Mocassini a punta con le nappine

Quando sono entrati nelle case i mocassini a punta con le nappine la storia ha tremato. Un vibrare di sentimenti contrastanti, tra le tendine ricamate e le vetrinette. Con un contraltare di sbigottimenti soddisfatti, profumati di finta pelle di coccodrillo e con i gradi necessari della divagazione militare. Che a sua volta prendeva piede, è il caso di dirlo, e anche altro, dalla nappologia religiosa. Tra preti e colonnelli, i mocassini a punta hanno fatto il loro ingresso feroce, bellico, in case di bellezza semplice, di scarpe efficaci da non scorticare giocando a calcio.

Il primo a calzarle fu il padre. Sognante di domenica, prima delle pastarelle, dopo aver studiato a dismisura la grazia necessaria e americana del tippetappe di fredaster. Con le trippe eccessive e senza la necessità di sbigottire.

Tanti anni dopo avrei rimpianto quel dolore acuto dei mocassini a punta. Stretti e feroci, con le nappine come ornamento di guerra e di benedizione. Avrei rimesso nel cassetto della mia rabbia quella rabbia. Dopo aver visto il mondo disegnato dalle spalline trasparenti delle giovani ragazze, imprudenti nel mostrare senza mostrare, nel celare per finta. Dopo aver visto le loro madri farne una bandiera da serate scollate, di nudità sublimata.

Il tempo ha cicatrizzato il divertimento ed è caduto il velo. Le spalline trasparenti e il mocassino a punta forzavano con curiosità il mondo sconosciuto dell’avvenire, fuori dai meccanismi della cultura popolare, in un adeguarsi a scomodità in cambio di una rassegnata omologazione allo stile, alla moda. Ma erano pur sempre un gioco di domande al futuro. Oggi rimpiango quei passaggi ancora ingenui, lo spettacolo del perdere di vista la vita in cambio dell’illusione di benessere.

Un’illusione che nel tempo è diventata conformismo feroce, e poi ossessione, perdita di politica, di capacità di vedere ciò che conta e ciò che non conta, ciò che è bene comune e ciò che fa gli interessi privati di pochi.

Poi l’ossessione è diventata obbedienza. Il rumore ha sostituito il suono della fisarmonica che rendeva felici i balli in campagna. La massa, anche grazie alla mossa ingenua del mocassino a punta, ha sostituito il popolo. La diversità, la bellezza, la semplicità delle cose dolci della cultura popolare hanno perso valore. Lo scintillare della molteplicità è diventato unicità. Un modo di essere, di vivere, di galleggiare sui social, di essere nel virtuale, di non essere nel reale, di non potersi più differenziare se non sui binari conformi del già definito come trasgressivo, artistico, diverso, innovativo. Sul filo teso di una cultura dell’intrinsecamente pubblicitario che non conduce al mondo reale, ai suoi bisogni, ai desideri, all’etica, alla memoria e alla capacità di capire le circostanze, ma rimane nel circolo della virtualità sensoriale. Quindi nel disimpegno, nel divertimento, nella futilità, codificando la dichiarata rinuncia a qualsiasi ideologia, e idea, quindi rinunciando al senso delle cose, al futuro, alla costruzione di ciò che è buono e ciò che è giusto.

La mossa del cavallo del progresso ci ha preso alla sprovvista. Ripartire a piedi nudi e cuore puro. Senza centomila selfie ammiccando di spalle col bicchiere in mano a fingere una felicità stretta, troppo stretta, come i mocassini a punta. Mentre fuori precipita la vita. La nostra vita.

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