«Pacta sunt servanda»?

«Gli accordi si devono rispettare» è un antico principio di diritto che impegna le parti che lo sottocrivono ad un determinato comportamento. «Pacta sunt servanda» per i Romani divenne però anche un modo per scatenare altre guerre imponendo clausole talmente onerose che spesso l’avversario non poteva rispettare. In altri casi le promesse iniziali furono invece deliberatamente fatte con l’idea di non mantenerle.

Canossa

Vestito con un ruvido saio e a piedi scalzi, l’imperatore Enrico IV trascorse nel gennaio 1077 due notti sotto la neve nel cortile del castello di Canossa in attesa che il papa Gregorio VII lo perdonasse e revocasse la scomunica. L’imperatore, dopo aver nominato il vescovo di Milano usurpando le prerogative pontifice, era stato infatti scomunicato dal papa e in tale condizione non poteva più pretendere l’obbiendenza dai propri sudditi.
La vicenda sembrava conclusa con il perdono del papa di fronte al pentimento di Enrico e alla sua promessa di fedeltà, ma invece ne cominciava un’altra. In Germania, al posto dello scomunicato, era stato proclamato imperatore Rodolfo di Svevia, tra l’altro cognato dell’imperatore e con il quale esisteva anche un vincolo di parentela: Enrico raccolse un esercito e lo sconfisse due volte.
Scomunicato allora per la seconda volta raccolse un altro esercito e calò in Italia nel 1084. Lungo il percorso, a Bressanone, convocò un concilio e fece eleggere un anti-papa, che assunse il nome di Clemente III. Senza ostacoli l’esercito imperiale arrivò a Roma costringendo il papa a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo e a chiedere aiuto al re normanno Roberto il Guiscardo, soprannominato «Terror mundi» dai contemporanei per la sua spietatezza e considerato astuto come una volpe.
Anche Roberto il Guiscardo era stato però scomunicato da Gregorio VII in quanto si era appopriato del ducato di Benevento, intoccabile feudo pontificio, per cui una volta revocata la scomunica al normanno, il papa fu liberato dalle truppe del nuovo ‘fedele’ alleato e la città saccheggiata per tre giorni.

Secoli di altre false promesse

Date queste premesse già nell’XI secolo, si capisce come il Medioevo sia affollato da false promesse di ogni tipo. Dante Alighieri, che non risparmia nessuno nella Commedia, era stato vittima lui stesso di una falsa accusa di malversazione che lo aveva costretto all’esilio e ricorda quando pericolose siano ad esempio le false promesse dei predicatori sulle facili indulgenze, soprattutto quando formulate con l’appoggio della chiesa, della quale abbiamo visto la disinvoltura.
Quanto al Rinascimento l’infingimento o la mancanza di fedeltà divennero regole non scritte, fino a quando il fiorentino Niccolò Machiavelli non pubblicò un trattato, anche se – ad onor del vero – il suo scopo non era esattamente la diffusione del tradimento. Tra i sovrani italiani successe di tutto, ma particolarmente spregiudicata si rivelò ad esempio la Repubblica di Venezia, capace di sedurre abilmente e lasciare in asso gli sprovveduti alleati.
Avvenne anche il contrario, perché simulando normali relazioni nonostante l’astio sotterraneo per la rivalità commerciale, la Spagna tentò agli inizi del XVII secolo un colpo di stato a Venezia. Tutte vicende che hanno dato origine ad un’ampia letteratura di congiure e misteri, spesso rielaborando fatti veri.
Passarono altri secoli e in Italia, durante il Risorgimento, nel fatidico 1848, un re e un papa prima concessero una costitituzione e poi non solo se la rimangiarono, ma presero a cannonate i sudditi.

L’Anschluss

Con l’espressione tedesca «Anschluss» (annessione) si indica l’occupazione dell’Austria da parte della Germania nazista avvenuta nel marzo 1938. Il progetto di Hitler – espresso chiaramente già nel ‘Mein Kampf’ ¬– prevedeva di riunificare tutte le stirpi tedesche in un grande Reich, mentre per l’Italia invece confinare direttamente sul Brennero con un’unica forte potenza non sarebbe stato affatto piacevole.
Nel 1934 i nazisti tentarono un colpo di stato a Vienna nel corso del quale fu assassinato il cancelliere austriaco Dollfuss e Mussolini reagì energicamente intensificando la presenza militare ai confini con l’Austria e promettendo aiuti. L’Italia divenne allora il principale protettore dell’indipendenza austriaca, tanto più che i due regimi autoritari si assomigliavano molto.
Nel corso della guerra di Etiopia l’Italia si trovò però isolata in Europa e, cogliendo al volo l’occasione, la Germania manifestò invece un atteggiamento di collaborazione. Ne nacque una situazione ambigua, perché l’Italia continuò a sostenere ufficialmente l’Austria, ma trattando segretamente con la Germania.
Quando divenne ministro degli esteri Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, la complessa posizione italiana fu da lui sintetizzata nel Diario come: « … dare ossigeno al moribondo, senza che gli eredi se ne accorgano». Dopo l’Anschluss Mussolini disse in un discorso pubblico alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni che l’Italia non aveva nessun impegno con l’Austria, ma non era vero.

Alla fine di settembre del 1938 fu compiuto un altro importante passo verso la Seconda guerra mondiale: alla conferenza di Monaco, dopo aver ottenuto il benestare da Francia ed Inghilterra, grazie anche alla mediazione di Mussolini, Hitler occupò le regioni di confine della Cecoslovacchia popolate in maggioraza da abitanti di madre lingua tedesca. La Germania, disse, è pienamente soddisfatta di aver unito un’altra stirpe tedesca alla madre patria e non ha altre rivendicazioni. Quando, nel maggio 1939, fu sottoscritto il Patto d’Acciaio l’Italia fascista e la Germania nazista si scambiaro altre solenni promesse, tra le quali l’aiuto reciproco in caso di guerra. Gli italiani però non sapevano – o non vollero capire – che la Germania aveva già deciso di scatenare la guerra.

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