
Analisti al lavoro e diagnosi nefasta: la diplomazia pubblica condotta dal governo e dalle istituzioni durante i due anni di offensiva israeliana a Gaza adottata dall’esecutivo guidato da Netanyahu per promuovere a livello internazionale l’immagine di Israele e delle sue azioni a Gaza, è stata un fallimento totale. 136 pagine del «Grande Rapporto della Hasbara» senza margini di dubbio o possibilità di mediazione. «Il fallimento del 7 ottobre non è stato solo militare, ma anche comunicativo, percettivo e morale». «Nell’era mediatica odierna, l’emozione prevale sulla logica», sostiene l’analista Munir Dahir, tra gli autori del rapporto. Con una attenuante sottotraccia svelata da Michele Giorgio sul manifesto.
«Per Dahir, a generare l’onda di sdegno globale che ha accompagnato le varie fasi dell’offensiva contro Gaza non sarebbero state le decine di migliaia di morti palestinesi innocenti, tra cui bambini, né la fame causata dalla chiusura dei valichi, né gli ospedali danneggiati e circondati, e neppure gli oltre due milioni di civili costretti a scappare da un punto all’altro della Striscia su ordine dell’esercito. Il merito, sostiene, è tutto di Hamas, che avrebbe avuto la capacità di «presentare gli abitanti di Gaza come vittime», mentre Israele appariva a gran parte del mondo come una macchina potente e priva di empatia. E dove non c’è empatia, non può esserci legittimità». Gli abitanti di Gaza non erano vittime? Una mossa abile ed ingannevole di Hamas?
Le considerazioni di Dahir non sono isolate in Israele. Negando o ridimensionando la gravità di quanto è accaduto e accade a Gaza, si sostiene che la catastrofica caduta dell’immagine di Israele, specie in Occidente, «sarebbe avvenuto esclusivamente per la presunta abilità dimostrata dal movimento islamico nel presentare la Striscia in una certa maniera». L’avvio di fatto della campagna elettorale da parte di Netanyahu e complici di governo. E di corsa il ministero degli Esteri tiro fuori dal disastrato bilancio 2025, mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) per il rafforzamento della ‘hasbara’. Per lo stesso fine, il governo nel suo insieme spende circa 40 milioni di dollari.
Arruolamento o corruzione, se preferite, per la collaborazione di influencer nei paesi oggetto della campagna mediatica e con l’aiuto di «celebrità arabe» per migliorare l’immagine di Israele e spezzare l’alleanza tra «islamisti e sinistra, tra verdi e rossi». Il campo di battaglia digitale, naturalmente, è quello più coinvolto. Eurovision News Spotlight riferisce che l’Israel Government Advertising Agency nota come ‘Lapam’, utilizza le piattaforme pubblicitarie di Google e Meta per promuovere le versioni del governo Netanyahu. Il Google Ads Transparency Center riporta che, nel 2024, Lapam ha sponsorizzato 2.000 annunci, 900 dei quali rivolti alla popolazione nazionale e 1.100 a un pubblico internazionale in paesi selezionati.
Le strategie di gestione e di controllo della Striscia di Gaza dettate dagli Stati uniti ‘soffrono’. Secondo il Washington Post, il Centro di coordinamento civile-militare (Cmmc) inaugurato dagli Stati uniti a Kiryat Gat, in Israele, starebbe elaborando nuove strategie per gestire Gaza. Progetti che terrebbero ai margini Tel Aviv. Ma la direzione dell’agenzia è definita «caotica e confusionaria». E il presidente Trump sta tentando di ottenere un mandato dalle Nazioni unite affinché gli si riconosca ufficialmente controllo e gestione di Gaza. Nonostante gli Stati uniti di Trump abbiano mortificato in tutti i modi l’Onu in quanto istituzione, mettendo in discussione la sua indipendenza e accusando le agenzie di «terrorismo pro-Hamas»,
L’Onu come garante preteso da quasi tutti i Paesi arabi coinvolti nella forza internazionale di stabilizzazione (Isf), quella che dovrà controllare la Striscia, assicurare il disarmo di Hamas e la distruzione delle sue infrastrutture. Tutto sempre sotto il controllo diretto di Trump e del suo «Board of Peace». Poi il fronte degli aiuti umanitari, arma crudele usata ancora dagli israeliani. Da subito un ridimensionamento del ruolo di Israele nelle decisioni riguardanti la tipologia e l’ingresso dei soccorsi a Gaza, chiedono i 40 tra Paesi e organizzazioni internazionali operativi sul campo. Israele ovviamente si oppone e per la sua opinione pubblica (come detto sopra’, cerca di minimizzare: «l’ingresso degli aiuti saranno effettuati esclusivamente da organizzazioni internazionali approvate da Israele».
Diatriba solo un «teatrino» per ottenere l’avallo Onu? »Gli Usa hanno già dichiarato che intendono affiancare all’Onu agenzie evangeliche come la Samaritan’s Purse simili alla Ghf, la fondazione israelo-statunitense che ha trasformato in trappole letali la fornitura degli aiuti umanitari», denuncia Eliana Riva. A quasi un mese dall’inizio del cessate il fuoco e si discute ancora di cosa dovrebbe entrare a Gaza. Mentre la popolazione continua a morire di stenti, di malattie e di bombe. L’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto di nuovo di garantire un corridoio umanitario per i feriti e i malati gravi che necessitano di cure che non possono ricevere nella Striscia. È l’ennesimo appello affinché venga aperto a tutta le evacuazioni mediche il valico di Rafah. Secondo l’Onu circa 16.500 attendono di essere trasportate e curate all’estero.
Secondo le Nazioni Unite, ottobre è stato il mese più violento degli ultimi vent’anni in Cisgiordania: 264 aggressioni dei coloni israeliani contro palestinesi, con morti, feriti e distruzioni. L’Onu ha denunciato una «crescita senza precedenti della violenza», con quasi 7mila attacchi dal 2006, un quarto dei quali soltanto nel 2025. Le aggressioni, spesso avvenute sotto la protezione dei militari, hanno costretto oltre 3.200 palestinesi a lasciare le proprie case, causando decine di morti, centinaia di feriti e la distruzione sistematica di abitazioni, veicoli e uliveti. Tra le vittime di quest’anno ci sono 42 minori. L’Onu segnala anche più di 350 episodi di vandalismo e furti, e l’avvelenamento o l’abbattimento di 1.200 ulivi.