
Kast è un ultraconservatore liberista, nostalgico della dittatura di Pinochet e politicamente vicino al presidente di El Salvador Nayib Bukele, noto per il suo approccio molto duro contro le bande criminali e per il ricorso a incarcerazioni di massa per contrastarle. È contrario all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso e ha più volte chiesto l’eliminazione del ‘ministero delle Donne’, danuncia molta stampa internazionale.
Durante la campagna elettorale ha promesso di riportare nel paese ordine e sicurezza in risposta alle principali preoccupazioni espresse dai cileni: criminalità e immigrazione irregolare. Il target elettorale di Trump anche per tutta l’America latina. Nel paese ci sono oltre 300mila immigrati venezuelani senza permesso di soggiorno: Kast ha promesso di espellerli tutti, nonostante il governo del Venezuela non accetti rimpatri dal Cile. Kast ha poi promesso di tagliare 6,5 miliardi di dollari di spesa pubblica annuale, ma senza spiegare i settori da cui intende ottenere i risparmi. Programma economico liberista, grande attenzione all’iniziativa privata.
In queste elezioni presidenziali per la prima voltaera in vigore il voto obbligatorio: Kast è quindi diventato il più votato dei presidenti cileni, con 7,2 milioni di voti. Kast non avrà comunque la maggioranza al Congresso, per il quale si è votato parallelamente al primo turno domenica 16 novembre, sebbene il suo partito sia cresciuto considerevolmente alla Camera dei deputati. Gli elettori cileni tendono a eleggere candidati della parte politica opposta a quelli in carica, spiega Andrea Muratorre su InsideOver. La sociologa Stéphanie Alenda ritiene che sia prematuro interpretare i risultati delle presidenziali come una nuova tendenza generale, una nostalgica rivendicazione della dittatura di Pinochet.
La elezione si Kast conferma una tendenza conservatrice ‘trumpista’ nell’area centro e sudamericana: il cileno Kast si aggiunge all’ecuadoriano Daniel Noboa, a Bukele in Salvador e all’argentino Javier Milei. In Bolivia a ottobre è stato eletto il centrista Rodrigo Paz, dopo vent’anni di governi di sinistra. Questa era la terza candidatura di Kast, che già nel 2021 era arrivato al ballottaggio: nel corso degli anni ha moderato la sua retorica, seppur senza rinnegare idee anche molto radicali, riuscendo a presentarsi via via come un candidato sempre meno ‘estremo’, la valutazione politica.
Grazie alle migliaia di cittadini che si erano riversati sulle strade del paese malgrado una brutale repressione che Gabriel Boric, il presidente uscente, aveva vinto. Con un compito unico e preciso: liquidare una volta per tutte il lascito di Pinochet. Un’occasione unica, ma Boric ha offerto una quasi completa continuità economica con il modello di sempre, denuncia Claudia Forti sul manifesto. «Una criminalizzazione se possibile ancora più accentuata del popolo mapuche e l’abbandono di qualsiasi promessa di trasformazione strutturale».
José Antonio Kast sarà il primo presidente cileno ad aver votato per il proseguimento della dittatura nel referendum del 1988: la sua famiglia ha forti legami con il regime di allora, durante il quale il fratello Miguel fu ministro e direttore della Banca del Cile (mentre nel 2021 Associated Press scoprì che suo padre era stato iscritto al partito nazista in Germania).
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