Banche e finanza predatoria

A distanza di oltre un ventennio dalla moneta comune, l’Unione Europea non ha fatto un solo passo avanti sull’integrazione del sistema bancario. Le ragioni suonano come un disco rotto: le differenze normative, fiscali e legali rendono costose le fusioni transfrontaliere. Le banche restano legate ai loro Stati perché ne detengono parte del debito pubblico.

La mancanza di volontà politica

Ma è la mancanza di una volontà politica da parte degli Stati membri che dimostra che i governi vogliono proteggere i propri “campioni nazionali” come strumenti di influenza economica. Dalla mancata scalata dell’italiana Unicredit alla tedesca Commerzbank fino alla recente indagine per aggiotaggio nell’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps a partecipazione statale. Ciò che emerge è un intreccio di potere e interessi di cui fanno le spese i cittadini europei che sono clienti e risparmiatori. Sullo sfondo l’ombra di Blackrock, l’onnipotente azionista americano di tante banche europee. Blackrock detiene quote significative in Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, in Spagna, Santander, Bbva, Banco de Sabadell e in Italia con Intesa San Paolo, Bpm e Mps dove gli americani hanno una partecipazione attorno al 5% del capitale.

Profitti stratosferici

Le banche hanno realizzato profitti stratosferici. La proposta di tassare una minima parte delle eccedenze generate da condizioni straordinarie, come per esempio l’aumento dei tassi della Bce, è stata al centro del dibattito europeo. Francia, Spagna, Polonia hanno considerato misure di tassazione agli extra profitti delle banche, ma il caso italiano ha fatto scuola.  Le sei maggiori banche italiane (tra cui Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Bpm, Bper) hanno raggiunto nel 2024 un utile di 46,5 miliardi. Nell’anno in corso si registra una crescita ancor più robusta, ovvero del +8,6%.

Guadagno sul costo dei servizi

Da dove arrivano esattamente questi profitti? Una volta il motore dei profitti (e anche del ruolo sociale) delle banche era l’attività di impieghi, ovvero prestiti a famiglie e imprese. E la voce più importante della redditività bancaria era il margine di interesse, ovvero il guadagno derivante dall’attività creditizia tradizionale. Oggi le banche fanno leva su un altro fattore, che da tempo è diventato un pilastro: le commissioni nette che sono cresciute del +8,3% su base annua. Le commissioni nette indicano il guadagno che la banca ottiene non dai prestiti o dai tassi di interesse, ma dai servizi forniti alla clientela. Per esempio, le commissioni sulle spese per la gestione dei risparmi, per l’utilizzo di conti correnti, carte di credito, bancomat e tanti altri servizi. Sono quindi un indicatore della capacità della banca di generare ricavi “stabili” e meno sensibili ai tassi di interesse.

La trasformazione delle banche

Questo aumento non è casuale, ma è il risultato di un cambio strutturale del modo di lavorare delle banche, orientato sempre più verso i servizi consulenziali e assicurativi e, soprattutto, la gestione del risparmio privato. Minori rischi (anzi zero rischi rispetto ai prestiti concessi a famiglie e imprese), minori vincoli di capitale, maggiori profitti. Risultato? L’Italia è il mercato in cui il risparmio gestito è il più caro di tutta l’Unione Europea. Ma c’è di più, e lo denuncia niente meno che il sindacato nazionale dei bancari Fabi. Il suo segretario Lando Maria Sileoni, ha illustrato alla Commissione parlamentare (sì, in Parlamento) come gli obiettivi di vendita irrealistici siano sistematicamente imposti dai vertici delle banche e scaricati sui dipendenti, che si trovano costretti a vendere prodotti spesso non in linea con le reali esigenze dei clienti.

Gestione scorretta dei risparmi

Come le banche gestiscono il risparmio lo spiega anche un libro uscito da poche settimane e che sta diventando un caso nel settore della finanza, dal titolo talmente provocatorio da risultare quasi destabilizzante. Un titolo che mette a nudo una verità nascosta a risparmiatori e cittadini: “Il cliente di merda”. Lo firma Roberto Malnati, figura molto nota nel mondo della finanza e fondatore di Finanzaonline.com, il primo e più importante forum finanziario italiano. Malnati è soprattutto un insider, uno cioè che il sistema lo conosce dall’interno perché progetta sistemi finanziari complessi per istituzioni di alto livello. Ed è attraverso questo personaggio che si scoprono gli altarini, ma forse sarebbe meglio dire le malefatte sul grande business del risparmio: un’industria che fa leva anche su paure, pressapochismo e soprattutto cinismo, trattando troppo spesso il cliente e i suoi risparmi come uno strumento, non come un soggetto.

«Il cliente ideale è beatamente ignorante. Un corpo caldo con un portafoglio, che annuisce senza capire e firma dove gli viene indicato» scrive Malnati.  E l’integrazione bancaria europea? La concorrenza creata da un libero mercato del credito europeo significherebbe caduta dei profitti unita alla perdita del potere granitico dell’alleanza tra banche e politica dei singoli Stati membri.

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