
«Finiremo il lavoro a Gaza, il più velocemente possibile»: ignorando la condanna della comunità internazionale, Netanyahu sfida il mondo con toni bellicosi nel suo controverso ‘intervento-show’ di 40 minuti all’Assemblea generale dell’Onu. Fuori, a Times Square, davanti al suo hotel e al Palazzo di Vetro, centinaia di manifestanti marciano e protestano chiedendo il suo arresto per crimini di guerra. ‘Stop aiuti a Israele’, ‘Basta affamare Gaza’, ‘Free Palestine’, gridano mentre alcuni di loro vengono arrestati. L’amico Trump fa quello che può. Dentro il Palazzo di Vetro invece più di 100 diplomatici di oltre 50 Paesi – non solo quelli con popolazione a maggioranza islamica – abbandonano l’aula all’ingresso di Netanyahu tra fischi e buu. Tra loro, in mezzo al pubblico, anche Ruby Chen, padre dell’ostaggio israeliano Itay Chen, in segno di protesta perché Netanyahu non ha nominato il figlio nella lista dei prigionieri perché ritenuto morto. Gli applausi arrivano solo dalle delegazioni americana, senza l’ambasciatore Mike Waltz, e israeliana.
E Netanyahu, incurante dell’ostilità che lo circonda, parte all’attacco come a Gaza, senza badare agli ‘effetti collaterali’ di plateali bugie e infantili rivalse polemiche. All’inizio del suo discorso snocciolato l’elenco delle sue guerre, vantate come successi di Israele contro l’Iran, gli Houthi in Yemen, in Siria e contro i leader di Hamas a Gaza, e mostra la sua ‘mappa del terrore dell’Iran’. Libano non citato e Cisgiordania omesse. Gaza solo come nido di terroristi dove i quasi 100 mila morti non sono ancora sufficienti per considerarli debellati.
L’esercito israeliano modello di ‘condotta umanitaria’. E Netanyahu, quasi a provocare, sostiene che l’esercito israeliano fa di tutto per evitare di ferire o uccidere civili palestinesi – le quasi 100 mila vittime morte per caso -, e che sono i palestinesi e i loro leader a non volere convivere in pace con Israele. Mentre la sola minaccia armata in medio oriente resta ancora l’Iran, storico nemico di Israele, titolo del cartello: «La maledizione».
Netanyahu ha poi ribadito l’opposizione categorica alla direttiva internazionale di sempre su ‘due popoli due Stati’. Ed ecco che i paesi occidentali che stanno riconoscendo la Palestina, mandano un «messaggio antisemita». Secondo Netanyahu sono di natura antisemita anche le accuse secondo cui Israele sta compiendo un genocidio, cosa di cui sono convinti moltissimi giuristi ed esperti di diritto internazionale anche ebrei.
Israele non starebbe affamando i palestinesi, anzi, starebbe distribuendo giornalmente cibo pari a 3mila calorie per persona, ma che verrebbe intercettato e distrutto da Hamas. Dallo stesso podio nei giorni precedenti si è più volte parlato apertamente di genocidio a Gaza, affermazione definita «bugia antisemita» da Netanyahu: «più volte Israele ha ordinato l’evacuazione delle Striscia, cosa che la Germania nazista non ha mai fatto con gli ebrei», inciampando sul fatto che proprio aver costretto la maggior parte di 2,2 milioni di palestinesi a fuggire dalle proprie case è parte decisiva del genocidio.
Il premier israeliano aveva ordinato all’esercito di istallare altoparlanti a Gaza perché sentisse le sue parole. E ad un certo punto Netanyahu ha rivolto un messaggio in ebraico e in inglese rivolto alla Striscia di Gaza. Mentre l’esercito aveva preso il controllo di tutti i dispositivi, anche quelli di Hamas, per diffondere il verbo del premier all’Onu. «Vogliamo finire il lavoro a Gaza il più velocemente possibile», ha proseguito Netanyahu ricordando che gli ultimi militanti di Hamas sono rimasti a Gaza city. L’arroganza di ogni azione di forza esibita.
Di fatto Netanyahu non ha sorpreso nessuno col suo discorso, dedicato quasi interamente al rifiuto dell’indipendenza palestinese e al secondo anniversario del 7 ottobre. Alla maggior parte degli israeliani è piacciuto, ma non alle famiglie degli ostaggi a Gaza. Di sicuro non è piaciuto ai palestinesi di Gaza, costretti ad ascoltarlo dai potenti altoparlanti che Netanyahu ha ordinato adi installare a ridosso della Striscia, che forse speravvano di cogliere qualche segnale di fine dell’offensiva che ha raso al suolo la loro terra e ucciso almeno 65.500 persone, ci ricorda Michele Giorgio.
Netanyahu ha soddisfatto un ultrà come il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, suo alleato. «Il primo ministro ha ribadito principi necessari e chiari: non ci fermeremo finché Hamas non sarà sconfitto e gli ostaggi non saranno restituiti. E non accetteremo mai uno Stato palestinese», ha spiegato Smotrich, che è anche uno dei principali riferimenti per le politiche di colonizzazione dei Territori occupati. Ma proprio i leader dei coloni in Cisgiordania ieri erano scuri in volto. Avrebbero voluto vedere un premier deciso a sfidare anche Donald Trump che giovedì aveva escluso l’annessione a Israele della Cisgiordania palestinese.
«Non permetterò a Israele di annettere la Cisgiordania. No, non lo permetterò. Non accadrà. È ora di fermarsi», aveva detto Trump accogliendo la richiesta fatta da alcuni paesi arabi alleati degli Usa, Emirati in testa. «Rispettiamo Trump, ma non siamo uno Stato vassallo, andiamo avanti con l’annessione», ribattono i leder dei coloni. Che annunciano una missione a New York per incontrare Netanyahu, prima del faccia a faccia che avrà lunedì con Trump.
Per Yair Lapid, leader dell’opposizione, gli ultimi sviluppi sono la conseguenza delle politiche confuse di Netanyahu. Il discorso all’Onu, secondo Lapid, ha offerto alla vista del mondo «un primo ministro israeliano stanco e lamentoso che non ha presentato un piano per il ritorno degli ostaggi, non ha indicato un modo per porre fine alla guerra. Invece di fermare lo tsunami diplomatico, Netanyahu ha peggiorato la situazione di Israele».