Il trattato di Westfalia siglato nel 1648 non fu però eterno e seguirono altri cicli di guerre, ma tutti si conclusero sempre con accordo generale che ribadiva vecchie regole o ne fissava di nuove

Ripercorrere le vicende di un secolo e mezzo di storia è impresa ardua – oltre che un po’ noiosa – per cui delle guerre di religione vale la pena di ricordare solo due episodi particolari quanto estremamente significativi. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, la notte di san Bartolomeo, la fazione cattolica vicina alla Spagna e dominata dal re Carlo IX di Valois attaccò a sorpresa a Parigi alcuni esponenti ‘ugonotti’ (che avevano cioè aderito alla riforma protestante) uccidendoli barbaramente.
Sembra che l’ordine del re riguardasse solo gli esponenti più in vista, ma l’azione sfuggì di mano e nella sola Parigi si contarono almeno tremila assassinii: poiché i congiurati avevano esteso l’operazione anche ad altre città della Francia, il bilancio finale si avvicinò alle ottomila vittime, anche se si parlò poi di un numero complessivo ben superiore a diecimila.
Nel pieno della Guerra dei Trent’Anni, questa volta in Germania, nella città di Magdeburgo, a partire dal 20 maggio 1631 si consumò un altro massacro passato alla storia: poiché la città assediata aveva rifiutato la resa, le truppe cattoliche al comando del conte di Tilly, si abbandonarono al saccheggio trucidando tutti gli abitanti. Si discute ancora se il saccheggio fosse stato ordinato, o semplicemente le truppe siano sfuggite al comando, ma anche stavolta il bilancio finale fu agghiacciante: Magdeburgo, prospera città commerciale sulle rive dell’Elba, era abitata da circa venticinquemila persone, delle quali se ne salvarono poche decine.
Le guerre di religione in se non erano comunque un fenomeno nuovo, ma si erano già manifestate in Europa ad esempio al tempo della repressione del movimento cataro, un’eresia di lontana origine orientale – nata nei Balcani e tra i bogomili di Bosnia – diffusasi in seguito anche in Europa soprattutto nel sud della Francia. Per sconfiggere i ribelli, con l’appoggio del papa Innocenzo III, fu bandita una crociata. Nel 1209, nel momento della presa della città di Béziers, un vescovo cattolico esortò i ‘crociati’ con queste parole: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi!».
Sembra probabile – dopo accurati studi di storici e filologi soprattutto di parte cattolica – che in realtà la frase non sia stata mai pronunciata, ma restano decine di testimonianze scritte da crociati che descrivono l’estrema brutalità fino alla strage di massa con cui si concluse la guerra nel 1244 con la caduta del castello di Montségur, ultima roccaforte catara. Posti di fronte alla scelta tra l’abiura e il rogo, più di duecento catari affrontarono volontariamente il secondo.
Il catarismo, a parte la dottrina religiosa e la diversa interpretazione di questioni teologiche, presentava anche aspetti di natura sociale e forse per questo risultava ancora più pericoloso nel mettere in discussione i poteri della chiesa e dei sovrani. Mezzo secolo dopo anche il movimento dolciniano che si era sviluppato nel Piemonte orientale andò incontro a una fine analoga.
La nascita del diritto internazionale coincide con la fine delle guerre di religione. Quando gli Stati laici sostituiscono i movimenti religiosi e si confrontano sul piano di interessi concreti e secolari, la guerra diviene – nei limiti del possibile – uno scontro organizzato e regolato in cui gli avversari misurano e controllano la violenza necessaria.
Per ragioni umanitarie, naturalmente, ma anche e soprattutto perché l’esercizio indiscriminato della violenza diviene – in queste circostanze – assurdo e controproducente. Da Grozio alla fondazione della Croce Rossa sul campo di battagli di Solferino, dalle convenzioni dell’Aja a quelle di Ginevra, lo sviluppo del diritto internazionale accompagna la secolarizzazione della guerra. C’è purtroppo l’impressione che la guerra stia tornando ad una dimensione simile a quella dei tempi pre moderni, vanificando il sistema di regole che in più di tre secoli sono state pazientemente elaborate.
Sembra che lo scopo di una battaglia non sia più un atto per la difesa di un interesse nazionale, ma l’affermazione di un’altra superiorità, sulla quale nessuna regola o nessun tribunale internazionale possa limitarne gli eccessi o temperarne gli squilibri. Se l’obiettivo di una guerra non è più quello di stabilire con gli sconfitti un diverso rapporto di convivenza – traduzione eufemistica dell’accettazione di un rapporto di forza –, ma l’affermazione di una verità assoluta attraverso lo sterminio dell’avversario, il ritorno alle guerre di religione sembra irreversibile. Se vogliamo evitare un nuovo vortice, diventa necessario ripensare alla cultura di cui queste regole e