Cina, la parata militare specchio di nuove strategie

Dalla faraonica parata militare in piazza Tienanmen a Pechino, per l’Occidente è arrivata una buona dose di cattive notizie. E non si tratta solo dell’aspetto politico della manifestazione, già abbondantemente messo in risalto da tutti i commentatori, ma anche del ‘messaggio militare’ che la Cina ha voluto lanciare con la sfilata.

Esibizione della forza militare

Agli occhi degli esperti non sono sfuggite alcune importanti novità, che testimoniano i sorprendenti progressi del colosso asiatico nella tecnologia bellica più sofisticata. Cioè, proprio in quello che è ritenuto uno dei fronti più caldi che contrappongono la Cina agli Stati Uniti, e che ha indotto sia Biden che Trump a stringere il rubinetto dell’export dei microchip di fascia alta o dei software ‘sensibili’. La parata è stata una vetrina in mondovisione, che ha forse dimostrato, in tempo reale, la capacità cinese di colmare il cronico ‘gap’ qualitativo nei confronti delle forze armate dell’Occidente. Non solo. Ma a vederlo da un punto di vista strettamente mercantilistico, l’evento ha senz’altro attratto l’interesse di molti Paesi ‘non allineati’, desiderosi di difendersi a buon mercato. Perché il dramma di questa nuova Guerra fredda, che si riscalda sempre di più, è anche rappresentato dalla crescita esponenziale del mercato internazionale delle armi. E i cinesi, con lo stesso metro che finora hanno usato in altri settori, passando disinvoltamente dalle padelle ai computer, cercano di proporsi con ‘offerte’ competitive e ‘prodotti’ soddisfacenti.

Defence Economics and Management

Bence Nemeth, docente senior di studi sulla difesa e direttore esecutivo del King’s Centre for Defence Economics and Management al King’s College di Londra, citato dal South China Morning Post, sostiene che i sistemi cinesi «stanno chiaramente colmando il divario con le piattaforme statunitensi in termini di tecnologia». Ma che, tuttavia, «gli Stati Uniti mantengono ancora un importante primato in termini di esperienza di combattimento, interoperabilità e prestazioni comprovate. Quindi, mentre la Cina dimostra di avere progetti all’avanguardia, la credibilità di tali sistemi in operazioni complesse rimane in gran parte – con alcune eccezioni – non testata rispetto agli equivalenti statunitensi». Che, aggiungiamo noi, invece riescono, grazie alla guerra in Ucraina, a propagandare con successo la bontà dei loro ‘prodotti’. Tra i sistemi d’arma esposti figuravano i missili antinave YJ-21e i missili balistici a raggio intermedio DF-26D, con tecnologia ipersonica, oltre a vari nuovi veicoli aerei senza pilota (UAV). Ma dicevamo che, grazie alle novità mostrate a Pechino, gli analisti hanno cominciato ad abbozzare valutazioni che toccano la sfera geopolitica.

Superpotenza non solo commerciale

A Piazza Tiananmen ha sfilato una Cina più assertiva e, pare di capire, decisamente protesa verso orizzonti che anche dal punto di vista bellico non si limitano all’Indo-Pacifico. Lasciando da parte le armi convenzionali, che i tecnici di Xi Jinping sviluppano in quantità impressionanti, quelli che hanno attirato l’attenzione degli specialisti sono stati i missili intercontinentali. Hanno sfilato alcuni modelli, come il DF-61, il DF-31BJ e il DF-5C, giudicati in grado di colpire direttamente gli Stati Uniti. In particolare, il DF-61, che è un aggiornamento del DF-41, secondo gli analisti possiede una gittata che arriva a 15 mila chilometri. Inoltre è stato esibito il DF-5C, missile finora sconosciuto, basato su silo. Ha una gittata di oltre 13 mila chilometri e può trasportare fino a 10 missili MIRV, a testata multipla. Una delle novità che ha suscitato maggiore attenzione negli osservatori occidentali è lo JL-3, un missile balistico intercontinentale di terza generazione, che sarà imbarcato sui sottomarini nucleari Type 094 e sui futuri Type 096. Ha un raggio d’azione di oltre 10 mila chilometri e può trasportare testate con bersagli multipli indipendenti. Questo missile dovrebbe essere il vettore intercontinentale con la gittata più lunga tra quelli lanciati da sotto la superficie del mare.

