Poesia sconsiderata sulla dolorosa pietra

Sono caduto dalle scale rovinosamente, mai avverbio fu più azzeccato. Anche se in cuor mio prende forma un’altra ipotesi esistenziale a precedere la rovina fisica della caduta: sconsideratamente. Eggià, l’avverbio di modo spiega che cosa provo nel cuore: non ho valutato le stelle, non ho tratto presagi dagli astri, quindi non ho saputo cogliere i segni. C’era una tenda troppo lunga all’inizio delle scale, avevo le mani occupate da una scatola di bottiglie. Un frammento di me in anticipo ha pensato: tolgo la tenda, così scendo con la giusta premura con le bottiglie in mano. Tanto più che scendendo in questo modo, comunque non vedo dove si poggiano i piedi. Ma non ho considerato.
Il piede sinistro è scivolato sulla tenda disordinata, gomito e anca hanno picchiato sugli scalini: uno, due, tre. Fino in fondo. Il piede destro, preso alla sprovvista piombando verso il basso è rimasto dietro. La scatola è precipitata mandando in frantumi le bottiglie. Il piede destro è rimasto sotto il corpo alla fine della corsa.
Dolore. Sbigottimento.
Era scritto nelle stelle, ma troppo attento alla fretta delle cose di ogni giorno non ho saputo cogliere il presagio. Ho lasciato cadere la materia sottile di ciò che è invisibile e agisce nel visibile come storia e potenza.

Delle cure e dei lividi resta questo frammento di cielo stellato, un dare senso alle cose oltre il senso che le compone in un mosaico di significati e risposte. Cadendo con le bottiglie in frantumi, vetri ovunque, e piccole ferite a segnare la pelle, ho colto il momento perduto, con un che-di-animale che ha mostrato per un bagliore come è profonda l’esistenza. Noi galleggiando, bizzarri e inconsapevoli.

Lo racconto a una fotografa che adoro, Cristina Latini, delicato sguardo sul mondo, capace di scendere nelle profondità che non vogliamo conoscere, con cuore puro e determinazione. Per non restarci impigliata, per non crogiolarsi nell’impiglio e nel nero. Per riemergere come poesia e trasformazione.

Forsan et heac olim meminisse iuvabit, le dico. Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose. Così Virgilio nell’Eneide fa dire ad Enea per rincuorare i compagni dopo un naufragio. Forse un giorno le cose che ci appaiono incomprensibili ci porteranno un dono. E anche la sconsideratezza sarà poesia, perché è uno strumento di rivelazione così potente e spiazzante che rovescia il mondo e mostra i suoi confini di senso sfrangiati.

Qualunque cosa pur di non restare imprigionati nella prigione delle convinzioni e persuasioni che scorrono infinite su ogni schermo. Quelle che ti fanno diventare sempre meno empirico, più egoista e indifferente a tutto, occupandoti mente e tempo in modo che non ci sia possibilità di cedere la strada ai dubbi e alla potenza magnifica della bellezza che sempre spinge sul cuore per cercare di apparire. Leggiadra e dolorosa, talvolta. Ma vita. Anche quando tutto crolla. E noi col mondo.

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