
Un’allocuzione più simile a un bollettino dell’Oberkommando Wehrmacht che a una sana filosofia di crescita di una istituzione sovranazionale travagliata da mille magagne interne. Non ci aspettavamo certo niente di meglio dall’ex Ministra della Difesa tedesca, garante di una visione ‘eurocentrica’, che vede nei propri problemi sostanzialmente lo specchio di cause esterne al blocco. Anzi, abbiamo avuto una conferma ai nostri sospetti: quella che avrebbe dovuto essere una coraggiosa riflessione sui ritardi e sugli errori commessi, si è trasformata quasi in un atto di accusa, più o meno indiretto, contro il resto del mondo. Di più, è diventata una sorta di ‘manifesto’, con il quale viene ribadita l’assoluta supremazia del «pensiero unico occidentale», espresso però con forme e programmi che sembrano molto più aggressivi del solito, accompagnati da una retorica inquietante.
Per chi sa leggere il politichese, dietro le veline impastate dagli adviser-burocrati della Commissione, si può intravedere la filigrana di una dottrina geopolitica sempre più arrogante e invisa ai tre quarti del globo. Nella quale abbondano le chiacchiere e le buone intenzioni, ma dove i fatti si scontrano con la ferrea logica amministrativa degli organi di Bruxelles, che finiscono per assomigliare ai Politburo dei vecchi sistemi dirigistici a economia pianificata. Si promette molto, insomma, ma non si mantiene quasi mai e la polvere che impregna i meccanismi del «decision making pricess» politico dell’Unione, favorisce solo la Commissione (il Politburo) e gli alti burocrati che le ronzano intorno (gli ‘apparatchniki’), incaricati di predisporre i vari dossier. In questo senso, un elemento di debolezza dell’Unione è proprio rappresentato dalla tempistica delle decisioni, che in un’epoca di tumultuosi e veloci cambiamenti sociali ed economici, è di cruciale importanza per l’ottimizzazione delle scelte. È stato questo uno dei (pochi) temi efficaci affrontati dalla Albrecht Von der Leyen dal punto di vista operativo, quando ha parlato di abolire il macigno del «voto all’unanimità», che per troppo tempo ha congelato deliberazioni di vitale importanza. Più in generale, però, la ex Ministra della Difesa tedesca ha espresso melense invocazioni a coltivare patriottici sentimenti di amore ‘continentale’. Alternandole a più prosaici richiami, su questioni di vile ma abbondante pecunia. Da mettere sul bilancino del farmacista, poi, sono state le dichiarazioni riguardanti in particolare l’Ucraina e le relazioni con lo Stato di Israele. Ha difeso a spada tratta l’intesa raggiunta con Trump sui dazi doganali, risparmiandosi, però, di aggiungere quali potrebbero essere gli sviluppi e omettendo di dire di essersi imbarcata su una nave che fa acqua da tutte le parti. Perché il Presidente americano è pronto, in qualsiasi momento, a rimangiarsi tutto e a fare riprecipitare i mercati nel marasma più totale.
Un’altra caratteristica della politica estera UE con la Von der Leyen è un marcato ‘doppiopesismo’, che applica severamente il diritto internazionale ai nemici (come Putin) ma invece lo ‘interpreta’ per gli amici (come Netanyahu). A questo proposito, la Presidente della Commissione ha detto: «L’Europa è in lotta. Una lotta per un continente unito e in pace. Per un’Europa libera e indipendente. Una lotta per i nostri valori e le nostre democrazie. Una lotta per la nostra libertà e la nostra capacità di determinare il nostro destino. Non illudiamoci, questa è una lotta per il nostro futuro». Belle parole, certo, a cui però seguono anche i fatti concreti, perché l’Unione anticiperà 6 miliardi di euro dal prestito G7 e stipulerà un’alleanza sui droni con l’Ucraina. Droni che Kiev potrebbe costruire in alcuni dei Paesi membri dell’UE, impiantando joint-venture che attivino l’ormai fin troppo propagandato ‘moltiplicatore della ricchezza’, indotto dagli investimenti nel settore degli armamenti. La guerra come polo di sviluppo. Ormai il trucco è scoperto: trasformare l’Ucraina in una sorta di vetrina a cielo aperto, in un bazar mondiale per le armi tecnologicamente avanzate dell’Occidente. Che vengono prima testate sul campo di battaglia e poi vendute in tutto il mondo. Il britannico Guardian scrive: «La Von der Leyen ha sollecitato ulteriori sanzioni contro la Russia per la guerra in Ucraina e ha affermato che, insieme agli alleati, l’Europa sta valutando una più rapida eliminazione dei combustibili fossili russi, un controllo della flotta ombra utilizzata per trasportare il petrolio russo in tutto il mondo e azioni contro i Paesi che aiutano la Russia a eludere le sanzioni». Soltanto che Frau Praesident (forse per troppa esuberanza) ha scelto il momento sbagliato per fare la barricadera anti-Mosca e contro quelli (praticamente la Cina e tutto il Sud del mondo) che commerciano con la Russia.
