Crisi francese: colpa di Macron? No, di De Gaulle

‘Fra le montagne di analisi sulla crisi francese brilla – soprattutto nel dibattito interno – una grande assente, ovvero la riflessione sul fatto che si tratti di una crisi certamente finanziaria, politica e sociale, ma soprattutto istituzionale’, segnala il Corriere. Con Massimo Nava che analizza e assieme provoca, come da titolo.

Francia, seconda economia d’Europa

La Francia è pur sempre la seconda economia europea, ha risorse industriali, infrastrutturali, scientifiche e tecnologiche per risalire la china e continuare a crescere. Altri Paesi, parimenti indebitati, non se la passano molto meglio. Ma l’ostacolo principale resta un sistema inceppato, non più in grado di garantire lo svolgimento della politica e quindi dei processi decisionali, così come era stato concepito dal generale Charles de Gaulle.

Il sistema della Quinta Repubblica

Qui non si tratta, ovviamente, di processare gli errori di Emmanuel Macron o di assolverlo, ma il sistema della Quinta Repubblica merita una riflessione, sia per comprendere cause e soluzioni della crisi, sia per mettere in guardia quanti – soprattutto in Italia – guardano al semipresidenzialismo francese come a un traguardo di efficienza e governabilità. È vero, almeno in Francia, il contrario. A ben vedere, molti analisti del presente hanno la memoria corta. Sulla crisi della Quinta Repubblica il dibattito è aperto da anni, con toni e allarmi più o meno accesi.

I dubbi di Le Monde

Già nel 2011, Le Monde interrogava giuristi e costituzionalisti per una diagnosi rimasta poi sempre sospesa. Leggiamo ad esempio che il punto di forza delle istituzioni – longevità, stabilità e continuità dell’azione – è anche un fattore di rigidità, tensioni e contraddizioni che favoriscono una costante instabilità, come testimoniano le crisi politiche o sociali degli ultimi decenni. Scriveva Le Monde: «Per due ragioni. Da un lato, la concentrazione di troppi poteri nelle stesse mani, quelle dell’esecutivo e in particolare del presidente della Repubblica, induce inevitabilmente all’esercizio solitario del potere».

Troppo presidenzialismo?

«La debolezza dei contrappesi impedisce una respirazione democratica. D’altra parte, l’elezione presidenziale è diventata un’ossessione strutturante della nostra vita politica, che ha rimodellato le strategie e lo stesso profilo dei suoi attori e soffocato il ruolo dei partiti politici». Il deputato Bruno Le Maire, gollista, proponeva cambiamenti importanti, sul cumulo dei mandati, sulla parità, sull’esemplarità dell’esecutivo o degli eletti, sull’indispensabile miglioramento della rappresentatività dei parlamentari affinché rispecchino, molto meglio di oggi, il Paese e la sua diversità sociale o di origine.

Clan e riforme strutturali necessarie

Arnaud Montebourg, socialista: «Ci troviamo in un Paese in cui compromesso significa compromissione. Sono i clan che prendono il potere, schiacciano gli altri e dispongono di tutti i poteri per farlo. Il sistema ha distrutto lo spirito del dibattito. Eppure è proprio questo ciò di cui avremmo bisogno per far uscire la Francia dalla stagnazione e permetterle di adattarsi al tempo presente: organizzare con urgenza il riequilibrio e la modernizzazione dei poteri per costruire compromessi con la società e restituire potere ai cittadini».

«Abbiamo bisogno di cambiare il sistema e rafforzare i contro-poteri: il potere giudiziario, che deve diventare un’autorità indipendente, quello degli enti locali, che sono monarchie locali e devono essere democratizzati, e infine quello del Parlamento, che è una camera residuale e che la riforma del 2008 ha trasformato, ancora più che in passato, in una camera di registrazione».

