpiti dalla stretta tariffaria sono scesi a patti con il Tycoon newyorchese, che ha usato i dazi anche come leva in determinati dossier, ad esempio il digitale e l’Intelligenza artificiale. A luglio la Commissione europea ha accettato tra molti brontolii il dazio di base al 15% su molte esportazioni europee. Ma la partita è tutt’altro che chiusa.

Ucraina in bilico

In campagna elettorale, Trump aveva più volte dichiarato che avrebbe posto fine in tempi brevi al conflitto in Ucraina. Una crisi che non sarebbe neanche iniziata se alla Casa Bianca ci fosse stato lui. Ma le cose sono andate molto diversamente. Dopo il burrascoso scontro di febbraio a Washington con Volodymyr Zelensky, Trump ha incontrato il leader ucraino anche in Vaticano a margine dei funerali di papa Francesco, deceduto il 21 aprile, per poi ricevere Vladimir Putin in Alaska in agosto. Ma al volgere dell’anno, la pace sembra ancora molto lontana e restano ancora molti nodi da sciogliere per arrivare a un’intesa, mentre il divario tra USA ed Europa si approfondisce.

Europa, al tavolo di Trump

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha colpito ad ogni latitudine, ma sull’Europa ha prodotto conseguenze particolarmente gravi. «In un mondo nuovamente dominato dalla logica della potenza, del protezionismo e della coercizione, la cooperazione internazionale e il multilateralismo, elementi fondanti del DNA europeo, sono messi in crisi», denuncia Ispi. È l’era del ritorno del realismo politico, esibito dagli Stati più forti militarmente ed economicamente. L’Ue, come dimostrato dalla distanza con gli USA sull’Ucraina, si scopre inadeguata, in un contesto in cui la forza conta più delle regole e con lo storico alleato sempre più inaffidabile.

Washington volta pagina

Mentre il vecchio continente si affanna, gli avversari strategici del sistema euroatlantico cercano di incidere sulle dinamiche globali. Esempio, quando a settembre il presidente cinese Xi Jinping ha accolto i Capi di Stato di Russia, India, Pakistan, Iran e altri 22 Paesi (non occidentali) in occasione del 25esimo vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). Ed emerge è l’immagine di un mondo sì multipolare, ma a ‘geometrie estremamente variabili’. Tanto che persino i rapporti tra Cina e USA hanno registrato alti e bassi durante l’anno, sul tema dei dazi e altre partite geoeconomiche, mentre l’India continua nel suo equilibrismo tra Occidente e Sud Globale.

Medio Oriente: tregua senza pace

Il 2025 è stato segnato anche dal secondo anno di guerra in Medio Oriente. Nonostante la tregua raggiunta a ottobre, a seguito delle pressioni di Trump su Netanyahu e sul movimento armato palestinese, il clima è ancora segnato da grande incertezza. La situazione umanitaria a Gaza resta drammatica e restano dubbi su come si passerà dalla fase uno alla ben più complicata fase due, che riguarda il disarmo di Hamas e la futura governance della Striscia. Nel 2025, anche un innalzamento del livello di conflitto diretto tra Israele e Iran, che per la prima volta nella storia è stato bombardato sia dalle forze di Tel Aviv che dall’aviazione americana, e ha colpito a sua volta il territorio israeliano con missili e droni.

Sudan: la crisi peggiore

Se la guerra a Gaza si è tradotta sin da subito in un disastro umanitario conclamato, genocidio, più di centomila morti palestinesi, nel 2025 anche il conflitto in Sudan ha prodotto effetti devastanti sulla popolazione. La regione occidentale del Darfur, divenuta un immenso campo profughi colpito anche da una grave carestia. dove nei mesi scorsi era stata dichiarata una grave carestia. A novembre l’annuncio di un cessate il fuoco ha fatto sperare in un miglioramento della situazione, ma il clima d’incertezza permane. Il conflitto non ha solo una spiccata componente locale, ma vede il coinvolgimento di diversi attori esterni, in particolare del Golfo, complicando ulteriormente il quadro.

