Libano, chi disarma Hezbollah? Rischio guerra civile

La miope strategia politica mediorientale di Trump sulla scia di Israele, rischia di provocare l’ennesimo sconquasso in Libano. Il Paese, da sempre dilaniato da scontri settari, torna a essere sull’orlo di una potenziale (e devastante) guerra civile. Con Israele che aspetta solo l’occasione buona per regolare, definitivamente, i conti ancora aperti con Hezbollah.

Israele senza confini e limiti

La rottura degli sciiti

Ieri si è svolta una infuocata seduta di governo, nel corso della quale i ministri sciiti hanno abbandonato sdegnosamente l’aula, facendo presagire tempi bui. In ballo c’era la causa scatenante della nuova crisi, cioè il disarmo proprio delle milizie del ‘Partito di Dio’, che gli americani hanno affidato (cioè, imposto di fare) all’esercito libanese. Naturalmente, sotto la supervisione più o meno indiretta di Netanyahu, che un po’ controlla e un po’ bombarda. Quotidianamente. La seduta, presieduta dal capo dello Stato, Joseph Aoun (cristiano) e dal premier Nawaf Salam (sunnita) ha discusso e approvato il piano dell’esercito «di assumere il controllo di tutte le armi del Paese». Gli esiti della riunione sono poi stati comunicati dal Ministro dell’Informazione, Paul Morcos: «Il governo ha accolto con favore – ha detto – il piano dell’esercito. Non ci saranno investimenti finché il Paese non soddisferà le condizioni di sicurezza e protezione». Un chiarimento dovuto, anzi, meglio ancora, una vera e propria assicurazione fornita a chi li finanzia, cioè gli Stati Uniti.

Gli ordini di Trump

Bisogna infatti sapere che, il piano ieri adottato dal governo di Beirut, è un’automatica trasposizione delle ‘indicazioni’ fornite, a luglio, dall’inviato speciale di Donald Trump, Thomas Barrack. In quell’occasione si ribadì la necessità di uno sforzo, a fianco dell’America, per evitare che il Libano ‘fosse lasciato indietro’. Prima di tutto economicamente. Tanto è vero che il Paese dei cedri è stato uno dei pochi (con Egitto e Israele) ad ottenere lo ‘scongelamento’ degli aiuti militari che erano stati programmati da Biden. Nel caso specifico, quasi 100 milioni di dollari. Morcos ha anche affermato che il disarmo avverrà «compatibilmente con i mezzi disponibili e – un colpo al cerchio e uno alla botte -, a condizione che Israele non ne ostacoli la realizzazione con i suoi ripetuti attacchi aerei». Inutile dire, però, che il piano elaborato dalla Casa Bianca fa acqua da tutte le parti, perché le forze armate di Beirut (finanziate e addestrate da Washington) dipendono da un governo di coalizione, con una discreta presenza sciita.

Inciampi alla Casa Bianca

Nella visione un po’ asfittica degli strateghi che affiancano Trump nello Studio ovale, i rappresentanti politici di Hezbollah dovrebbero votare per il loro stesso totale disarmo. Cosa che, è chiaro, è sembrata fin da subito, cioè da quando è stato proposto il piano, campata in aria. E infatti ieri, a conferma che la ‘genialata’ Usa (elaborata in condominio con gli israeliani) avrebbe fatto un buco nell’acqua, è arrivato il secco comunicato della Reuters, ripreso dal quotidiano Haaretz: «Il Consiglio dei ministri libanese si è riunito per discutere un piano studiato dall’esercito libanese per disarmare il gruppo militante Hezbollah e consegnare le armi nelle mani dello Stato. All’arrivo del capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Rudolph Haikal – prosegue la nota –  i ministri del blocco politico di Hezbollah, il partito sciita alleato Amal e il ministro sciita indipendente Fadi Makid si sono ritirati dalla sala riunioni. I ministri di Hezbollah e Amal hanno poi lasciato il palazzo del governo».

