
All’Assemblea generale delle Nazioni Unite, alle delegazioni viene chiesto di limitare i propri interventi a 15 minuti. Donald Trump ha parlato per un’ora. 57 minuti in cui ha attaccato l’Onu, la Nato, l’Europa, gli ambientalisti, Joe Biden, la ‘sinistra folle’, il Brasile. Toni e contenuti simili a quelli dei suoi comizi elettorali, sottolinea Marina Catucci.
Subito contro chi lo ospita. Inizia attaccando l’Onu per non averlo aiutato nel processo di «porre fine a sette guerre», impresa che, a suo dire, LUI ha portato a termine da quando è tornato in carica. A noi e alk resto del mondo non risulta, ma non contiamo. Per non guastare l’auto celebrazione non ha speso molte parole sulla guerra in Ucraina che prometteva di risolvere in 24 ore, addossando la colpa a tutti quei Paesi che acquistano petrolio russo: India, Cina e diversi alleati della Nato. «Stanno finanziando la guerra contro se stessi». Litigando anche col suo amico Putin per non avere ancora seguito i suoi consigli con l’Ucraina.
Le sue personali rimostranze da ‘palazzinaro in grande’, fuori testo scritto: quando le Nazioni unite hanno ingaggiato un altro costruttore e non lui per la ristrutturazione del Palazzo di vetro, e ora si ritrovano con un brutto pavimento, «non di marmo» come aveva offerto lui. «Ho fatto un’offerta per la ristrutturazione e la ricostruzione di questo stesso complesso Onu. Me lo ricordo benissimo. All’epoca dissi che l’avrei fatto per 500 milioni di dollari, ricostruendo tutto. Ma hanno deciso di andare in un’altra direzione, molto più costosa, per un prodotto di gran lunga inferiore».
Contro gli ‘alleati europei’, parole dure anche per l’uso di energia verde che rovina l’estetica di posti meravigliosi come la Scozia, deturpata dai pannelli solari per un capriccio liberal, visto che nel mondo di Trump non esiste nessuna emergenza climatica: ha definito le iniziative ambientali tra le frodi più diffuse al mondo, «che presumibilmente non riducono l’inquinamento né apportano reali benefici economici, ma sono frutto di una follia collettiva tanto che a San Francisco non si può più buttare neanche un mozzicone per terra».
Nuovamente a ruota libera, 10 minuti contro la «bufala del riscaldamento globale». Ha celebrato il ritiro Usa dall’accordo sul clima di Parigi e delle esportazioni energetiche americane: «Gli Stati uniti sono stati sfruttati da gran parte del mondo, ma ora non più». E il mercante: «Siamo pronti a fornire a qualsiasi paese abbondanti e convenienti risorse energetiche se ne avete bisogno». Mentre migrazioni ed energie rinnovabili «stanno distruggendo gran parte del mondo libero», l’Europa in particolare che non segue il suo modello di pugno di ferro su entrambi i fronti.
Nemici pubblici e personali, Joe Biden, che avrebbe aperto i confini accogliendo «ex galeotti e persone appena uscite da cliniche psichiatriche», e il sindaco di Londra Sadiq Khan (che consentirebbe il dominio della sharia nella capitale); il governo brasiliano per quella che ha definito un’ingiusta persecuzione politica nei confronti dell’ex presidente golpista Bolsonaro. Sulla Palestina, invece, ha speso poche parole, abbastanza per affermare che non ci sono accordi senza il rilascio totale degli ostaggi da parte di Hamas, inclusi i corpi di quelli morti.
«Un uomo solo al comando, che ha ragione su tutto, conclude guerre in modo seriale, riordina i commerci mondiali e quindi l’umana convivenza, combatte le truffe globali come il cambiamento climatico e lotta per l’anima delle nazioni contro immigrati che ne corrompono lo spirito», l’analisi critica di Roberto Zanini sul manifesto. «In soli 57 minuti, il presidente degli Stati uniti cancella gli ultimi dieci o venti anni di multilateralismo politico globale e impartisce una dura lezione al mondo dalla massima tribuna politica possibile, quella dell’Assemblea generale delle Nazioni unite».
E la soluzione che Trump prospetta non sono gli Stati uniti d’America e la loro ‘nuova età dell’oro’. «La sua soluzione è Trumplandia, una terrificante accezione di quel paese e della sua storia: un pianeta di frontiere sbarrate e tariffe doganali brandite come armi, di armi e di diritto messianico ad usarle, di idrocarburi che scorrono sulla Terra come latte e miele, di diritti riconosciuti o negati con molte differenze di sesso, razza, religione e censo, tutto in nome di una costante emergenza nazionale. Lo stato d’eccezione di Carl Schmitt ma con un sovrano permanente. E se non fate come dico io, ‘andate all’inferno’.
Il decreto, da tempo annunciato, è stato ufficialmente promulgato ieri. Il governo degli Stati uniti ha ufficialmente proclamato che «’Antifa’ una minaccia terroristica per la nazione». ‘Antifa’ per antifascismo. La motivazione pubblicata sul sito della Casa bianca è che l’organizzazione costituisce una «impresa militarista ed anarchica che promuove esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati uniti, le forze dell’ordine ed il nostro sistema di leggi». Ma ‘Antifa’, ci spiega Luca Celada, «è solo una sigla dell’antifascismo d’uso più comune nei movimenti di pari passo con l’escalation autoritaria e reazionaria contro la mobilitazione di Black Lives Matter quando nelle piazze l’identificazione ‘antifa’ ha contrastato le provocazioni di formazioni neofasciste come i Proud Boys e gli Oath Keepers».
La convergenza ‘ di formazioni estremiste e ‘forze dell’ordine’ quali i commando paramilitari mascherati già operativi sotto l’egida della «grande deportazione». «Le dichiarazioni di «stato di emergenza» e la designazione «terrorista» sono strumenti fondamentali della deriva autoritaria che sta vivendo oggi l’America, usati ad esempio per reprimere il movimento studentesco contro l’eccidio palestinese e giustificare il presidio militare delle città. In questo caso la strategia è ancor più pericolosa perché prende di mira un’entità immaginaria e diventa dunque applicabile ad ogni dissenso».
«Il proclama su antifa segue dunque la traccia della criminalizzazione strumentale di ogni settore sociale che non si adegui al regime ed anticipa una escalation della repressione generale».