
Il presupposto è la traballante e ancora incerta formazione e sopravvivenza del nuovo governo di Sébastien Lecornu, il quinto primo ministro sotto la presidenza di Emmanuel Macron che rischia di essere bruciato anzitempo se non otterrà fiducia e maggioranza all‘Assemblea. Fiducia e maggioranza appese alla benevolenza e alla ‘non sfiducia’, italianissima formula ormai entrata nel politichese transalpino, dell’estrema destra di Marine Le Pen, il gruppo maggioritario.
Che fare? Lo stratagemma politico passerebbe per una via, per così dire, «giudiziaria». Occorre ricordare che Marine Le Pen è stata condannata a cinque anni di interdizione e di ineleggibilità nel processo per assunzioni fittizie al partito fatte a spese del parlamento europeo e che la pena, in attesa del processo d’appello, è immediatamente esecutiva. Questo in forza di una norma approvata tempo addietro, paradossalmente sostenuta anche dalla Le Pen, ma molto discussa in quanto colliderebbe con la presunzione d’innocenza e con il senso stesso di un processo d’appello. In pratica, in attesa che la sentenza sia confermata o annullata, si sconta lo stesso la pena. Ma se si trovasse un escamotage, genere norma retroattiva per Marine Le Pen, come non provvedere anche alla salvezza giudiziaria di Nicolas Sarkozy? Tanto più che l’ex presidente – dopo la condanna a cinque anni nella vicenda dei presunti finanziamenti ricevuti dal presidente libico Gheddafi – dovrebbe entrare prossimamente nelle patrie galere.
Come ovvio, un’ipotesi del genere fa drizzare i capelli a giuristi, puristi, moralisti, giacobini e giustizialisti, ma è un fatto, anzi sono due fatti, che fanno discutere l’opinione pubblica e hanno aperto il vaso di Pandora del rapporto fra giustizia e politica. Ci si interroga, in buona sostanza, se sia anche logico e accettabile che Marine Le Pen, capo del più forte partito di Francia, candidata per la terza volta alle presidenziali del 2027 con buone probabilità di vittoria, azzoppata politicamente in quanto ineleggibile anche come semplice deputato, debba essere esclusa dalla corsa in forza di una normativa discutibile. Salvo ovviamente una condanna definitiva. E ci si chiede altresì se un ex presidente della Repubblica, per quanto in odore di corruzione in diversi processi a suo carico, debba subire l’onta del carcere anche prima del processo d’appello.
Certo è che il prossimo primo ministro, che sta faticando non poco a strappare un accordo di non censura al Partito Socialista (Ps) e, ancor più, al Rassemblement National (Rn), avrebbe tutto l’interesse a cavalcare la polemica sull’esecuzione provvisoria, che priva i ricorsi giudiziari dell’effetto sospensivo. Le Point definisce la norma un’arma atomica nella mani dei giudici, tanto più che la legge, anche se cambiata, non potrebbe essere applicata in modo retroattivo. Secondo un’altra interpretazione, si potrebbe studiare una norma a effetto retroattivo in termini per così dire meno restrittivi. Probabilmente, i tempi tecnici non consentirebbero a Sarkozy di evitare il carcere, sia pure per pochi giorni. D’altra parte, una revisione della norma darebbe all’ex presidente altri argomenti per contestare quella che ritiene una persecuzione nei suoi confronti.
Sono comunque in molti, non solo negli ambienti di destra, a criticare questa disposizione, che molti francesi hanno scoperto in occasione della condanna di Marine Le Pen, il 31 marzo, davanti al tribunale penale di Parigi. L’ex primo ministro François Bayrou se ne è indignato domenica 28 settembre. «Se si adotta la generalizzazione del principio dell’esecuzione provvisoria, significa che non è più possibile presentare ricorso. Esiste un appello teorico, ma non un appello reale», ha sottolineato l’ex premier, peraltro egli stesso sotto processo nell’ambito del caso degli assistenti parlamentari europei del Modem ma assolto in primo grado: la procura ha presentato ricorso.
Anche il presidente Macron ha invocato il «diritto di ricorso», come critica implicita all’esecuzione provvisoria. «In uno Stato di diritto, la presunzione di innocenza e il diritto di ricorso devono sempre essere preservati», ha scritto il capo dello Stato su X.
Un altro indizio di una possibile riforma futura: nella sua intervista al Parisien, venerdì 26 settembre, il nuovo primo ministro sembrava lasciare aperta la porta a una possibile revisione del principio dell’esecuzione provvisoria: «Se una legge è oggetto di dibattito, spetta al Parlamento occuparsene». Potenzialmente, una tale riforma potrebbe ottenere il consenso dei deputati del Rn, dei «ciottisti» dell’Udr, dei Repubblicani e del Modem, per un totale di 224 voti. Per raggiungere la maggioranza di 289 voti, basterebbe quindi solo la metà delle truppe macroniste di Renaissance e Horizons. Un orizzonte che potrebbe maturare, se si tiene conto che il premier incaricato si è dimostrato poco aperto alle proposte dei socialisti, il che fa pensare a una strategia di seduzione dell’estrema destra.
Le Point ha indagato sulle valutazioni in seno al Rd, dove si sente dire che la posizione politica non sarà condizionata dal destino giudiziario della Le Pen. «I macronisti cercano con questa idea, come al solito, di dare l’impressione che Marine Le Pen colleghi i suoi “interessi personali” alla sua lotta politica. Ma questo è sempre falso». «Dove la questione si complica – è il commento di Le Point – è nei dettagli della stesura di una legge del genere. In questi tempi di rivolta contro politici giudicati incapaci, è difficile immaginare che i rappresentanti eletti della Nazione si concedano qualcosa che assomigli molto a una legge di amnistia».
Attualmente, per le condanne a pene superiori a cinque anni di reclusione, l’85% delle decisioni è accompagnato dall’esecuzione provvisoria. E più di un quarto delle persone incarcerate sono in detenzione preventiva, quindi presunte innocenti, in attesa del processo o dell’esame del loro ricorso. Senza che nessuno, finora, si sia scandalizzato del fatto che potenziali innocenti si ritrovino in prigione. Comunque vada, la vicenda rischia di lacerare ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.