Melting pot etnico-religioso libanese

E qui bisogna aprire una parentesi, per spiegare la complessità del quadro politico libanese, che riflette il suo melting pot etnico-religioso. Il Primo ministro, di recente nomina, fortemente sponsorizzato dagli americani, è un accademico sunnita molto famoso: Nawaf Salam. Per capirci, fino allo scorso gennaio è stato presidente della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, proprio nel momento in cui lo Stato di Israele veniva accusato di genocidio da parte del Sudafrica. Lasciata la Corte (e quella causa) Salam ha formato un governo di coalizione con 24 ministri, di cui la metà sono cristiani e gli altri musulmani, divisi tra sunnit e sciiti. Questi ultimi sono stati politicamente ridimensionati, dopo le ripetute sconfitte sul campo di battaglia, inflitte loro dai pesanti bombardamenti dell’aviazione israeliana. Agli occhi attenti dell’analisi geopolitica, usando una visione grandangolare, si possono collegare benissimo gli eventi del Libano, a quelli della Siria (la caduta di Assad) fino ai pesanti attacchi contro l’Iran. L’obiettivo finale israeliano (sponsorizzato dagli Stati Uniti) è quello di eliminare con la forza, senza lasciare ‘residui’, tutti i più immediati (e mortali) nemici. Ecco perché i conti con Hezbollah sono ancora aperti: a sud del fiume Litani dalla quale partivano razzi e missili verso la Galilea, Israele ha fatto terra bruciata. Prima o dopo, Netanyahu (o chi per lui) pianterà pure la bandiera su questa regione, intanto però ha messo un piede stabilmente. E pretende il disarmo di Hezbollah, come previsto dall’accordo sul cessate il fuoco di novembre, mediato dalla Casa Bianca.

Disarmo unilaterale?

Replicando alle richieste di Tel Aviv, gli esponenti del gruppo sciita dicono che non disarmeranno fino a quando Israele non si ritirerà da almeno cinque colline strategiche che occupa all’interno di quel territorio. Inoltre, Hezbollah si rifiuta di consegnare altre armi se l’aviazione di Netanyahu non interromperà i suoi attacchi aerei, quasi quotidiani. Dal canto loro, le forze armate di Tel Aviv sostengono di attuare bombardamenti mirati per impedire al gruppo di rifornirsi e per proteggere i residenti israeliani del Golan e della Galilea. La situazione, però, con un perverso effetto domino, in partenza da Beirut, potrebbe precipitare da un momento all’altro. È anche il timore espresso da Haaretz, che scrive: «Dopo la decisione del mese scorso di portare avanti un piano di disarmo, Hezbollah ha accusato il governo di cedere alle pressioni degli Stati Uniti e di Israele e ha affermato che avrebbe ‘trattato questa decisione come se non esistesse’. Un funzionario della milizia, ha dichiarato che i ministri avevano concordato di ritirarsi all’arrivo del comandante dell’esercito ‘perché riteniamo che questo piano derivi da una decisione illegale… e non discuteremo una questione che si fonda su una base che non riconosciamo come legale’. Finora – prosegue il quotidiano di Tel Aviv – i funzionari libanesi hanno agito con cautela in materia di disarmo, temendo che un tentativo di sottrarre con la forza le armi rimanenti a Hezbollah possa scatenare un conflitto civile. Dopo il cessate il fuoco, l’esercito libanese ha regolarmente raccolto depositi di armi e munizioni nella zona a sud del fiume Litani, da cui Hezbollah si è in gran parte ritirato, ma i missili più pesanti e i droni del gruppo sono rimasti nascosti».

Le forti pressioni Usa

Certo, la situazione resta caotica e, secondo quanto scrive Al Monitor, molto pericolosa. «Il Libano – afferma il think tank – è stato sottoposto a forti pressioni, in gran parte dagli Stati Uniti, affinché disarmasse finalmente Hezbollah, sostenuto dall’Iran, dopo il cessate il fuoco con Israele del novembre 2024. Il governo libanese ha incaricato l’esercito il 5 agosto di elaborare un piano per portare tutte le armi sotto il controllo dello Stato. Due giorni dopo, l’esercito ha approvato gli obiettivi di una proposta statunitense di disarmare completamente Hezbollah in cambio della cessazione degli attacchi israeliani contro il Libano». Ma tuttavia, aggiunge Al Monitor, questi attacchi continuano.

Infine, la previsione più funesta: «I ministri filo-Hezbollah all’interno del governo si oppongono al piano, e il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto qualsiasi discussione sulle armi fino alla cessazione degli attacchi israeliani. Egli ha ripetutamente attaccato il governo sulla questione e il mese scorso ha lanciato l’allarme, dicendo che se il disarmo dovesse procedere come previsto, si potrebbe scatenare una nuova guerra civile».

 

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