A che punto è la notte della democrazia?

Mettetevi nei panni di uno storico, di una filosofa, di un’agricoltrice, di una giovane che studia, di un esperto di diritto internazionale, di un’artigiana, di un’artista o di uno scienziato. Mettetevi nei panni di una persona che si trova a dover discutere con mezze calzette infilate nelle scarpe di ignoranza, pregiudizi e informazioni googlate quando va bene, di sicuri di sé per sentito dire, figli del mondo della propaganda. 

Qualsiasi conoscenza diventa zero.

Se poi questi prodigi, le mezze calzette di sui sopra, hanno anche imboccato la carriera giornalistica, con percorsi oscuri, amicizie giuste e fedeltà assoluta al capetto di turno, è la fine. Si vanno a legare due principi fondamentali di quest’epoca: l’arroganza di potere fortemente supportata da una mancanza di conoscenze. Con il risultato che quando uno di questi tristemente noti personaggi spregiudicati incontra un esperto in qualunque cosa, l’esperto è costretto a difendersi dalle affermazioni che vanno dal negazionismo in qualunque campo della sapienza, fino alla costruzione di ardite ipotesi tra il complottista e l’ottuso da bar sport al quinto Campari.

Il paradigma delle mezzacalzetteria di potere consente a questi loschi figuri di dettare il ritmo e i tempi della Corrida di Corrado in cui riescono a far precipitare l’informazione da salottino mediatico. Il non-sapere semplifica i percorsi, ovvio: l’ascolto reciproco non esiste, il dubbio è abolito, ogni cosa che accade, anche la più assurda, nefasta, drammatica, ha una spiegazione semplificata e riconducibile al vittimismo o all’aggressività dialettica della panzana rieiterata al punto da apparire ai confusi come verità della televisione.

E i poveri esperti, o anche le persone che hanno conoscenze e idee in democrazia e si ricordano ciò che è accaduto venti anni fa, quelli che tentano in quest’epoca di spiegare la geopolitica non a spanne, la storia per lo meno recente, o anche di dare contenuto a cognizioni giornalisticamente e politicamente vuote come “diritto internazionale ai tempi di Trump”, si sono trovati a dover affrontare i campanacci e i bla bla bla ululati a coprire voci, le false notizie messe in campo come buone o plausibili anche da giornalisti democratici, anche se nel campo largo Grandi Firme, quindi col freno a mano tirato. 

In questo caso è ancora peggio. Sono preferibili gli urlatori di sciocchezze spacciate come intuizioni pazzesche, all’ombra della camicia nera culturale, ai soloni mezzastagione che in tv si spingono sull’estremismo conformista come se stessero sempre sul piedistallo del giudizio universale: contro i giovani, contro gli attivisti, contro gli esperti che sarebbero troppo presuntuosi, contro chi esagera con la democrazia. Alcuni di loro da trenta o quaranta anni spiegano sui giornali e anche in tv quello che è giusto e sbagliato, con toni definitivi, adeguandosi al luogo comune dominante o conveniente al momento.

Ovvio, non è l’élite del Giornalismo Grandi Firme l’unica causa del crollo culturale del Paese, ma certo un contributo l’hanno dato e continuano a farlo.

Il vento del successo ha impedito a questi profeti dell’ovvio di vedere che nel tempo il mondo è crollato, il capitalismo ha mostrato i suoi denti da squalo, la politica internazionale è puro colonialismo al servizio di criminali. Ha impedito loro di vedere come si vive male nelle città, come i giovani siano stati espropriati di futuro e che non sono le vetrate di una stazione o di una banca il problema: è tutto il resto, è quello che loro non vedono. Non possono vedere, e non vogliono vedere perché alla fine dei conti la “convenienza”, per il Giornalismo Grandi Firme e per quello Mezzecalzette, pesa sulla bilancia del giudizio come una spada di Brenno. 

A che punto è la notte della democrazia?

 

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