Siria a ‘democrazia islamizzata’ alla prova del voto

Domenica si vota nella nuova Siria di al-Sharaa. Una prova sul campo dei progressi sulla strada della democrazia, che vede coinvolti gli ex seguaci di al Qaida. Arrivati al potere, dopo la sanguinosa e fulminea defenestrazione di Assad, telecomandata da centrali estere, Turchia in testa.

Elezioni ‘a scartamento ridotto’

Quelle siriane sono consultazioni elettorali decisamente particolari. Almeno per gli standard occidentali. Ma dopo lo sgambetto fatto a Iran e Russia (di questo si è principalmente trattato) gli americani e gli europei avevano bisogno di dare una mano di vernice fresca al nuovo regime. Che resta, come vedremo (e ritengono soprattutto i Servizi segreti americani) un attore scarsamente affidabile. Se non proprio pericolosamente ambiguo. La Commissione elettorale parlamentare siriana ha predisposto un elenco di candidati, approvandone 1.578 (con il 14% di donne), dopo una discutibile ‘preselezione’. Pensate che, non appena sono stati pubblicati I nomi ‘autorizzati’ (lunedì scorso), contestualmente è cominciata quella che pomposamente è stata definita ‘campagna elettorale’. E che durerà la bellezza di un paio di giorni, nei 50 distretti previsti per il voto. Ma non si tratta dell’unica macroscopica ‘anomalia’. Le elezioni sono uno step nella transizione politica e avvengono sotto l’egida di una Costituzione temporanea, che ha previsto un Parlamento ad interim. Il problema vero, però, è che per la Costituzione definitiva potrebbero passare anni. Inolre, e per farla completa, le elezioni assegneranno solo 140 dei 210 seggi previsti. I restanti 70 saranno nominati direttamente da al-Sharaa.

Si smobilita in Irak e si rimane in Siria

Il contingente militare statunitense spedito in Iraq per combattere le milizie dello Stato Islamico sta ridislocando le sue forze. L’obiettivo è quello di passare la mano e responsabilizzare i governativi di Baghdad, impiegandoli in prima linea nella lotta alle cellule residue dell’Isis. Ma le truppe americane non torneranno oltre oceano, dato che secondo i piani del Pentagono verranno riallocate, in parte, nello stesso Irak. Il grosso delle unità, invece, si trasferirà nel nord della Siria, nell’area controllata dalle forze curde. «Secondo quanto confermato martedì da un alto funzionario della Difesa statunitense – scrive il think tank al-Monitor – il trasferimento in corso vedrà la maggior parte dei circa 2.000 militari americani rimasti in Iraq consolidarsi a Erbil, nella regione settentrionale del Kurdistan. Anche il quartier generale si sta preoccupando di concentrarsi sulla fragile situazione di sicurezza in Siria dopo il rovesciamento del regime di Bashar al-Assad da parte dei ribelli islamici alla fine dell’anno scorso. Il personale americano ha fatto i bagagli e ha abbandonato la base aerea di Ain Al-Asad nella provincia irachena di Anbar e il complesso di Camp Victory a Baghdad, in seguito a un accordo raggiunto lo scorso anno tra l’Amministrazione Biden e l’attuale governo iracheno».

Le preoccupazioni Usa per Damasco

A Washington, dalla Casa Bianca, al Pentagono fino al Dipartimento di Stato, la nuova Siria viene guardata con circospezione. Anzi, con sospetto. Bruciati da anni di ‘frequentazioni’ con i fondamentalisti islamici e con il loro modo di pensare, molti funzionari dell’Amministrazione Trump semplicemente non si fidano di al-Sharaa. E, in effetti, al di là delle sue buone intenzioni (tutte ancora da dimostrare), la domanda decisivo è se il nuovo leader della Siria sia in grado e abbia la forza di controllare un Paese polverizzato in fazioni. Perché, e gli americani lo sanno, il tribalismo è il sale della vita politica siriana, e ogni giorno potrebbe essere quello buono per veder divampare una nuova devastante guerra civile. Nei mesi passati, sono scoppiati scontri etnici, degenerati successivamente in selvagge battaglie tribali che hanno lasciato sul terreno centinaia di morti. Si sono avuti veri e propri eccidi di massa nell’area alawita di Aleppo e, più recentemente, nella regione drusa di Suweyda, a sud-ovest di Damasco. Ma il timore è che l’instabilità, primo o dopo, si possa estendere anche nel nord-est, cioè nelle zone controllate dalle milizie curde. Sotto la supervisione dei soldati americani.

L’US Army resta nel nord della Siria

Rispetto a quanto era stato promesso nel passato, le forze americane resteranno nel nord della Siria. E, attenzione: in numero ben superiore a quanto finora era stato comunicato (900). Si parla, infatti, di un contingente che arriva a 2000 uomini e che non può essere ritirato, per molti motivi. Tattici e strategici. Nominalmente, le truppe Usa sovrintendono alla custodia dei campi di detenzione dei prigionieri ex Isis. Parliamo di al-Roj e al-Hoj, strutture che, secondo i funzionari del Pentagono, da tempo fungono da incubatori per la prossima generazione di terroristi dell’Isis. Ne rimangono nei due campi meno di 30 mila, di cui la metà è di nazionalità diversa da quella siriana o irachena. E, dunque, andrebbe rimpatriata. Tuttavia, i soldati di Trump non si muoveranno dalla Siria perché si profila una resa dei conti tra i combattenti curdi e il nuovo esercito governativo di al-Sharaa. Quest’ultimo dovrebbe disarmare i curdi e integrarli nelle proprie forze armate.

Ma i “peshmerga” non si fidano e non ne vogliono sapere. In mezzo ci sono gli americani, che non sanno che pesci pigliare e temono di veder precipitare la Siria, per l’ennesima volta, in un calderone infernale, ribollente di scontri settari che non hanno fine. In questo clima, di tutti contro tutti, si andrà a votare domenica prossima

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