
«Il proliferare di nuovi confini tra Paesi, sistemi economici e territori in quello stesso mondo che, pochi decenni fa, dichiarava di aver assoggettato alle norme del diritto internazionale l’intero ordine mondiale. Ma anche la forza di potentati statuali, subnazionali, asimmetrici o addirittura privati che ambiscono a plasmare questi nuovi confini».
«I confini più pericolosi del mondo – Da Russia e Ucraina a Israele e Palestina. Le frontiere più calde di un mondo in fiamme», racconta Andrea Muratore. «Possiamo definire “confini” ancora validi quelli stravolti da attori come lo Stato Islamico in Medio Oriente o Boko Haram in Africa centrale? Oppure possiamo ritenere complete le statualità di quegli attori, anche vicini al tessuto economico e politico occidentale, come Colombia e Messico, in cui le forze del narcotraffico e della guerriglia creano Stati nello Stato?». O pensare la Venezuela di Maduro sotto minaccia della strapotenza statunitense esibita da Trump.
Nuove grandi ‘dinamiche geoeconomiche’ oltre gli Stati. Dalla corsa all’intelligenza artificiale alla rivalità globale per l’energia, dove giocano un ruolo decisivo «l’azione di potentati economico-industriali privati che, con le loro iniziative, creano confini e connessioni di fatto tra Paesi, includendo ed escludendo interi sistemi come fanno le frontiere tra le nazioni?». E tutto questo accade in una fase in cui la globalizzazione è segnata da ‘dinamiche competitive e repentini cambiamenti’. Mentre si sgretola a colpi di continue violazioni il principio generale su cui si fondava la narrazione della ‘comunità internazionale’ recitato dal credo della globalizzazione.
Nel mondo d’oggi si moltiplicano le ex frontiere diventate ‘linee d’urto’ tra potenze di varie dimensioni, proprio mentre l’economia globale presenta tassi crescenti di scambi commerciali, e i ‘movimenti umani’. La tento demonizzate migrazioni, non si arrestano. «Viviamo in un’epoca in cui gli scambi, i consumi energetici e le migrazioni raggiungono livelli record — segno di profonde interconnessioni — ma il clima geopolitico è tra i più instabili dalla fine della Guerra Fredda, se non dalla Seconda guerra mondiale. Un mondo senza confini in cui i confini si moltiplicano. E in cui il concetto stesso di confine diventa l’emblema di un apparente paradosso, di uno iato tra la realtà che viviamo e i costrutti teorici: una metafora delle dinamiche di potere e della competitività», la sintesi di Muratore.
«Un mondo che predica le frontiere infinite dell’innovazione come fonte di emancipazione per persone e popoli e che cavalca la rivoluzione dell’intelligenza artificiale si trova a fare i conti con frontiere chiuse e nuovi muri». Un lungo elenco solo come assaggio. Dai celebri e spesso fallimentari muri fisici come quello tra Messico e USA, avviato da Bill Clinton e cavallo di battaglia di Donald Trump; quello spagnolo di Ceuta; a quelli politici, spesso più strategici. L’attualità stretta delle Repubbliche del Donbass, secessione indotta dalla Federazione Russa, o la spartizione di Paesi in guerra civile come il Sudan, le barriere create da sanzioni economiche o dall’esclusione di intere economie. Rivendicazioni territoriali e la guerra come strumento politico che credevamo di aver cancellato.
Smentiti dalla ‘Geneva Academy of International Humanitarian Law and Human Rights’ con un mondo che oggi deve confrontarsi con un numero record di conflitti attivi: tra 45 e 56, con un rinnovato espansionismo di Stati come Azerbaigian, Russia e Israele.
L’impatto tra cultura globalizzata e realtà locali ha alimentato nuove rivendicazioni autonomiste. «Senza le tensioni del mondo globalizzato, non avremmo avuto i rinnovati casi di secessionismo che in Europa hanno portato collettività come Catalogna e Scozia ad accarezzare l’indipendentismo come risposta ai marosi della crisi globale.
Infine, l’impatto delle grandi interconnessioni infrastrutturali, fisiche e digitali, e il divario tra grandi centri urbani globalizzati e retroterra periferici sempre più distanti per opportunità e crescita, stanno ridisegnando gli equilibri del mondo. Le nuove rotte commerciali, soprattutto marittime, stanno creando rapporti di forza in continua evoluzione, tracciando nuovi confini — visibili e invisibili — nell’ordine internazionale».