
Stati uniti e Russia hanno lavorato in segreto per costruire una proposta sulla fine della guerra in Ucraina, «sul modello di quella per Gaza», rivela Axios. Un piano di su 4 punti cardine: 1, condizioni per il cessate il fuoco: 2, garanzie di sicurezza per Kiev; 3, sicurezza in Europa; 4, future relazioni bilaterali tra Washington e i due belligeranti. Ma subito il rifiuto. Zelensky ieri si è rifiutato di incontrare l’inviato statunitense Steve Witkoff in Turchia come era previsto. Mentre arrivano a Kiev il segretario dell’esercito Usa e il capo di Stato Maggiore, per spiegare al presidente ucraino il crudele ABC della guerre, spiega Sabato Angieri sul manifesto.
Fonti stampa riferiscono che ieri Dmitriev avrebbe detto «sentiamo che la posizione russa viene davvero ascoltata, e si tratta di un quadro molto più ampio, che dice: ‘Come possiamo finalmente portare una sicurezza duratura in Europa, non solo in Ucraina’». Nel frattempo, afferma la fonte di Axios, avvalorata dal Wall street journal, «la Casa Bianca ha iniziato a informare i funzionari ucraini ed europei sul nuovo piano», che dovrebbe chiedere a Kiev la cessione dei territori del Donbass, anche di quelli non controllati dai soldati russi, la riconsegna delle armi a lungo raggio e il ridimensionamento dell’esercito.
Usa e altri Paesi riconoscerebbero inoltre Donbass e Crimea come russe, ma l’Ucraina non sarebbe costretta a farlo. In cambio Zelensky riceverebbe non meglio specificate garanzie di sicurezza direttamente dagli Usa. In un’intervista di a ieri, il capo dell’intelligence militare ucraina (Gur), Kyrylo Budanov, ha dichiarato che una possibile svolta del conflitto si potrebbe avere «intorno a metà febbraio 2026». Intanto Zelensky in Turchia ha incontrato il presidente Recep Erdogan, il quale ha «sottolineato la necessità di proseguire il processo di Istanbul con un approccio pragmatico e orientato ai risultati», in cerca disperata di sponde politiche nel suo sempre più marcato isolamento.
Oggi è un giorno decisivo per il futuro politico di Zelensky. «Il Paese, i giornali, gli intellettuali e gran parte della società civile esigono la testa del suo capo di gabinetto, Andriy Yermak, ma non è detto che il presidente acconsentirà a disfarsi dell’uomo che con gli anni è diventato il suo factotum, quasi un alter ego che lo solleva dei compiti più pressanti e si attira il biasimo quando serve. Tutti in Ucraina sanno che dopo il presidente nella linea gerarchica c’è lui: il Mazzarino di Kiev, devoto, affidabile e comprensivo. Una sorta di alter ego del presidente su tutte le questioni interne ed estere più importanti», avverte ancora Angieri. Riunione del Consiglio supremo della repubblica, incontro con i vertici del parlamento di Kiev, e riunione di partito, ‘Servire il popolo’. Non rubare al popolo.
Mentre i bombardamenti russi sulle retrovie riducono in cenere l’infrastruttura energetica del Paese, l’urgenza di convincere gli alleati europei che i miliardi ricevuti siano effettivamente usati per difendersi dall’invasione russa e non per costruire ville super-lussuose poco fuori Kiev. Oltre al percorso di adesione del Paese all’Ue che, «non prescinderà da misure chiare per contrastare la corruzione». Zelensky potrebbe approfittare della legge marziale e lasciare Yermak al suo posto, magari aggiungendo la destituzione di qualche ministro e funzionario di alto livello. Ma sarà sufficiente e salvare la residua credibilità del presidente mai rieletto?
Yermak è consigliere di Zelensky dal 2020. È stato lui, dicono le ricostruzioni, ad aver ottenuto l’allontanamento di chiunque si sia dimostrato troppo indipendente o troppo pericoloso per il futuro politico del presidente in carica. Il suo attuale vice, Oleg Tatarov, secondo il Kyiv independent «manterrebbe l’influenza sull’Ufficio investigativo statale, sulla Polizia nazionale e sul Servizio di sicurezza dell’Ucraina (Sbu)». Mentre l’attuale procuratore generale della repubblica, Ruslan Kravchenko, è considerato un suo protetto, nominato a giugno per smantellare Nabu e Sapo, secondo gli attivisti anti-corruzione.
Lui, il Consigliere sempre alle spalle del capo ma mai nell’ombra (tanto da essere inviso ai vertici Usa e a quelli di Bruxelles) è talmente poco amato dagli elettori da non essere una minaccia. Numero 2 come massima aspirazione, con la consolazione di essere il vero e unico filtro tra il presidente e il resto della nazione.
Dopo l’invasione russa, complice la legge marziale, è diventato il simbolo di un’oligarchia che fa capo a Zelensky ma ora è stata investita da una tempesta per la quale il classico rimpasto non basterà. Pur volendo, sarebbe troppo tardi per provare a imbavagliare di nuovo l’Ufficio anti-corruzione (Nabu) e la Procura speciale anti-corruzione (Sapo). Il tentativo di quest’estate è andato malissimo e anche in quel caso la manovra sembra partita dal Consigliere. Gli inquirenti hanno lasciato intendere che le prove fin qui pubblicate sono solo una parte dell’inchiesta e, sebbene il nome di Yermak in questi giorni non sia mai uscito ufficialmente, sia l’opinione pubblica sia i media ucraini sono convinti che un tale sistema di corruzione che coinvolgeva amici personali di Zelensky, alti funzionari, politici del partito Servitore del popolo, non poteva non coinvolgerlo.