Missile Balistico lanciato da aerei

E ora veniamo al dunque, cioè all’ultima arma che, sfilando a Tienanmen, in un certo senso chiude il cerchio della nuova dottrina strategica nucleare cinese e ne anticipa (forse) anche alcune sue mosse, non solo politiche. Tra le armi apparse per la prima volta in pubblico, c’è stato il missile balistico a lungo raggio lanciato da aerei (ALBM) Jing Lei-1 (JL-1). Il missile è il primo ALBM cinese conosciuto e potrebbe essere imbarcato su un bombardiere H-6. Perché è importante? È la prova che Xi Jinping e il Politburo del colosso asiatico fanno sul serio, perché quest’arma completa la cosiddetta ‘triade atomica’, per diversificare l’arsenale nucleare e mantenere un’adeguata capacità di risposta a un primo strike dell’avversario. Insomma: la Cina mette in conto il fatto di poter essere attaccata con armi nucleari, ma mantiene una buona scorta di testate per poter distruggere almeno una cinquantina di città del nemico. Quindi: solo un pazzo potrebbe attaccarla usando l’atomica. Se questo è il ragionamento ridotto all’osso, la sua applicazione si esprime attraverso un ‘disaccoppiamento’ delle testate, che vengono distribuite tra terra, aria e mare (sotto la superficie). A fronte di una tale la linea di difesa, perché allora spendere ingenti somme in armamenti convenzionali? Beh, la risposta più semplice (e anche più preoccupante) è che il chiodo fisso della Cina è riprendersi Taiwan. Quello atomico è solo un ombrello, che continuerà ad aprirsi per proteggere eventuali (ed azzardate) operazioni di sbarco per conquistare l’isola contesa.

Taiwan isola cinese

I cinesi stanno costruendo a tappe forzate una super marina, perché sono convinti che, sul piano convenzionale, lontani dalle loro basi di rifornimento, gli Stati Uniti dovrebbero pensarci due volte prima di fare una guerra totale per difendere Taipei. Certo, è un risico. Ma è per questo che Xi sta dando priorità assoluta al riarmo nucleare. Ecco quello che scrive il South China Morning Post di Hong Kong: «Secondo un rapporto di giugno dello Stockholm International Peace Research Institute, a gennaio la Cina aveva 600 testate nucleari, dopo averne aggiunte altre 100 al suo arsenale nucleare dal 2023. Sebbene la forza nucleare della Cina fosse di gran lunga inferiore a quella degli Stati Uniti o della Russia, che avevano rispettivamente 5.177 e 5.459 testate, il rapporto affermava che la Cina aveva ‘l’arsenale nucleare in più rapida crescita al mondo’. Il Pentagono – aggiunge il Morning Post – stima che entro il 2030 la Cina avrà più di 1.000 testate nucleari operative, la maggior parte delle quali saranno installate su sistemi in grado di raggiungere gli Stati Uniti continentali». Oggi, tuttavia, viviamo in un’epoca nella quale anche le guerre sono diventate strane. Uccidono lo stesso, ma talvolta lo fanno indirettamente, creando le condizioni per colpire sul ‘fronte interno’. Si chiamano ‘conflitti asimmetrici’.

Conflitti asimmetrici

Ieri, il New York Times ne riportava un esempio significativo: «Da decenni la Cina hackera le reti elettriche e le aziende americane, rubando file sensibili e proprietà intellettuali, come i progetti dei chip, nel tentativo di ottenere un vantaggio sugli Stati Uniti. Ora, un attacco da parte di un gruppo noto come Salt Typhoon è stato il più ambizioso mai compiuto dalla Cina, hanno concluso esperti e funzionari dopo un anno di indagini. Ha preso di mira più di 80 Paesi e potrebbe aver rubato informazioni a quasi tutti gli americani. L’assalto coordinato è durato anni, e ha infiltrato importanti aziende di telecomunicazioni. La portata dell’attacco è stata molto più ampia di quanto inizialmente previsto e i funzionari della sicurezza hanno avvertito che i dati rubati potrebbero consentire ai servizi segreti cinesi di sfruttare le reti di comunicazione globali per rintracciare obiettivi tra cui politici, spie e attivisti.

Gli hacker sponsorizzati dal governo cinese – conclude il New York Times – stanno prendendo di mira reti in tutto il mondo, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, reti di telecomunicazioni, reti governative, reti di trasporto, reti di alloggi e reti infrastrutturali militari”. Una guerra totale, insomma. Ma non costerebbe di meno cercare di andare tutti un po’ più d’accordo?

 

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