
Al Jazeera analizza la situazione denunciando che la maggior parte delle reti fognarie di Gaza è stata distrutta o gravemente danneggiata, quindi è molto probabile che l’acqua delle inondazioni della tempesta Byron si mescoli con le acque reflue grezze, aumentando la diffusione di malattie come la dissenteria e il colera. Con la raccolta della spazzatura in gran parte interrotta, enormi cumuli di rifiuti solidi si sono accumulati in tutta l’enclave assediata, il che significa che le forti piogge potrebbero mobilitare rifiuti medici, plastica, resti animali e detriti nelle aree in cui si sono rifugiati i palestinesi sfollati. Anche le falde acquifere sfruttate dai residenti potrebbero essere contaminate, mentre le inondazioni superficiali potrebbero ristagnare in alcune aree invece di regredire, poiché le stazioni di drenaggio e pompaggio delle acque piovane sono fuori uso.
Il sistema sanitario di Gaza è già collassato sotto il peso di due anni di guerra, quindi le cliniche e gli ospedali rimanenti saranno mal equipaggiati per curare l’elevato numero di malattie e infezioni causate dalla mancanza di acqua pulita.
«La tempesta Byron, dopo aver colpito Grecia e Cipro, è arrivata in Israele di notte, minacciando alluvioni e venti forti per i prossimi giorni». Si apre così un pezzo pubblicato sul Times of Israel che riassume i pericoli per la popolazione e le misure che le autorità israeliane hanno previsto per limitare al massimo i danni», denuncia sul manifesto Chiara Cruciati. «Si stimano venti a 90 chilometri l’ora e piogge mai viste». Ai soldati israeliani di stanza nelle basi a sud è stato consentito di rientrare a casa; ai residenti è consigliato di non scendere nei parcheggi sotterranei, di controllare la tenuta dei tetti e di non uscire di casa; agli ospedali è stato chiesto di mettersi in allerta per l’arrivo possibile di feriti. Ma tutto questo esiste e vale solo per Israele.
I numeri diffusi ieri dalle Nazioni unite sulla ‘magnitudo’ della distruzione provocata dall’offensiva israeliana negli ultimi 24 mesi: circa l’81% delle strutture di Gaza totalmente demolite, gravemente o parzialmente danneggiate. Tra queste 320mila abitazioni. 1,9 milioni di persone, quasi l’intera popolazione, sono sfollate e mezzo milione vive nelle tendopoli, sotto ripari vecchi di mesi, sfibrati dal tempo e dalle condizioni meteorologiche. E dall’inizio della tregua, il 10 ottobre, Israele blocca l’ingresso di nuove tende, violando uno dei punti principali dell’accordo. Fuori dai valichi attendono anche soluzioni migliori di un pezzo di stoffa: caravan e unità mobili. Seimila camion pieni sono fermi.
«L’unica cosa autorizzata al momento sono alcuni teloni, che non servono a molto a persone che necessitano di rifugi appropriati», ha detto ieri Chris McIntosh, responsabile per la risposta umanitaria di Oxfam. I venti forti hanno già abbattuto molti rifugi di fortuna, le piogge stanno invadendo le tendopoli e le strade, impregnando di fango la stoffa e rovinando i pochi averi dei palestinesi. Il freddo non dà tregua. Le persone tentano di difendersi con montagnole di sabbia intorno alle tende».
Non si spegne nemmeno il fuoco. Ieri altri tre palestinesi sono stati uccisi dai cecchini israeliani per aver oltrepassato, inavvertitamente, la linea gialla che taglia Gaza in due. Mobile e non segnalata, se non in alcuni punti con blocchi di cemento verniciati di giallo, secondo il capo di stato maggiore Eyal Zamir è ormai considerata da Tel Aviv «confine ufficiale». Tra i tre uccisi, tutti a Jabaliya, campo profughi a nord, c’è un ragazzino di 16 anni. Prima è stato colpito da una pallottola, poi una jeep lo ha schiacciato. Dal 10 ottobre l’esercito israeliano ha ucciso 383 palestinesi, così da non interrompere mai la conta delle vittime dal 7 ottobre, ufficialmente attestata a 70.400 che non tiene conto delle migliaia di dispersi e dei morti per fame e malattie.
Alla conta si sono aggiunti ieri trenta corpi, scoperti dalla protezione civile in una fossa comune nel cortile dell’ospedale al-Shifa, posto sotto assedio nell’autunno 2023 e nella primavera 2024 e tramutato in un cimitero, con centinaia di corpi malamente seppelliti dai soldati israeliani. E neppure la Cisgiordania è risparmiata dalla rimozione dei corpi palestinesi: l’ennesima giornata di arresti di massa si è conclusa ieri con oltre cento detenzioni, il doppio della media – già altissima – degli ultimi due anni. E in carcere si continua a morire, a qualsiasi età.
L’ultimo prigioniero morto –ucciso-, era giovanissimo, ventuno anni: Abdul Rahman al-Sabateen, del villaggio di Husan, alle porte di Betlemme. Arrestato a giugno, l’ultima volta che al-Sabateen è apparso «in pubblico» è stato il 25 novembre in un tribunale militare. In salute, hanno raccontato i familiari. Dal 7 ottobre, sono almeno 94 i palestinesi morti in un carcere israeliano, un numero altissimo e probabilmente sottostimato che – secondo l’ong Physicians for Human Rights-Israel – è la prova di «torture sistematiche», confermate dall’ufficio della difesa pubblica di Israele pochi giorni fa.
Togliere la vita o almeno la terra. Ieri il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, esponente dell’ultradestra e colono, ha approvato la costruzione di 764 nuove unità abitative in tre insediamenti illegali in Cisgiordania (Hashmonaim, Givat Zeev e Beitar Illit). Seguono alle 51mila autorizzate da fine 2022, entrata in carica dell’attuale governo Netanyahu.