
È cominciata a ridosso di Gaza (primo l’assalto di Hamas alle comunità israeliane lungo il confine), poi la guerra – ormai due anni – di Israele alla popolazione della Striscia, – definito ormai da quasi tutti gli osservatori internazionali – un genocidio (o quasi). E piano piano si sta traducendo in un conflitto regionale. Dopo Gaza, le forze armate israeliane hanno puntato la Cisgiordania occupata, Libano, Siria, Yemen, Iran e ora hanno colpito il Qatar, uno dei maggiori produttori di gas e petrolio del mondo e uno Stato arabo con legami molto forti a Tel Aviv. Puntavano i capi di Hamas che da due anni si ritrovano nella capitale Doha per negoziare indirettamente con Tel Aviv alla ricerca di un accordo per il rilascio degli ostaggi israeliani e soprattutto per la fine della guerra.
Secondo Yossi Mekelberg, consulente senior del think tank Chatham House, gli attacchi israeliani a Doha segnalano una totale mancanza di rispetto per il diritto internazionale o per la sovranità di altri Paesi. “C’è un dibattito interno, completamente slegato dalla realtà esterna a Israele, in cui tutto è lecito. E devo ammettere che, quando ho sentito questa notizia, sono rimasto sbalordito dall’idea stessa che il Paese attaccato, il Qatar, stia negoziando un cessate il fuoco”. Per lui, come per la maggioranza degli ebrei israeliani le continue dichiarazioni di Netanyahu sull’importanza di riportare a casa i prigionieri israeliani rimasti a Gaza non sono credibili, perché azioni come questo attacco minano la possibilità di raggiungere un accordo di cessate il fuoco.
Il Qatar è uno dei Paesi arabi più legati a Israele. Non ha legami diplomatici ma sono anni che i rapporti economici tra i due Paesi vanno anche molto oltre il lecito. Secondo notizie sulla stampa di Tel Aviv in gran parte confermate anche dalle autorità giudiziarie negli ultimi anni, il Qatar ha pagato ad alti funzionari israeliani, tra cui diversi consiglieri di alto livello del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, un totale di circa 10 milioni di dollari per migliorare l’immagine della nazione del Golfo e altro. Sulla lista paga: ex funzionari della Difesa e del Mossad.
Il bombardamento mirato a Doha non avrebbe colpito i negoziatori del movimento terroristico (solo un ammonimento?) ma è stato preceduto da quello che lo stesso governo israeliano definisce l’assalto finale alla Striscia. L’appiattimento di Gaza City va avanti indisturbato, in qualche modo caldeggiato dal presidente americano Trump; la popolazione palestinese non sa più dove scappare. Il numero dei morti e feriti palestinesi aumenta: donne, uomini e bambini. Lo scopo dell’operazione, dichiarano senza remore gli esponenti del governo di Netanyahu, è di mettere la parola fine, una volta per tutte, all’idea stessa di veder nascere uno Stato palestinese accanto a Israele. E ci stanno riuscendo.
Regno Unito, Spagna, Francia, Australia e Canada, Belgio e altri Paesi hanno annunciato che riconosceranno la Palestina all’Onu. Si aggiungerebbero ai ben 147 che oggi riconoscono il diritto dei palestinesi di esistere come entità geografica e politica. E poi? C’è chi insiste che una soluzione potrebbe ancora esserci e sussurra la parola confederazione (Israele, Giordania, Palestina), un’idea ventilata dopo la firma degli accordi di Oslo sul prato della Casa Bianca da Shimon Peres, Itzhak Rabin e Yasser Arafat.
A Peres non dispiaceva l’idea, Rabin fu assassinato da un ebreo nel giro dei coloni e non ebbe il tempo di studiare ed eventualmente portare avanti il progetto. Ne parlai con il leader palestinese nel suo ufficio di Ramallah. “Non ho nulla in contrario – disse – ma le confederazioni nascono tra Paesi indipendenti. Quando la Palestina sarà indipendente, sarà il popolo palestinese a decidere”.
Lo stesso vale per la Giordania e per la popolazione israeliana che dovrà pronunciarsi. È ormai chiaro, purtroppo, anche a molti ebrei della diaspora e a una parte della popolazione ebraica dello Stato nato nel 1948, che il Paese pluralista e laico che sognavano i loro genitori in Europa e in alcuni Paesi dell’ex Impero ottomano, è morto.