
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, a fine anno il rapporto debito/Pil di Londra sarà al 103,4% e salirà di ulteriori 2 punti entro il 2030, consolidando una situazione di crescita stagnante, alto indebitamento e fragilità strutturale delle finanze pubbliche. Il debito in rapporto al Pil è cresciuto incessantemente dalla Grande Recessione a oggi, dal 2005 siamo infatti vicini al +150%, il dettaglio di Andrea Muratore su InsideOver. Le previsioni parlano di un buco di 50 miliardi di sterline. Per coprirlo servono nuove tasse, scelta che però rischia di aggravare la già debole crescita britannica. Il Paese si avvita così in una spirale di ‘stagflazione’: inflazione alta, crescita bassa e pressione fiscale crescente
La Cancelliera dello Scacchiere, Ministro delle Finanze, Rachel Reeves ha parlato di ‘scelte dure’ che il governo dovrà fare, facendo trapelare la prospettiva che il governo alzi di circa 26 miliardi di sterline (oltre 30 miliardi di euro) le tasse per evitare una nuova politica di austerità. Una politica ‘tax and spend’ (imposte per finanziare servizi pubblici, programmi o progetti governativi). Il governo vuole investire nel sistema sanitario nazionale, tutelare il welfare dei cittadini e tenere sotto controllo il debito e per farlo potrebbe dover compiere misure come alzare di 2 penny per sterlina l’imposta sul reddito in buona parte delle buste paga. Una dolorosa violazione del manifesto elettorale di non aumentare l’imposta sul reddito, l’IVA o l’assicurazione nazionale per i lavoratori.
Imperativo fermare un ‘fardello debitorio’ che si accumula anche per effetto dei dazi Usa, e rischia di gravare sull’intera economia del Regno Unito. Londra paga per il suo titolo decennale, una cedola del 4,4%, di un punto superiore a quella dell’Italia. Il Daily Telegraph ricorda che 100 miliardi di sterline l’anno sono divorati dal bilancio pubblico dai costi di servizio del debito. E questo rappresenta un pregiudizio per l’intera politica economica del Regno, fuori dall’Ue ma classificabile come ‘malato economico d’Europa’ assieme alla Francia. In cui alto indebitamento e bassa crescita si sommano in un clima di sfiducia. Mentre i governi di Londra e Parigi subiscono le attenzioni interessate dell’estrema destra pronta a approfittare elettoralmente dei loro shock.
Il Regno Unito paga oggi il prezzo di anni di incertezze politiche (dalla Brexit al caos post-pandemico di Boris Johnson) e di politiche fiscali sbilanciate. Resta il ricorso al Fondo Monetario Internazionale. Un colpo geopolitico per una nazione che, dopo la Brexit, aveva proclamato la propria autonomia strategica. Londra, che un tempo si presentava come centro finanziario globale, si ritroverebbe sotto la tutela di un organismo multilaterale dominato da Washington e dagli equilibri internazionali. Il paragone con il 1976 non è solo una suggestione storica. È un monito: quando un Paese perde il controllo del proprio debito e della fiducia dei mercati, la politica interna non basta più. Il Regno Unito si avvicina a un punto di rottura, in cui la sovranità economica rischia di dissolversi nelle aule del Fondo monetario internazionale.
DUE CONTI IN STERLINE
Crisi economica segnata da crescita lenta, inflazione elevata, debito pubblico in aumento e un peggioramento della bilancia commerciale post-Brexit. Un problema crescente è la ‘crisi del worklessness’, un numero crescente di persone in età lavorativa si ritira dal mercato del lavoro per motivi di salute.