A colpi di rasoio su poteri forti e complottucci

Viviamo nell’epoca del post qualcosa, dei grandi intellettuali al servizio dell’industria culturale, che è a sua volta al servizio dei poteri forti, di quel mondo che non si può definire “poteri forti” perché è veterocomunismo; anche se non sono mai stati forti, arroganti e pericolosi come sono adesso che nessuno li evoca più, per paura di sentirsi dire che il problema è un altro, o che si tratta di complottismo se non di dietrologia.

Il barbiere se la ride. Quando uno dei suoi clienti parte con ragionamenti spigolosi, lui poggia il rasoio e ascolta incantato. Poi, quando il silenzio si prende il suo spazio nella barberia, gli altri clienti, seduti sulle panche lungo il muro e l’uomo con la schiuma da barba sulla faccia, restano in attesa della risposta. Il barbiere anarchico ama le parole, non si fa gabbare da chi le usa a furbetto.

Che altro aggiungere, dice: siamo all’ultima stazione di una lenta e pervasiva campagna di colonizzazione culturale, giocata con arguzia tra le pieghe dell’ingiustizia, come una forbice gentile infilata in quelle pieghe a spalancare il baratro, a cementarlo di certezze assolute e ignoranza arrogante, a certificarne la necessità storica. Come se esistesse una necessità storica che guida la mano dei crudeli, simile a una divinità invisibile del progresso, ad esserlo senza remore, senza più infingimenti, senza temere coscienza né conseguenze. Se Dio non esiste tutto è permesso. Soprattutto nel nome di un Dio suprematista, razzista, feroce, che se esistesse davvero e dettasse le regole del mondo sarebbe davvero preferibile l’estinzione.

Che fare? C’è sempre nel gruppo di ragionatori, uno che somiglia a Lenin. Fa da contrappunto al barbiere anarchico: sembrano personaggi teatrali per quanto l’uno dia il tempo all’altro. Risposta: decolonizzare la mente, primo passo. Fare del pensiero un’azione e non una tiritera virtuale, nell’adorazione del mito della fretta, della velocità suprema, del tempo che si restringe e certifica un unico presente in cui memoria e futuro spariscono, cancellati da un principio di obbedienza che non ha bisogno di sogni ma di dormienti, non ha bisogno di domande ma di risposte clonate, non ha bisogno di sguardi che attraversano orizzonti e scovano dettagli ma di occhi spenti su schermi piatti.

Decolonizzarla dal fatalismo, dalle parole che soggiogano l’anima, anche da quelli che denunciano l’uso di parole che tengono il mondo in ostaggio, ma per farlo non pensano sia utile azzerare tutto, fare tabula rasa, rimettere in gioco idee e futuro, utopia, sogni e parole giuste per riprendersi la vita, per toglierla dalle fauci di un progresso che ci sta togliendo il respiro e la parola, il diritto di esercitarla, il dovere di pensare e di agire di conseguenza senza passare per le app dell’obbedienza, e per la lingua del padrone.

Insomma, dice Lenin, gira che ti rigira sempre lì torni, ai poteri forti, e a tutta quella costruzione che tiene in piedi questo circo, secondo te, e che plagia la realtà fino a farla diventare qualcosa di estraneo anche a chi ce l’ha davanti agli occhi. Sai che dico? Poveri noi, quelli che si sono battuti perdendo ogni battaglia con dignità e coerenza, fino alla sconfitta più feroce di tutte: avevamo ragione allora e abbiamo ragione adesso. Dietro le verità apparenti, quelle pompate dalla televisione e dall’ignoranza stratificata, ha agito un vero e proprio complottuccio dei mediocri al servizio di chissà chi (complotto per questi quaquaraquá è troppo…). Forse neanche al servizio di qualcuno in particolare, ma sicuramente persone di poco onore – nonostante le dichiarazioni pompate dai media – che si sono distinte per obbedienza, per servilismo, per aver messo l’intelligenza a favore di un sistema truce che ogni tanto appare chiaro, ma che anche quando non si palesa di genocidio e ferocia come a Gaza, è ugualmente atroce, ingiusto, banalmente un male del nostro tempo.

I dormienti sono tornati a dormire vite senza sogni. Riprende a tagliare veloce – zac zac zac – il barbiere. E la realtà è una schermata di telefonino. L’uomo che obbedisce di continuo ha in sé la potenza filosofica del superamento del vecchio concetto alla San Tommaso: non ci credeva se non la vedeva. Ora funziona felicemente così: non la vede se non ci crede. E la vede con chiarezza questa realtà in cui deve credere sulla parola. Su quella parola che la evoca e la fa esistere.

Lenin tace. Il barbiere finisce l’ultima barba, saluta gli astanti e comincia a spegnere le luci. A domani, battaglieri: quando Amazon verrà a farvi la barba a casa con il barbiere artificiale, mi rimpiangerete.

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