Harlem, la memoria che torna a guidare New York – VIDEO

Amarcord, memoria del passato

La vittoria di Zohran Mamdani riporta al centro La Guardia, Marcantonio e le radici politiche degli italoamericani.Mai come oggi il passato può essere non solo romantica nostalgia. Mai come oggi serve a capire, almeno in parte, il presente. «Molti ritengono impossibile la nostra missione per New York. A loro rispondo: basta guardare al nostro passato per trovare la prova di come possiamo plasmare il futuro». La vittoria di Zohran Mamdani ha sorpreso la Grande Mela, ha sorpreso la maggioranza dei cittadini americani, ha sorpreso chi nel mondo è abituato a vedere la Metropolis americana come roccaforte, simbolo, dei grandi ricchi.

Gli amici di Michele Salerno

E forse ancora di più hanno sorpreso le parole di uno dei suoi appelli agli elettori. Seduto sulla sedia di un caffe all’angolo della 116 St e Lexington Avenue Mamdani ha dedicato un omaggio commosso Vito Marcantonio, figlio di immigrati lucani, un deputato di East Harlem, e a Fiorello La Guardia, sindaco storico di uno dei periodi più complessi di New York. Di loro sentivo parlare da bambino. Erano amici di mio padre Michele, immigrato dalla Calabria. Avevano visioni diverse, spesso divergenti riguardo il futuro. Ma sul presente concordavano. Bisognava che New York fosse casa accogliente per tutti: Immigrati ebrei da mezza Europa, italiani, irlandesi. Bianchi e neri. Poveri e ricchi.

Fiorello, voce radio

Fiorello veniva nominato quasi ogni settimana a casa: durante uno sciopero dei quotidiani, leggeva alla radio le strisce di fumetti più importanti. Il nome di Marcantonio veniva fuori in occasioni più legate alle vicende politiche di quel periodo quando Harlem era vicina ma anche molto lontana dal nostro modesto appartamento a Crotona Park East.

Manhattan, una serata tra amici

Anni fa cercai di ricostruire la storia dei miei. E raccontai una serata tra amici a Manhattan. Aiuta a capire il mondo che in qualche modo sembra aver ispirato Mamdani. L’appartamento era di un italoamericano. Amici di famiglia, compagni. Il nome di Joe Magliacano, padrone di casa, figura tra quelli citati in un rapporto al comitato per le attività anti-americane del Congresso. Un altro sovversivo. Un noto sindacalista. Eravamo una quindicina quella sera del 1948. Adulti e i loro figli. Non eravamo vicini di casa e ci vedevamo soltanto quando i nostri genitori si incontravano. Occasioni speciali, come quel giorno. La piccola radio appoggiata sul pianoforte era sempre accesa.

Il sogno Nazioni Unite

Molta musica interrotta da qualcuno che spiegava quello che stava accadendo alle Nazioni Unite. Si sarebbe votato, uno Stato nuovo avrebbe ottenuto l’approvazione dell’assise internazionale per poi, mesi, anni dopo, essere considerato colonialista, imperialista, razzista. Danzammo quella sera, quando l’applauso scoppiato dalla platea dell’Assemblea generale riverberò attraverso la radio fin dentro l’appartamento nel New Jersey. Israele, il sogno sionista, e anche il sogno di molti marxisti, era una realtà.

Ebrei ma non sionisti

Tutte le mamme, quella sera a casa di amici, erano ebree, ma con legami al giudaismo estremamente tenui, tanto che nemmeno nei momenti solenni delle feste tradizionali più importanti si sarebbero recate in sinagoga, limitandosi, al massimo, a pasteggiare con pane azimo nei giorni della Pasqua ebraica e a mangiare i caratteristici dolci hamantaschen, orecchie di Haman, ripieni di semi di papavero, durante la festa di Purim, il carnevale che ricorda la salvezza del popolo ebraico in Persia. Tutti i papà erano italoamericani, di origine cattolica, ma privi di qualsivoglia connessione alla religione.

Torniamo a Harlem.

Nel 1935 l’Ambasciata italiana a Washington venne informata dal Console generale a New York di una manifestazione contro lo stesso Consolato durante la quale «i noti comunisti Salerno Michele e Siracusa Antonio, due negri ed un rappresentante del ‘Daily Worker’, montati sulle spalle di compagni pronunciarono dei discorsi all’angolo della 70ª strada a Lexington Avenue». Al suo rapporto il Console aggiungeva una copia del giornale comunista che annunciava la manifestazione alla quale presero parte un centinaio di militanti. Fu in questo periodo che assunse lo pseudonimo di Tito Nunzio con cui firmò un suo libretto dal titolo «Perché la guerra in Africa», che ebbe diffusione non solo in alcune città americane, ma anche in Italia. Trovai un lunghissimo racconto, con foto, di quella manifestazione newyorkese sul New York Times.

Covi di sovversivi

La Yugoslav-American Home era uno dei tanti noti covi di sovversivi. Quando Mike tornò al lavoro dopo il suo primo attacco cardiaco, amici e compagni vi organizzarono un banchetto. Lo scopo era quello di raccogliere fondi per la sua difesa e sensibilizzare l’opinione pubblica anche in merito alla minacciata deportazione di numerosi altri giornalisti «etnici». L’invito descriveva l’attività di Michele come giornalista «per molti giornali progressisti e del mondo del lavoro», come «polemista e educatore». «Senza interruzione ha fatto parte di tutte le fasi della lotta per la liberazione dell’Italia e di altri popoli oppressi dal fascismo e dal nazismo.» Tra gli intervenuti, quella sera, c’era anche un noto uomo politico italoamericano che sarebbe rimasto vicino a Mike in tutti quegli anni prima della deportazione.

Vito Marcantonio

Vito Marcantonio era basso e tarchiato. Da giovane frequentava il circolo italiano di East Harlem e recitava nelle opere di Pirandello. Una volta anche l’autore, venuto in America, si era seduto tra il pubblico. Amava il teatro, Marcantonio, e il gusto della recitazione l’avrebbe poi trasportato in politica, prima come discepolo di Fiorello La Guardia, il famoso e amato sindaco di New York che durante uno sciopero dei giornali lesse alla radio le strisce di comics in modo che ai bambini non venissero a mancare.

East Harlem al Congresso

Dal 1934 al 1948 Marcantonio rappresentò East Harlem al Congresso. Il quartiere misto aveva scelto il radicale italoamericano anche perché conosceva bene i problemi degli immigranti. Non fu mai iscritto al Partito comunista, ma intrecciò con esso rapporti di collaborazione. L’ultima elezione che avrebbe vinto risale proprio al 1948. Non fu facile. Lo accusavano di essere un agente sovietico, ma il sostegno popolare di cui godeva e che lo confermava nell’incarico gli permetteva di criticare l’ondata di anticomunismo. È una copertura, soleva dire, per mettere in pratica leggi contro i lavoratori e per consentire a ciò che più in là il generale e presidente Eisenhower avrebbe definito «complesso militare-industriale» di diventare sempre più potente.

Deportazione di Michele ed Eric in Italia

«Sono sicuro» avrebbe scritto nel messaggio letto al banchetto per salutare Michele poco prima della sua deportazione «che continuerai in Italia la lotta contro la reazione e contro l’imperialismo americano. Noi, qui, non abbasseremo le armi della lotta fino a quando la Costituzione, la carta dei diritti dell’uomo, la pace trionferanno.» Quello stesso anno, 1950, Marcantonio fu sconfitto. Un anno più tardi sarebbe morto, stroncato da un infarto.

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