
U.S. and Ukrainian flags outside the U.S. Capitol
«Obbligare in qualche modo Zelensky a firmare un accordo che ceda la parte del Donetsk non ancora conquistata vuol dire segnarne la fine politica – ora che è già in difficoltà per le indagini degli uffici anti-corruzione sui suoi amici e ministri – e metterlo in pericolo fisico, porgendo il fianco a tutti gli opportunisti post-bellici e agli ufficiali affabulatori che non aspettano altro che le armi tacciano per iniziare la propria scalata. «Il mito della vittoria mutilata» leggevamo sui libri di scuola delle superiori, sappiamo com’è andata a finire». Sabato Angieri severissimo.
Non solo consegnare territori, dopo aver sproloquiato di «vittoria». Ma anche il riconoscimento internazionale. Al governo di Kiev potrà continuare a rivendicarli in un mondo che dopo anni di conflitto sicuramente non vorrà più sentirne parlare. «Tranne coloro i quali saranno impegnati nella spoliazione delle ricchezze ucraine: aziende statunitensi per le terre rare, europee per la ricostruzione, chissà chi per il grano e l’energia… Dato che in questo piano non è lasciato nulla al caso, bisogna anche evitare che qualche sconsiderato generale ucraino possa danneggiare la Russia». Di conseguenza la armi a lungo raggio andrebbero riconsegnate e l’esercito di Kiev andrebbe addirittura dimezzato in cambio di non meglio specificate garanzie di sicurezza dagli Usa.
«Nessun rifiuto netto agli Usa e deve prendere tempo, in un periodo in cui il suo strapotere è minacciato dallo scandalo corruzione che ne mina la credibilità internazionale». Ieri si è rifiutato di cacciare il suo braccio destro, il capo di gabinetto Andriy Yermak, e la mossa non è piaciuta a chi voleva un segnale forte di discontinuità. Il giorno prima a Istanbul il leader ucraino si era rifiutato all’ultimo di incontrare l’inviato speciale della Casa bianca, Steve Witkoff. Ma nel giro di un giorno, dal No assoluto: «Durante un incontro con il segretario dell’esercito Usa abbiamo discusso le opzioni per raggiungere una pace reale. Siamo pronti per un lavoro costruttivo, onesto e veloce».
Non una prova di forza di Trump, ma segno di debolezza interna in vista di pericolose elezioni a metà presidenza con Fox News che ammette che la popolarità di Trump sta crollando, l’analisi del professor Francesco Strazzari. «La morsa di Mosca e Washington riduce l’intera questione allo scacco matto per la leadership ucraina, cercando le condizioni per farle accettare la capitolazione per mancanza di alternative. Si tratta di estrarre dalla guerra una non-pace da definire quotidianamente come “storica”, a consolidamento ideologico della propria aspirazione egemonica. Nei fatti, è l’estensione di una zona grigia che, calata come un sistema su macerie e cadaveri, cementi i rapporti di potere fra uomini forti fra loro ideologicamente affini. Il tutto tramite una ricostruzione estrattivista e affaristica – anche nel senso minerario e immobiliare».
Considerazione chiave su cui si amplia la possibilità di letture contrapposte. «Il perdurare della guerra ha innescato dinamiche di espansione che il nuovo piano, ignorando l’Europa, non affronta affatto. Esiste una dinamica di scontro accesa sulle frontiere europee, incluse quelle marittime (il Baltico, l’Artico e il Mediterraneo). Qualcuno pensa che la Russia rimarrà inattiva nelle Svalbard, nel momento in cui gli Usa premono sulla Groenlandia? Non sarà ignorando la vastità e la profondità di questo scontro che gli europei potranno uscirne indenni». Analisi pessimistica ma ben articolata. Soprattutto nel leggere i fatti di casa Ue.
«Nel parlamento europeo il cordone sanitario che separava i popolari dall’estrema destra sembra in procinto di saltare. Un’Europa impegnata nel riarmo lungo linee nazionali, con le sue capitali fanno a gara a chi piazza le migliori commesse agli ucraini, si trova oggi rappresentata come un proxy che non ha voce in capitolo sul proprio destino. Anzi, con esplicito disprezzo per il suo contributo sulle sue stesse frontiere. Un terreno di coltura per quel nazionalismo armato che, da Parigi a Londra, da Berlino a Roma, ne avvelena la storia».