
Si ritenne all’epoca di aver riportato la pace nella regione, ma si trattò solo della prima fase del decennio balcanico perché nel 1999 sarebbe esplosa la crisi del Kosovo e soprattutto – sebbene negata dai più – la guerra stava comunque ricomparendo come strumento nelle relazioni internazionali, nonostante l’ostentato ottimismo sul futuro e le enormi difficoltà che aveva incontrato l’Organizzazione delle Nazioni Unite per porre fine al conflitto. A trent’anni da quegli eventi è impossibile non riconoscere che una tappa del ritorno della guerra si compì proprio allora.
Dal novembre 1989 cominciò a manifestarsi una sorta di euforia sui pacifici destini del mondo. A negarla però furono in molti, a cominciare dalle immagini visionarie e controverse di tanti teorici oggi scomparsi dall’attenzione dell’opinione pubblica. Francis Fukuyama sostenne la «fine della storia», ovvero che in pratica non ci sarebbero state più guerre nel quadro di un grande sviluppo economico vantaggioso per tutti; Samuel Huntington teorizzò un futuro conflitto come «scontro tra civiltà» e culture solo lungo le linee di faglia, i confini tra i diversi sistemi politici, culturali e religiosi; Robert Kaplan predisse un’«anarchia imminente» dovuta a disordini globali causati dalla sovrapopolazione, scarsità di risorse e materie prime, nonché da un vasto degrado ambientale; Hans Magnus Enzesberger suggerì invece la «guerra civile molecolare», fatta da scontri sempre più diffusi e violenti, quanto combattuti non più da stati, ma gruppi minori per mezzo di attentati terroristici o gravi atti di violenza urbana.
A fattor comune di queste teorie si aggiunse la convinzione che questi possibili eventi non avrebbero però riguardato le società occidentali, tutelate da solidi ordinamenti democratici, ma le periferie in continua ebollizione e teatro di trasformazioni radicali. L’illusione sulla scomparsa della guerra di aggressione, nata dalla sconfitta di Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo – alla quale sotto egida Onu avevano partecipato trentacinque stati – cominciò a vacillare perché nel decennio dalla Caduta del muro si ebbero però cinquantasette guerre che devastarono quarantacinque paesi, delle quali la più cruenta si ebbe probabilmente nella penisola balcanica.
Il conflitto in Bosnia non cominciò contemporaneamente al conflitto serbo-croato nel 1991, sebbene ne fosse diretta conseguenza e vi sia sempre stata una stretta interrelazione di eventi. Dopo il riconoscimento internazionale dell’indipendenza bosniaca il paese cadde nelle mani delle milizie ‘etniche’ e, nell’illusione del contenimento del conflitto, le Nazioni Unite estesero alla Bosnia il dispositivo militare già schierato sul campo. UNPROFOR (United Nations Protection Force) non si rivelò però lo strumento più adatto, sia per mancanza di uomini, sia per la faraginosità dei processi decisionali.
Nel frattempo Saraievo subì l’assedio più lungo della storia, mentre sulle montagne e tra i boschi della Bosnia si compiva la pulizia etnica. Le stime relative alle vittime complessive sono diverse, ma è ragionevole pensare ad almeno duecentomila morti. Si susseguirono così uno dopo l’altro piani di spartizione chiamati ‘di pace’ e vari effimeri ‘cessate il fuoco’, si approvarono decine di mozioni alle Nazioni Unite, ma i massacri continuarono ancora a lungo.
Un primo spiraglio si ebbe nel settembre 1995, quando dopo settimane di trattative a Ginevra e New York, le parti accettarono i cosiddetti ‘principi guida’ e diedero l’assenso ad un incontro comune. Fu scelta così una sede ‘protetta’ e isolata per svariati motivi: per prima cosa da una parte la sicurezza dei partecipanti, ma dall’altra – soprattutto nell’impostazione americana – furono evitati tutti i contatti con la stampa, viste le precedenti esperienze nel corso delle quali era stato fatto uso delle indiscrezioni allo scopo di far saltare il tavolo. La sede particolare offrì anche il vantaggio di non consentire ai partecipanti divagazioni di sorta o fughe in avanti: in una ventina di giorni, dal 10 al 21 novembre, si conclusero le trattative il cui passo successivo fu il protocollo di Parigi.
L’esperienza della Bosnia, oltre alla devastazione di un paese, aveva tuttavia messo in luce come il semplice ‘peace-keeping’ – ovvero l’interposizione tra i contendenti – non fosse però più sufficiente. Cominciarono a farsi spazio altre teorie, più inclini ad un intervento ‘diretto’ qualora gli accordi non fossero stati rispettati o la reale volontà di pace fosse tutt’altro che sincera: uno dei motivi per i quali una delle parti in lotta aveva comunque accettato di partecipare alle trattative di pace, era stata tra l’altro l’operazione «Deliberate Force» da parte della NATO, una serie di azioni di bombardamento delle posizioni dalle quali si stringeva la morsa dell’assedio di Saraievo.
Fallita la conferenza di Rambouillet nel marzo 1999, nel corso della quale si era cercato di ricomporre la situazione e di evitare un ulteriore intervento, era scattato tuttavia l’ultimatum per il ritiro dal Kosovo delle forze serbe e poi l’intervento Nato con quasi tre mesi di bombardamenti sulla piccola Jugoslavia di Serbia e Montenegro ancora rimasta. Intanto Dayton era entrata nel vocabolario come espressione in codice per un certo tipo di diplomazia: l’approccio al negoziato fu definito «Big Bang», per cui ‘chiudi tutti dentro finché non si trova un accordo’. Per tutte le difficoltà incontrate si era trattato indubbiamente di negoziati condotti sul filo, senza rete di sicurezza, ma che condussero comunue ad un risultato. Poi venne l’accelerazione, non senza una punta di azzardo.