
In Russia, fino al giorno dell’invasione dell’Ucraina, il presentatore Ivan Urgant, conduttore di «Evening Urgent», era un volto noto e amato dal grande pubblico, una sorta di Larry Flint su Channel One, uno dei media più seguiti nel Paese. Ma è bastato un post sul suo profilo Instagram in cui criticava l’«operazione speciale» decisa da Putin perché la sua vita cambiasse: programma chiuso, dopo un decennio di indici di ascolto record, compreso il tradizionale brindisi di Capodanno; cancellazione di contratti per film di successo; in sintesi, una condanna all’oblio. Per sua fortuna -ribadisce il Corriere-, la censura si è limitata a questo, a differenza di molti giornalisti e personaggi pubblici russi che hanno conosciuto un destino peggiore. E, come ha raccontato il New York Times, Ivan Urgant non è fuggito all’estero, è tornato dignitosamente alla vita privata in attesa di tempi migliori, si accontenta di fare l’intrattenitore in feste private e matrimoni. Un tacito divieto del Cremlino tiene la mega star, un tempo onnipresente, lontana dalla televisione, dal cinema e dagli eventi di rilievo. Talvolta si esibisce all’estero, ma con prudenza. «C’era una volta un presentatore televisivo, ricco e conosciuto ovunque», ha cantato Urgant, 47 anni, in una recente esibizione a Berlino. «Ma un giorno è andato online e ha pubblicato un piccolo quadrato nero».
Il caso Urgant è solo uno dei tanti esempi di come il Cremlino abbia riorganizzato a sua misura il panorama dei media e della vita culturale del Paese in funzione del consenso alla guerra in Ucraina. Il post originale di Urgant su Instagram rimane online. Sperando di tornare in onda, vuole evitare di infiammare i russi favorevoli alla guerra che hanno chiesto la sua testa. Ma vuole anche rimanere fedele alle sue convinzioni. «È terribile quello che sta succedendo al mio amico, che è in ottima forma», ha detto Sergei Svetlakov, un comico russo che ha lavorato con Urgant. Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, la Russia aveva conosciuto un periodo di apertura, con ampio spazio per la satira e la critica. Putin ha iniziato a portare i canali televisivi nazionali sotto il controllo dello Stato, risentito per la commedia tagliente che lo prendeva di mira. Sebbene non abbia apertamente deriso il Cremlino, Urgant aveva fatto battute sul presidente bielorusso Lukashenko e su alcuni politici e oligarchi e sull’arresto dell’oppositore Aleksei A. Navalny. Nel clima di tensione con l’Ucraina aveva detto in un monologo di sperare che la guerra fosse rinviata di settecento anni, raccogliendo in studio una selva di applausi. Ma siccome viviamo in un’epoca di fake news universali, Urgant è stato anche vittima di un falso post contro la guerra pubblicato a suo nome. La smentita non è servita a salvarlo. Un account di Telegram aveva pubblicato il video di un veicolo militare russo in fiamme.
Questo succede in Russia. Ora facciamoci portare a Ovest dal vento dell’Est. Paul Beckett, senior editorialista del Wall Street Journal, tradizionalmente più vicino ai repubblicani, ha scritto: «Parliamo spesso delle minacce alla libertà di stampa all’estero, ma non possiamo perdere di vista ciò che accade qui da noi». Secondo Beckett, sono evidenti «i tentativi di controllare la narrazione, sacrificando la verità dei fatti». Beckett parla del presente, dell’era Trump, ma come dimenticare, in funzione del potere e della propaganda, la menzogna in mondovisione del segretario di stato Colin Powell, che mostrò all’Onu una provetta per dimostrare la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, la scintilla di un’inutile guerra costata mezzo milione di morti? E come condannare la violazione della sovranità di uno Stato (l’Ucraina), azzerando la memoria della violazione della sovranità di un altro Stato (la Serbia) con le bombe della Nato per sostenere la secessione del Kosovo? Al recente richiamo di Beckett, l’amministrazione Trump ha risposto nel modo peggiore. Sono già alle spalle i tempi in cui il Presidente si limitava agli insulti sul suo account. Ora c’è l’indice degli sgraditi sul sito ufficiale della Casa Bianca. Con il lancio della pagina “Media Bias/Media Offenders” su whitehouse.gov, l’amministrazione ha trasformato il portale del governo federale in una bacheca di persone non grate. Una lista nera con nomi, cognomi, titoli degli articoli e «reati contestati», esposta sulla vetrina istituzionale del presidente degli Stati Uniti. Nel centro del mirino, Cbs News, Boston Globe e Independent. A questa offensiva, si sommano le cause milionarie intentate contro reti nazionali e, recentemente, contro la Bbc.
