Repubblica Ceca: tra destra e sinistra populisti vincenti?

Crisi di sistema delle democrazie postindustriali europee. Anche la Repubblica Ceca sta per cadere nelle mani dei ‘populisti’. Oggi secondo giorno di voto e i sondaggi danno tutti per vincente il miliardario Andrei Babis, una specie di Trump in salsa slava.

I numeri del passato governo

La Camera bassa del Parlamento ceco per la quale si vota è composta da 200 seggi e viene rinnovata ogni quattro anni, con un sistema proporzionale. È quella che, rispetto al Senato, detiene i maggiori poteri legislativi e che controlla, di fatto, la formazione del nuovo governo. È prevista una soglia di sbarramento del 5% per i singoli partiti e del 7% per le coalizioni (fino a due sigle). Mentre per i raggruppamenti di tre partiti, lo sbarramento sale all’11%. Attualmente la Repubblica Ceca è guidata da Petr Fiala, leader dell’ODC, il Partito Civico Democratico, che possiamo senz’altro definire europeista, atlantista e massicciamente impegnato negli aiuti all’Ucraina. Tutte caratteristiche che, in tempi di vacche grasse, sono state in massima parte ampiamente accettate e digerite dall’elettorato. Ma che, con l’incalzare della crisi economica, l’esplosione delle spese per il riarmo e il continuo ‘battere cassa’ da parte di Zelensky per una guerra senza fine, cominciano a essere rimesse decisamente in discussione. D’altro canto, l’attuale maggioranza di governo si è retta finora sul filo del rasoio. Mettendo assieme l’ODS e una sequela di partiti e partitini, si arriva a 104 seggi su 200. Per restare al potere e assolvere ai suoi obblighi verso Bruxelles (Nato e UE) e verso Kiev, Fiala ha dovuto fare acrobazie, collegando i suoi 34 seggi ai 23 di KDU-CSL (i cristiano-popolari), ai 14 dei conservatori di Top 09 e ai 33 di STAN (Sindaci e Indipendenti). Un guazzabuglio assemblato apposta per arginare le velleità di Azione dei Cittadini Insoddisfatti (ANO, 72 seggi, il partito di Babis). Che ha fatto opposizione con SPD (l’estrema destra di Libertà e Democrazia Diretta, 20 seggi) e con i Pirati (Ambientalisti, 4 seggi). Adesso, però, il quadro politico è decisamente mutato.

 I sondaggi inquietano Bruxelles

«Elezioni ceche, lo spettro di Andrej Babiš preoccupa l’UE (e l’Ucraina)». Titola così il suo report Euronews, analizzando le elezioni del momento, e chiarendo che «le urne potrebbero sancire il ritorno al governo del miliardario nazional-populista alleato di Viktor Orbán, ex Premier dal 2017 al 2021. Ostile al sostegno occidentale a Kiev, il leader dell’ANO incrinerebbe ulteriormente l’unità dei Ventisette in politica estera». Dunque, anche questa volta, come già accaduto per altre elezioni, specie nell’Europa centro-orientale, il tema del formidabile sostegno finanziario all’Ucraina torna in primo piano. E diventa tra i principali leit motiv della campagna elettorale. Il problema vero è che complica qualsiasi chiave di lettura politica, perché il consenso o il dissenso nei confronti della strategia di Zelensky solo in effetti trasversali. Cioè, generalmente non dipendono solo dalla matrice ideologica del partito che li esprime. Per cui, potrebbe essere senz’altro un errore etichettare come ‘populisti’, voti che in effetti hanno altre origini e finalità. Comunque, se Kiev è una discriminante, allora il prezzo da pagare per le democrazie europee comincia a diventare troppo salato. «Tutte le Cancellerie dell’UE avranno gli occhi puntati sulla Repubblica Ceca il prossimo 3 e 4 ottobre – scrive ancora Euronews – per seguire con il fiato sospeso le elezioni parlamentari che potrebbero riportare al potere Andrej Babiš , il leader populista ed euroscettico che strizza l’occhio a Viktor Orbán e potrebbe mettere non pochi bastoni tra le ruote alla politica estera dell’UE, soprattutto sul dossier ucraino». E i timori sono in parte fondati, dato che i polls vedono il partito di Babis attestarsi intorno al 30%. Certo, non basta. Ma il ‘Trump slavo’ potrebbe benissimo azzardare un’alleanza con i ‘destri-destri’ di SPD e sfondare la fatidica muraglia dei 100 seggi. Con grande costernazione della Von der Leyen e (prevedibile) piacere di Vladimir Putin.

La crisi spariglia gli schieramenti

Se c’è un fenomeno critico che attanaglia visibilmente la vecchia politica europea è quello che riguarda i partiti di massa. Non riescono più a rappresentare una società frammentata da interessi diversi e multiculturali. La iperdivisione del lavoro ha praticamente polverizzato le vecchie categorie sociali. E oggi i classici concetti di ‘destra’ e ‘sinistra’ diventano più difficili da definire. L’attuale Premier ceco, Pete Fiala, è, nei fatti, un conservatore (per usare un eufemismo). Guida un governo di coalizione di centro-destra, grazie all’ alleanza tripartita ‘Spolu’ (Insieme) col Partito liberale dei Sindaci e degli Indipendenti (STAN). In Europa, è alleato di Giorgia Meloni nei Conservatori e Riformisti Europei (ECR). Eppure, in questo momento, rappresenta l’unica speranza, per la Von der Leyen, di arginare il ritorno di Andrej Babis. Che non vede l’ora di bloccare qualsiasi nuovo esborso di aiuti finanziari per Kiev. Ha un problema ideologico contro l’Ucraina? È un amico di Putin? Niente di tutto questo. Babis gioca a poker con la politica e lo fa sapendo di avere in mano degli assi già serviti. La sua equazione è semplice: di fronte alla grave crisi economica e a quella energetica (ancora più grave) non c’è battaglia patriottica che tenga (fra l’altro straniera) davanti al ‘popolo delle bollette’. Se vince lui, Zelensky si potrà scordare tutti i dollari promessi. Che invece andranno ai programmi sociali cechi.

La possibile coalizione

«Una possibile configurazione – suggerisce Euronews – potrebbe vedere l’ANO allearsi con partiti più piccoli, come il partito di estrema destra Libertà e Democrazia Diretta (SPD, con sondaggi superiori al 12%), il fronte di sinistra radicale e filorusso ‘Stačilo’ (Basta), o il neonato Partito degli Automobilisti (Auto), con sondaggi tra il 5 e il 7%». Certo, da Bruxelles ribattono con le solite osservazioni: Putin sta per attaccareci, la guerra in Ucraina salva l’Europa perché tiene impegnata la Russia, ogni giorno compaiono droni (veri o fasulli) che arrivano sicuramente da Mosca, gli aerei russi hanno violato per alcuni chilometri l’Estonia e vicino all’Alaska volavano bombardieri con la stella rossa.

Per dirla come quel genio della diplomazia del Cancelliere tedesco Friedrich Merz, «forse la Germania non è più in pace con la Russia». Stupendo. Sembra l’epilogo di una barzelletta ‘cold’, più britannica che teutonica. Perché, con personaggi del genere, purtroppo, i populisti europei, siatene certi, continueranno a dilagare come un tappeto di porcini all’ombra di querce secolari.

 

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