Israele, dove la democrazia muore nel sangue

Buon Anno, Israele. Anche se forse sarà un anno in cui il desiderio di pace e di democrazia continuerà a essere affogato in un mare di sangue. Lunedì, calendario ebraico, inizia il 5786. Haaretz: la soluzione alla catastrofica crisi in cui si è cacciato il Paese deve venire, prima di tutto, dal suo interno.

Israele, anno ebraico 5786

O gli elettori trovano la forza e il coraggio di indignarsi, per cacciare il loro governo, fanatico e senza più nessun freno morale, o la sorte di Israele è segnata. Per questo, seguiamo con particolare attenzione il dibattito politico alla Knesset, che purtroppo diventa ogni giorno che passa il termometro di una deriva sempre più autoritaria. E proprio per questo, annotiamo con preoccupazione le ciniche manovre di corridoio, tese ad addomesticare le istituzioni garanti dell’equilibrio democratico. Che vuol dire? Semplice, Netanyahu e il blocco nazional-religioso, che fa perno sul Likud, non vogliono più mollare il potere e utilizzano l’emergenza bellica per congelare qualsiasi ipotesi di elezioni anticipate (si dovrebbe votare a ottobre 2026). Ciò ha lasciato mano libera al Premier, che non si è più fatto condizionare dal processo che lo vede imputato per corruzione nel caso ‘Qatargate’ e gli ha dato una sorta di delirio di onnipotenza.

Tentazione bonapartista

Non a caso, l’ex Primo Ministro Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione per avvertire e, contemporaneamente, a rassicurare i cittadini sul fatto che l’opposizione non farà passare alcun tentativo per rinviare la data delle elezioni. Haaretz scrive: «Rinviare le elezioni è impossibile, la legge lo consente solo con il sostegno di almeno 80 dei 120 membri della Knesset. D’altra parte, interruzioni, interferenze e indebolimento dell’integrità delle elezioni in ogni modo (o il rifiuto di accettarne i risultati) sono assolutamente possibili». Dunque, c’è il rischio concreto che le corrette procedure di voto siano ‘condizionate’ in qualche modo. Drogando i risultati finali che, spesso, si giocano sulla punta dei decimali. L’ultimo sondaggio di Channel 12 dava la maggioranza di Netanyahu in affanno, con l’opposizione salita a 71 seggi su 120. Una ‘Grosse Koalition’ potrebbe mettere assieme Naftali Bennett (ex Premier), Yair Lapid (Yesh Atid), Avigdor Liberman (Yisrael Beitenu) e, soprattutto, Gadi Eisenkot (ex Capo di Stato maggiore IDF) e nuovo astro nascente del panorama politico dello Stato ebraico.

Alleanza di ‘salvezza nazionale‘

Perché la chiave di questa ibrida alleanza, che potremmo definire di ‘salvezza nazionale’, è importante? Eisenkot, per carisma e prestigio, pur venendo dalla destra (moderata), potrebbe essere l’anello di congiunzione per agganciare la sinistra e, in particolare, il Partito democratico guidato da Yair Golan, con cui mantiene buoni rapporti da lunga data. Non è che le disperate manovre dei leader dell’opposizione siano sfuggite a Netanyahu, anzi proprio in queste ultime settimane il governo è partito spavaldamente al contrattacco: non intende mollare l’osso ed è disposto a passare sul cadavere di chiunque (letteralmente) pur di raggiungere i suoi obiettivi. D’altro canto, dopo la disinvoltura con la quale ha sterminato tra 60 e 80 mila palestinesi (i conti li faremo alla fine) non si lascia certo impressionare dal fatto di potere assassinare anche la democrazia. «Quando Bennett parla dell’enorme pressione esercitata sui dipendenti pubblici – spiega Yossi Verter di Haaretz – si riferisce al Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Eyal Zamir, che è sotto feroce attacco da parte del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi ministri; al Commissario di Polizia Danny Levy, che subisce lo stesso attacco da parte del ministro responsabile della polizia, Itamar Ben-Gvir; a una serie di ministri come Shlomo Karhi, May Golan e Miri Regev che stanno effettuando nomine corrotte. E, naturalmente, anche alle incessanti minacce contro giudici e pubblici ministeri.