L’offensiva contro la libertà di stampa si è intensificata dopo l’omicidio di Kirk, l’attivista e influencer amico e sostenitore di The Donald. Il presidente ha intentato cause miliardarie anche contro il New York Times e persino contro il conservatore Wall Street Journal. E poi la minaccia di ritirare le licenze alle reti tv, l’offensiva contro i programmi serali di satira politica dei network che non si piegano. Più volte, Trump ha pubblicamente disprezzato i giornali, definendoli nemici del popolo. In settembre, l’amministrazione Trump ha poi imposto ferree restrizioni per i giornalisti che frequentano il Pentagono. ribattezzato Dipartimento della Guerra. I giornalisti non possono inoltre spostarsi all’interno dell’edificio se non accompagnati da una scorta. «Qualsiasi tentativo da parte del governo di controllare e limitare l’accesso alle informazioni è contrario al primo emendamento e all’interesse pubblico», sottolinea Matt Muray, direttore editoriale del Washington Post. Questo gesto senza precedenti costituisce la più forte restrizione mai imposta alla copertura mediatica della più grande agenzia federale del Paese.
Vogliamo infine dare un’occhiata in casa nostra? Sigfrido Ranucci, l’autore di Report, il programma d’inchiesta sotto costante minaccia di chiusura o riduzione di spazi e puntate, è sotto scorta dal 2014. Da tempo denuncia «un clima di isolamento e di delegittimazione». Dopo i proiettili recapitati in busta, è arrivato l’attentato sotto casa. In molti hanno espresso preoccupazione e vicinanza. «Chi prova a zittire una voce libera attacca il cuore stesso della democrazia. Perché colpire un giornalista è colpire il diritto alla verità e alla giustizia» – afferma il sito Libera in una nota. Nel giugno del 2024, il rapporto di Ossigeno per l’Informazione (l’osservatorio promosso congiuntamente dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana e dall’Ordine dei Giornalisti, con lo scopo di monitorare minacce e gravi abusi a danno di giornalisti italiani compiuti per oscurare notizie di interesse generale per l’opinione pubblica) rilevava quasi duecento episodi di intimidazione contro giornalisti, in particolare di stampo mafioso. Un altro aspetto preoccupante, come ha documentato il saggio dell’avvocato Caterina Malavenda, di recente pubblicazione, l’alto numero di ‘Slapp’ (in inglese Strategic lawsuit against public participation), ovvero le querele intimidenti per mano di politici o imprenditori che hanno l’obiettivo di scoraggiare il lavoro giornalistico. Nel 2023, in Italia, il rapporto Mapping Media Freedom dello European Centre for Press and Media Freedom (Ecpmf) ha documentato 24 episodi di procedimenti giudiziari avviati contro giornalisti.
Secondo la classifica del 2025 di Reporter senza frontiere il nostro Paese è al 49esimo posto, tre in meno dell’anno scorso, ultimo tra i maggiori Stati Ue. In tutto il mondo, i media soffrono di difficoltà economiche. Anche in Europa si diffonde una pratica di sorveglianza, come nel caso del direttore di FanPage Francesco Cancellato, spiato dalla società Paragon Solutions. Il 2025 è stato un anno record per numero di giornalisti uccisi, soprattutto a Gaza, per mano dell’esercito di Israele, considerato una democrazia.