
Moldovan citizens living in Russia gather outside the Moldovan embassy
Nonostante i forti dubbi che circolavano in base ai sondaggi, avverte il Post, sembra certo che il partito di Sandu riuscirà ancora una volta a ottenere la maggioranza dei 101 seggi del parlamento monocamerale del paese, e che per governare non avrà bisogno di formare alleanze con altri partiti più piccoli. La Moldavia ha 2,4 milioni di abitanti, fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ed è uno dei paesi più poveri del continente europeo. Le elezioni di domenica erano considerate molto importanti, soprattutto per capire se il paese continuerà ad avvicinarsi all’Unione Europea, oppure tornerà sotto l’influenza della Russia.
Il Partito Azione e solidarietà governava il paese dal 2021, quando aveva vinto le elezioni con il 52,8 per cento dei voti. Tutti gli altri partiti moldavi invece sono piuttosto euroscettici o apertamente filorussi. Secondo i sondaggi il PAS era ancora la prima forza politica del paese, ma da qualche tempo era in difficoltà e aveva perso parte dei consensi. In questi anni al governo, tra le altre cose, ha diminuito moltissimo la dipendenza energetica del paese dalla Russia, però non è riuscito a mantenere alcune promesse elettorali, come la lotta alla corruzione e la riforma della giustizia.
Tensioni popolati e scontento avevano fatto crescere il ‘Blocco Patriottico,’ un’alleanza elettorale formata da quattro partiti filorussi guidata da Igor Dodon, a sua volta presidente della Moldavia dal 2016 al 2020, prima di Sandu, poi rieletta lo scorso novembre. Nel suo programma il Blocco sosteneva la necessità di avere relazioni più strette con la Russia, la protezione dei cosiddetti valori tradizionali e un ruolo più neutrale per la Moldavia in politica estera. Prima ancora che cominciasse lo spoglio, Dodon aveva sostenuto di aver vinto le elezioni e aveva invitato i propri elettori a protestare davanti al parlamento oggi.
A urne aperte in Moldavia Pavel Durov ha sganciato una vera e propria ‘bomba’: la Francia avrebbe fatto pressione su Telegram, la piattaforma di messaggistica fondata dal magnate russo con cittadinanza transalpina. Durov scrive che mentre era in arresto in Francia, «i servizi segreti francesi mi hanno contattato tramite un intermediario, chiedendomi di aiutare il governo moldavo a censurare alcuni canali Telegram in vista delle elezioni presidenziali». l governo di Emmanuel Macron gli avrebbe fatto pressione per eliminare dei canali presentati come potenzialmente diffusori di ‘disinformazione’. O, in altre parole, di poter danneggiare le chances della presidente europeista, riporta Andrea Muratore.
Per il fondatore di VK e Telegram, un funzionario dell’intelligence transalpina gli promise un aiuto di fronte ai giudici in caso di collaborazione. Durov ordinò un’indagine a Telegram ritrovando una manciata di canali problematici, prontamente rimossi, salvo poi rifiutarsi di intervenire su una seconda lista comprendente canali che, spiega Durov, «erano legittimi e pienamente conformi alle nostre regole. L’unica cosa che avevano in comune era che esprimevano posizioni politiche sgradite ai governi francese e moldavo». Macron, è un grande sostenitore della presidente Sandu, ritenuta volto dell’europeismo di Chisinau.
Un’accusa durissima, quella dell’imprenditore, che se confermata aprirebbe un’inquietante pagina della presenza di operazioni di condizionamento nei Paesi in bilico dell’Europa orientale. Durov, da sottolineare, ha parlato il giorno delle elezioni parlamentari in Moldavia, a mesi di distanza, dopo esser stato liberato molto dopo la rielezione di Sandu. Certamente le sue parole andranno provate ma ad oggi è difficile dare la Francia al di sopra di ogni sospetto dopo l’ondata di dubbi che circondano la vicenda del fondatore di Telegram, peraltro tutto fuorché assimilabile alla figura di un agente del Cremlino, con cui si è più volte scontrato.
Non è la prima volta che si parla di incontri tra Durov e funzionari dell’intelligence francese durante il periodo di detenzione dell’imprenditore. Parigi, in nome della trasparenza che ogni democrazia dovrebbe garantire, è perlomeno chiamata a dimostrare la falsità delle affermazioni di Durov se le ritiene infondate. Il caso-Moldavia rischia di essere l’ennesima conferma di un difficile rapporto tra i Paesi europei e una libertà d’espressione che sembra più garantita agli amici piuttosto che ai rivali. Un dubbio tutto da provare ma che era comunque necessario riportare.
