
Gli Stati Uniti hanno compiuto diversi attacchi aerei contro lo Stato Islamico (ISIS) in Siria. L’esercito ha detto di aver colpito più di 70 obiettivi nel nordest e nel centro della Siria, tra cui magazzini di armi e strutture logistiche del gruppo. Ha sostenuto anche che l’operazione abbia ucciso un capo dell’ISIS e vari combattenti. Non sono state diffuse informazioni più precise e, per ora, i media siriani si sono limitati a riferire delle esplosioni. All’operazione hanno partecipato aerei da caccia ed elicotteri d’attacco, col sostegno dell’aviazione giordana, scrive il Post.
I tre statunitensi erano stati uccisi il 13 dicembre da una persona che faceva parte delle forze di sicurezza siriane, e che l’esercito doveva valutare se congedare per via delle sue idee estremiste. L’azione non era stata rivendicata da nessun gruppo, ma l’intelligence statunitense l’aveva attribuita all’ISIS.
Il presidente Donald Trump aveva promesso «ritorsioni molto serie». Venerdì il suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha commentato in modo ambiguo gli attacchi, mentre il Post ci ricorda come a settembre l’amministrazione aveva cambiato il nome da ‘Difesa’ in ‘dipartimento della Guerra’. Da un lato Hegseth ha sostenuto che le azioni militari continueranno, dall’altro ha detto che «non è l’inizio di una guerra: è una dichiarazione di vendetta».
Gli attacchi della notte tra venerdì e sabato, e con la prospettiva di maggiori operazioni antiterrorismo in Siria, accade quando gli Stati Uniti hanno ridotto considerevolmente la loro presenza militare nel paese, dove oggi hanno circa mille militari contro i duemila di inizio 2025. Una conseguenza dei buoni rapporti con la nuova leadership siriana del presidente Ahmed al Sharaa, che si è impegnato a combattere quanto resta dell’ISIS in Siria, – e di cui fino al 2013 aveva fatto part -. Trump ha dichiarato che l’operazione è avvenuta col «pieno sostegno del governo di al Sharaa» e il ministero degli Esteri siriano lo ha confermato.
Anche se molto indebolito rispetto alla sua fase di massima espansione, si stima che l’ISIS abbia ancora circa 7mila combattenti tra Siria e Iraq. Il gruppo aveva cercato di approfittare della caduta di Assad, e a gennaio gli Stati Uniti avevano bombardato preventivamente alcune sue basi. Negli ultimi due anni l’ISIS è riuscito a compiere gravi attentati in Iran e Russia, e si è allargato in Asia. Ha ispirato anche il recente attentato contro la comunità ebraica in Australia, secondo la polizia australiana.