Infatti, per la serie «con Trump non si scherza», pare che il Presidente americano abbia ‘chiesto’ (si fa per dire) alla Von der Leyen che l’Europa imponga dazi aggiuntivi (e punitivi) del 100% contro Cina e India. «La ‘capa’ della Commissione – non ha risposto – dice il Guardian. Ricordando che entrambi i Paesi sono grandi acquirenti di petrolio russo e ospitano aziende che fungono da intermediari vendendo beni occidentali agli acquirenti russi, eludendo così le sanzioni europee e statunitensi». Naturalmente, Frau Ursula, è una brava arrampicatrice, ma si attacca sempre a sette corde di sicurezza. Questa cosa non passerà mai, perché non la farebbero più entrare in Germania. Chi glieli fornisce poi le terre rare, i semilavorati ad alto valore aggiunto e i magneti di cui hanno bisogno? Eroi (per finta) si, ma fessi proprio no. Più facile salassare il bilancio comunitario, per una guerra che ormai la santa alleanza del complesso militare-industriale occidentale ha stabilito che debba durare il più a lungo possibile. Quindi: «La Von det Leyen – conclude il Guardian – ha affermato che l’UE sta lavorando con urgenza a una nuova soluzione per finanziare lo sforzo bellico dell’Ucraina basata su circa 300 miliardi di euro di beni russi congelati in Occidente. Ha lanciato l’idea di un prestito di riparazione che lascerebbe i beni russi legalmente intatti. L’UE sta ricevendo interessi dai beni russi detenuti nel blocco, ma non è giunta al punto di confiscarli del tutto, temendo ripercussioni dannose per la stabilità dell’Eurozona». Sanno, insomma, che si imbarcherebbero per una terra incognita, perché sarebbe una forzatura. Quindi, alla fine, pagherà sempre Pantalone,
È stato poi proposto il congelamento del sostegno bilaterale a Israele, ad eccezione dei fondi destinati alle organizzazioni della società civile e al centro commemorativo dell’Olocausto. Contemporaneamente verranno preparate ‘bozze di sanzioni’ per i ministri israeliani estremisti e per i coloni violenti in Cisgiordania. Ma il vero nodo scottante è un altro, ed è stato rinviato sine die, come tutte le cose sgradevoli. È una di quelle misure che, per ragioni di realpolitik, non verranno mai prese. Specialmente tenendo conto che i tedeschi (e non solo loro) si sono sempre fieramente opposti. Non è un problema etico, è solo una cruda questione di convenienza. Business is business. E le prediche di Frau Ursula a Berlino non funzionano. «Non è ancora chiaro se l’UE, divisa – scrive quasi pudicamente il Guardian – troverà la maggioranza per sospendere il commercio preferenziale, poiché una misura meno ambiziosa per congelare la partecipazione di Israele al programma di ricerca dell’UE rimane bloccata. La Commissione aveva precedentemente preso in considerazione sanzioni contro due ministri israeliani di estrema destra, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, per le loro dichiarazioni incendiarie contro la popolazione di Gaza, ma non ha presentato la proposta, temendo che non avrebbe ottenuto l’unanimità richiesta». «L’UE – aggiunge il giornale britannico – è il principale partner commerciale di Israele, con uno scambio annuo di beni e servizi del valore di 68 miliardi di euro. I critici dell’approccio dell’UE chiedono da tempo all’Unione di sfruttare la propria leva economica: mentre il 32% del commercio mondiale di merci di Israele avviene con l’UE, il Paese mediorientale rappresenta solo lo 0,8% del commercio di merci dell’UE. L’accordo di associazione UE-Israele, firmato nel 2000, ha creato un’area di libero scambio e promosso la cooperazione in materia di ricerca, ambiente ed energia».
Dunque, tirando le somme, quello di Ursula Von der Leyen è stato un discorso morbosamente ‘eurocentrico’, alla faccia (tosta) di qualsiasi ipotesi di dialettica (e di rispetto) multipolare. È stato un concentrato di vecchie e mai onorate promesse e di nuovi e altrettanto disonorevoli compromessi. Est modus in rebus. Prima di tutto, non ci è piaciuto il tono: duro, a volte tagliente, quasi bismarckiano, per la serie: «Qui comando io e adesso vi dico ciò che dovrete fare». Ma Bismarck era prussiano, nel bene e nel male, e quando prometteva una cosa la manteneva. Lei invece è attaccata alla poltrona come un polipo, e proprio come questa creatura è capace di mimetizzarsi e di cambiare colore. Il polipo, è vero, è un animale molto intelligente: ma dalle nostre parti prima o dopo finisce in casseruola. Con le patate.