Il giurista Casanova e De Gaulle

Il giurista Jean-Claude Casanova faceva notare: «L’ossessione del generale de Gaulle era quella di dotare la Francia di un esecutivo forte e stabile, in grado di difendere gli interessi a lungo termine del Paese. La Quinta Repubblica ci riesce? Non credo, se si confronta la situazione francese con quella della Germania, della Gran Bretagna o degli Stati Uniti. Infine, l’esecutivo è debole per un motivo fondamentale: la legge elettorale, o meglio la combinazione delle due leggi elettorali, con il sistema maggioritario a doppio turno, per le presidenziali e le legislative. Ormai, il presidente della Repubblica ottiene circa il 25% dei voti espressi al primo turno; questi sono i suoi voti reali, quelli che arriveranno al secondo turno sono voti di sostegno.

L’Assemblea è eletta allo stesso modo: in generale, i deputati hanno ottenuto dal 25% al 30% dei voti al primo turno. Qual è la conseguenza? Entrambi hanno una base elettorale fedele debole».

Sistemi elettorali

In secondo luogo, faceva notare che tutti i Paesi europei, tranne la Francia e la Gran Bretagna, hanno sistemi elettorali proporzionali, più o meno misti, per le assemblee legislative. «Una leggenda assurda vuole che questo sia fonte di instabilità, ma nessuno ha mai sentito dire che la Svizzera, la Germania, la Svezia, la Danimarca o i Paesi Bassi siano instabili. È vero, invece, che il sistema proporzionale porta quasi inevitabilmente a una maggioranza di coalizione e costringerebbe il presidente a trovare un terreno d’intesa con questa maggioranza in Assemblea».

Lo spirito del Generale

Emmanuel Macron, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del fondatore della Quinta Repubblica, ha invocato lo spirito del generale. Ma quest’ultimo, a quanto pare oggi, non è parte della soluzione, bensì del problema. La struttura politica e amministrativa in cui De Gaulle ha rinchiuso la democrazia francese nel 1958, in linea con la tradizione napoleonica, non corrisponde alla complessità di una società moderna. Una visione superata dello Stato e del cittadino: le autorità hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. La Francia ha bisogno di un aggiornamento democratico. Di uno Stato moderno, anche e soprattutto al vertice.

Presidente arbitro con troppi poteri

Nella concezione del generale, il presidente era un arbitro ma dotato di ampi poteri che gli consentivano di porsi al di sopra della mischia dei partiti, di vigilare sul buon funzionamento delle istituzioni, di comandare l’esercito e di garantire l’indipendenza, l’onore e la coesione della nazione sulla scena internazionale. I francesi esprimono rabbia e malcontento, vorrebbero che Macron si dimettesse, ma non è questa la soluzione se le forze politiche e la società civile non trovassero la forza, il coraggio e la coesione per riformare il sistema. Gli errori e i limiti di Macron non sono molto diversi da quelli riscontrati per i predecessori, in particolare il gollista Sarkozy e il socialista Hollande, i primi a confrontarsi con un mandato ridotto a cinque anni, quindi molto più esposto agli scossoni della politica.

Francia ‘arcipelago’

Il sondaggista Jerôme Fourquet ha parlato di una Francia «arcipelago». Un modo per dire che si sovrappongono ormai diverse realtà e identità che non hanno più molto in comune. Non c’è bisogno di cercare tra gli estremi che sono la capitale e i comuni rurali. Contrariamente a quanto potrebbero far credere le numerose manifestazioni, i francesi non aspirano alla rivoluzione. E anche se sono notoriamente insoddisfatti, vogliono soprattutto continuare a vivere come prima.

Ossessione Eliseo

Qual è la soluzione? Il presidente e il Parlamento devono trovare il modo di coinvolgere i francesi nel processo politico. La domanda posta potrebbe riguardare il tema ricorrente della proporzionale. I sondaggi mostrano che molti francesi aspirano a nuove forme di partecipazione. Ma non succede nulla. Tutti hanno un unico obiettivo in mente: le prossime elezioni presidenziali. Sia per i politici che per gli elettori, l’Eliseo è una vera e propria ossessione. Manca ancora un anno e mezzo alla scadenza. Se tra due anni il successore di Macron riuscirà a trovare una maggioranza all’Assemblea, la pressione per cambiare le cose potrebbe rapidamente scomparire.

La Quinta Repubblica può a volte essere inefficace e indurre l’Europa a guardare con preoccupazione alla Francia, ma – come ha scritto Der Spiegel – è anche incredibilmente comoda: alla fine, la colpa è sempre del presidente.

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