La ‘nuova’ Siria

Il 2025 è stato segnato anche dall’ascesa di Ahmed Al-Sharaa (nome di battaglia Abu Mohammed Al-Jolani). L’ex leader qaidista-Isis che ha preso il potere in Siria dopo la caduta di Bashar Al-Assad l’8 dicembre 2024. Il suo principale successo è stato creare una nuova alleanza con gli USA, e sua visita alla Casa Bianca a novembre, con rimozione delle sanzioni e ingresso di Damasco nella coalizione anti-ISIS. Incerta l’integrazione delle SDF curde, complicata dal ruolo turco. Con la Russia sono stati mantenuti legami pragmatici, tramite una presenza ridotta di Mosca sulla costa e accordi in vari ambiti. Tensioni con alawiti (vittime di violenze settarie) e drusi, mentre i rapporti con Israele restano decisamente ostili.

G20 e Cop30: addio multilateralismo?

Il ritorno di Trump ha significato un inevitabile indebolimento del multilateralismo, strumento su cui il presidente americano non nasconde il suo scetticismo. I risultati si sono visti in due dei principali summit del 2025: il vertice G20, tenutosi a Johannesburg, e la COP30, organizzata in Brasile. Il Gruppo delle 20 principali economie mondiali: il boicottaggio da parte di Trump – sommato al fatto che gli USA saranno i prossimi ad assumere la presidenza del G20 il prossimo anno – ha ridimensionato molto aspettative e risultati. La stessa cosa è successa alla COP30, la Conferenza delle parti sul clima organizzata dall’ONU.

Una donna alla guida del Giappone

A fine ottobre 2025 Sanae Takaichi ha assunto la carica di primo ministro del Giappone: è la prima donna a ricoprire questo ruolo. Takaichi si è costruita la reputazione di politica estremamente laboriosa e apertamente a destra. Europa e Giappone condividono oggi un contesto strategico sempre più interconnesso e devono fronteggiare minacce analoghe sul piano della sicurezza, in uno spazio che va dai mari dell’Asia orientale – dove non si attenua la tensione tra Cina e Taiwan – fino al conflitto in Ucraina. L’approccio unilateralista e protezionista di Trump ha contribuito ad accrescere l’incertezza nelle relazioni internazionali, e il Sol Levante – guidato da Takaichi – dovrà fare i conti con il nuovo contesto.

Nell’era della frammentazione globale

Dal Marocco all’Indonesia, dal Perù al Madagascar. Nel 2025 le proteste dei giovani nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila si sono diffuse in diversi paesi a basso reddito, dando voce a richieste sociali e politiche sempre più pressanti. Senza leader riconosciuti né strutture partitiche, ragazzi tra i 15 e i 25 anni sono scesi in campo con smartphone alla mano e una rabbia dai tratti comuni, dando vita a una mappa globale della mobilitazione che attraversa i continenti. Nativi digitali per definizione, contestano corruzione, disuguaglianze e l’incapacità delle élite politiche, e reclamano opportunità di lavoro, diritti e dignità.

Ma Trump perdona anche noi?

Gli auguri di Natale di Trump: ‘Anche alla feccia della sinistra’, riferendosi ai suoi avversari democratici, che il presidente americano accusa regolarmente di essere la causa di tutti i mali.. Il messaggio dalla sua residenza in Florida dove sta trascorrendo le festività natalizie. Economia, tensioni sociali e persino conflitti internazionali: Donald Trump incolpa regolarmente il Partito Democratico, e in particolare l’ex presidente Joe Biden, per le difficoltà che gli Stati Uniti e il mondo stanno attraversando. All’interno di questa categoria di “sinistra radicale”, include volentieri, con il suo stile caustico, tutti i democratici e gli avversari politici, anche quelli considerati moderati o centristi.

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