Non serve a niente, ma cambia il mondo

La grande stampa italiana si erge coraggiosamente a paladina di una vetrata andata in frantumi alla stazione centrale di Milano o di un cassonetto rovesciato, con un’empatia forte per il diritto degli oggetti e con meno empatia per il diritto alla vita dei bambini palestinesi bruciati vivi. E con zero empatia per il diritto dei popoli oppressi che cercano di sottrarsi dal giogo dell’oppressore.

Non è una novità. Da sempre i media che vantano un certo potere di influenza parteggiano per il cassonetto e non per i senza diritti, i senza casa, i senza lavoro, i giovani senza prospettive di futuro. Sono solidali con chi distrugge la democrazia a suon di fascisterie e non con chi si oppone a questa resa incondizionata.

Non si può fare di tutta l’erba un fascio, sostiene il barbiere anarchico. Ma certo è che il fascio è fascio. E che da tempo per avere spazio e successo devi indossare la camicia nera culturale che non è fatta solo di nostalgie e moschetto. Spesso questa camicia nera, ben abbinata con abiti eleganti, veste anche grandi firme democratiche, quelle benpensanti che dicono e non dicono, raccontando una realtà edulcorata o volgendo lo sguardo altrove con un certo tempismo storico. Pronti ovviamente a raddrizzare lo sguardo sulla base del vantaggio di qualche cambiamento negli equilibri di potere. Ne abbiamo visti di profeti a posteriori, abili a imboscarsi e a disboscarsi a suon di “l’avevo detto io…”

Mentre il barbiere analizza la camicia nera culturale, la novantenne Giuliana sulla soglia di Vald’O compra libri di lotta e spiega che così è sempre stato. Ne ha visti lei di fasci diventati comunisti nel giro di una settimana alla fine della guerra. E di persone di sinistra che si sono convertite al sistema di ingiustizie che regola il mondo, barattando ideologie e storia in cambio di qualche piccolo vantaggio. Mediocri, conclude. Il barbiere se la ride.

Però adesso siamo in una fase nuova. Mentre i media più significativi fanno con saccenza elegante il loro lavoro di obbedienza a quelli che un tempo chiamavamo “poteri forti” (con ragione, visti gli esiti), al servizio di un ceto politico scadente e appiattito su ogni efferatezza, è facile cogliere lo scollamento tra i cittadini scesi in piazza senza partiti e senza i grandi sindacati e il sistema assurdo che ci sta portando ad essere tappetini politici della storia.

Le persone, soprattutto le giovanissime, lottano solo per un richiamo della coscienza. Non è poco, è solo l’inizio. Ma non bisogna smettere di informarsi, di studiare, di comprendere e di fare politica. Senza paura, senza mode, senza pensare che non serve a niente. Perché ciò che il perfido sistema di obbedienze ha costruito è questa struttura assurda del “non serve a niente”, del minimo vantaggio a fronte del bene comune, del potere del denaro intangibile e smodatamente più forte del valore dell’etica, della democrazia, della libertà.

Già, niente serve a niente. Fin quando cambia il mondo, e quel niente è importante.

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