
Insomma, come dei sordi che si parlino freneticamente senza capirsi, i negoziatori cambiano i dettagli degli accordi, evitando di toccare però di una virgola i nodi cruciali. Nel guazzabuglio di dichiarazioni successivo agli incontri di ieri in Germania, sono state espresse sensazioni ottimistiche su alcuni problemi che, a ben vedere, restano assolutamente irrisolti. In sintesi, gli scogli più grossi, che al momento appaiono insuperabili, sono quelli relativi alle Forze di interposizione, che dovrebbero garantire il cessate il fuoco, e le condizioni riguardanti la cessione del Donbass. La riunione tra gli europei ha prodotto un documento che si presenta poi come l’ennesimo contro-piano e che, a nostro giudizio, solleva notevoli dubbi sull’effettiva buona fede di chi lo ha elaborato (e di chi poi lo ha approvato). In particolare, per quanto riguarda le garanzie di sicurezza, sono state fissate numerose clausole. Alcune delle quali già in partenza inaccettabili, non solo per Putin, ma per qualsiasi governo russo. Ecco quelle che elenca il Guardian:
In pratica, per capirci, l’Europa vorrebbe schierare le sue truppe in Ucraina lungo la linea del ‘cessate il fuoco’. L’Occidente sarebbe giudice supremo di eventuali incidenti e potrebbe ordinare operazioni di ‘peace-enforcing’, cioè di attacco alle vicine linee russe. Inoltre si parla di ‘militarizzare’ tutta l’Ucraina, rendendola una specie di Cuba sotto il controllo dell’Europa. A questo punto non ci sarebbe più bisogno di accoglierla nella Nato, perché basterebbero i patti di difesa siglati, singolarmente, con l’UE o gli Usa. «I colloqui con gli Stati Uniti non sono stati facili -ha detto ieri Zelensky citato dal Guardian -, ma sono stati produttivi». Ha poi aggiunto che la Russia sta usando i suoi attacchi incessanti come leva nei negoziati, sottolineando che nessuna centrale elettrica in Ucraina è stata risparmiata dagli attacchi. «Le due parti stanno discutendo il piano statunitense presentato diverse settimane fa, che è stato successivamente modificato in altri round di negoziati a Ginevra e in Florida». Ma è proprio questo il punto. Zelensky, conosce bene anche il piano Trump-bis, e ha già ricevuto un chiaro messaggio dalla Triade che lo ha invitato (è un eufemismo) a non accettarlo. «I dettagli del Trump-bis non sono pubblici – aggiunge il Guardian – ma Zelensky ha affermato che Kiev non accetterà alcuna concessione territoriale, cosa che il piano presumibilmente suggerisce».
Non è proprio un caso, che le bordate contro il piano di pace di Trump arrivino da Berlino. Cioè, dalla capitale del Paese che, nel corso della sua storia, ha spesso risolto le dispute internazionali a cannonate. Ma nel caso specifico, la partita è ancora più grossa. La Germania del Cancelliere Friedrich Merz ha varato un gigantesco piano di riarmo, da 1000 miliardi, che dovrebbe rianimare l’esausta economia teutonica, messe in ginocchio prima dal Covid e poi dai contraccolpi della guerra in Ucraina. Un clima (e una retorica) da Guerra fredda è dunque quello che ci vuole, per tenere gli elettori gabbati e contenti. No, per Merz e per altri leader europei il conflitto in Ucraina deve durare il più a lungo possibile, logorare la Russia e giustificare l’enorme esborso di risorse che sta facendo ingrassare il complesso militare-industriale. Tanto amico dei politici. Il ricatto sembra chiaro: se l’Ucraina vuole i 90 miliardi di euro promessi da Bruxelles, deve dire no a Trump e affossare il suo piano.
E allora, su queste basi, l’Europa cosa pretenderebbe? Non bisogna essere specializzati in diplomazia per capire che si vuole da Putin un ritorno allo status quo. La Russia, che sta vincendo sul campo, sia pure lentamente, dovrebbe ritirarsi sui confini esistenti all’inizio del conflitto e pagare le riparazioni di guerra. È chiaro che solo un incallito (e sprovveduto) guerrafondaio può avanzare proposte del genere. Ma se si gira in tondo e se dopo un milione di morti si propongono condizioni assolutamente staccate dalla realtà, questo vuol dire solo una cosa: che tenere la guerra aperta in Ucraina fa comodo a molti ‘poteri forti’ in Europa. In gioco c’è anche la leadership economica di un continente che, progressivamente isolatosi dagli Stati Uniti, cerca una sua nuova dimensione nel contesto internazionale.
In pratica, si sta scatenando la corsa al vuoto di potere lasciato dagli Usa, che viene colmato dalle potenze storicamente colonialiste. Tutto ciò trova il suo campo di battaglia attuale nella crisi ucraina e nelle trattative, di cui l’Europa rivendica un diritto alla priorità geopolitica. E non certo per amor di patria.