Assassinio anche della democrazia

Quando la campagna elettorale inizierà, Bennett sta di fatto dicendo che tutto ciò a cui stiamo assistendo oggi avrà implicazioni cruciali per ‘l’equità del voto’. Quella dipinta efficacemente da Haaretz, in definitiva, è una palese guerra preventiva agli oppositori politici, fatta sfruttando tutti gli espedienti legali (e abusivi) offerti da un sistema giuridico e istituzionale che con Netanyahu è ridotto peggio di uno scolapasta. E dove non arriva la soperchieria e l’arroganza di un potere a metà tra il fascio e la Santa Inquisizione, giungono i tentativi di produrre leggi ‘ad personam’. Il diritto pubblico scompare, quello privato trionfa, il costituzionale fa la comparsa e, ultimo ma non meno importante, le Tavole della legge del diritto internazionale rimangono invece custodite nei cassetti della scrivania di Trump. Ed ecco a voi, verrebbe voglia di dire, la summa del pensiero giuridico contemporaneo, secondo l’interpretazione che ne fa oggi Israele. I tentativi di far saltare i contrappesi che regolano il gioco democratico, spiega Haaretz, sono iniziati sotto forma di proposte di legge che rappresentano un attentato all’integrità delle elezioni.

Democrazia come Gaza

«Prendiamo, ad esempio, il disegno di legge che priverebbe la Corte Suprema del potere di ribaltare le decisioni del Comitato elettorale centrale (un organo politico) sull’approvazione o la squalifica dei candidati. O il disegno di legge che impedisce a chi sostiene boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni di candidarsi al Parlamento. O il disegno di legge anti-Bennett, che impone che i fondi raccolti da un nuovo partito vengano prima utilizzati per estinguere i debiti. Poi – prosegue Yossi Verter – ci sono i progetti di legge che consentirebbero una squalifica totale di quasi tutti i candidati e/o le liste arabe. O il progetto di legge che stabilisce che il Presidente della Commissione elettorale centrale dovrebbe essere scelto dal Presidente della Knesset invece che dal Presidente della Corte Suprema. C’è la decisione del Presidente della Knesset di inserire due attivisti del partito al governo, il Likud, nella commissione di tre membri incaricata del finanziamento statale dei partiti politici. E ci sono molti altri progetti di legge e regolamenti in questo spirito». Insomma, parafrasando si può dire che sembra tutto regolarmente ’irregolare’. E finiamo con la cruda sintesi e l’accorato appello dell’editoriale di Haaretz: «Israele si sta trasformando in uno Stato lebbroso, boicottato in tutto il mondo. I suoi cittadini stanno diventando ospiti indesiderati dappertutto. E l’unica novità che il Primo Ministro ha per l’opinione pubblica è che ci si abitui.

Tra fascio e Santa inquisizione

Allo stesso tempo, la guerra contro il Procuratore generale dello Stato continua; il governo promuove la renitenza alla leva degli ultra-ortodossi, mentre grava sempre di più sui soldati di riserva; il Primo ministro è circondato da scandali e corruzione ovunque. La persecuzione della stampa, dei giudici della Corte Suprema, degli attivisti della protesta, dell’opposizione in generale e dei legislatori arabi in particolare, così come la minaccia al finanziamento della cultura e delle arti e la soppressione della libertà di parola: tutto questo fa parte della stessa campagna di divisione, degradazione e distruzione.

Israele entra nel nuovo anno con un senso di sconforto. È guidato da un governo disastroso. Nulla cambierà se non lo si elimina. L’unica speranza risiede nei suoi cittadini, che hanno ancora a cuore questo luogo e il suo futuro. Solo loro possono rendere l’anno a venire un po’ migliore del precedente».

 

 

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