
«A partire da oggi, la pausa tattica locale delle attività militari (per la distribuzione degli aiuti) non si applicherà all’area di Gaza City, che costituisce una pericolosa zona di combattimento»: lo hanno annunciato le Forze israeliane. «L’Idf continuerà a sostenere gli sforzi umanitari, parallelamente alle manovre e alle operazioni offensive in corso contro le organizzazioni terroristiche nella Striscia di Gaza, al fine di proteggere lo Stato di Israele», aggiunge la nota.
La notte scorsa l’aeronautica israeliana ha bombardato una casa abitata da una famiglia di almeno sei persone a Deir al-Balah, al centro della Striscia di Gaza, a pochi metri da una guest house di Emergency. Lo fa sapere la ong in una nota precisando che «ci sono vittime ma non sappiamo con certezza quante». «Ci abitava una famiglia con quattro bambini, ma abbiamo solo visto le ambulanze portarli via. I bombardamenti sono andati avanti per tutta la notte e sono diminuiti solo da poco».
«Svuotare l’80% di Gaza. Nelle mappe di Israele c’è la pulizia etnica». Secondo i piani pubblicati dall’esercito e le immagini satellitari, la popolazione sarà concentrata in un quinto del territorio». È Chiara Cruciati che racconta. L’operazione «Carri di Gedeone II» è di fatto iniziata. «I tank hanno già preso i quartieri più periferici, i caccia il cielo della città. Di fronte alle centinaia di migliaia di palestinesi che ancora vivono lì si staglia un orizzonte di morte e devastazione. È già successo: assedi prolungati, taglio totale di cibo e acqua, case e tendopoli date alle fiamme, scuole-rifugio invase ed esecuzioni sul posto».
All’ospedale Al-Shifa, o in quel che ne resta, ci si prepara al peggio, con i mezzi a disposizione: mancano le sale operatorie e le strumentazioni mediche, a fronte di quasi 2mila feriti in attesa. Il direttore avverte: «Sarà una catastrofe se l’occupazione invaderà Gaza City». Negli assedi precedenti, lo Shifa è stato quasi del tutto distrutto, un ospedale fantasma tramutato in cimitero. I suoi cortili fosse comuni.
I piani finora annunciati dai vertici militari fanno tremare i polsi: lo sfollamento o la morte. Ieri Tel Aviv ha confermato quanto preannunciato mercoledì, ovvero l’apertura di due nuovi centri di «distribuzione» degli aiuti alimentari a sud, sempre in mano alla fondazione israelo-statunitense Ghf, strumento di massacro e pulizia etnica (da fine maggio sono già 16.600 i palestinesi feriti e 2.200 uccisi dalle pallottole israeliane mentre tentavano di accaparrarsi un pacco; ieri almeno 12).
‘Campi di deradicalizzazione’, in vista dell’«emigrazione volontaria» le chiama il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, che aveva pubblicato su X una mappa (l’ennesima) con presunte aree vuote verso al-Mawasi, a sud, dove concentrare la popolazione cacciata da Gaza City. Ma al Jazeera, analizzando quelle mappe, aveva calcolato in appena sette chilometri quadrati lo spazio a disposizione per un milione di persone. Di questi sette chilometri quadrati divisi in 39 aree (indicate in blu) due terzi sono già sottoposti a ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, lì i raid sono costanti. E soprattutto, aggiunge l’agenzia Sanad, non si tratta di «aree vaste e vuote, ma sembrano di natura eterogenea, da proprietà private recintate a discariche aperte, da quartieri residenziali densamente popolati ad aree già affollate di tende o usate per scopi agricoli».
Se il piano venisse realizzato, scrive Haaretz, l’intera popolazione di Gaza verrebbe concentrata nel 19% del territorio. Che poi è il vero punto politico: al di là dell’ampiezza degli spazi e della loro fruibilità, l’obiettivo è la pulizia etnica e il concentramento di un intero popolo nell’ennesima disumana gabbia. Contro la visione a lungo termine dello Stato di Israele, ieri il gruppo israeliano Standing Together ha manifestato davanti alla residenza del capo di stato maggiore Eyal Zamir, gettando vernice rossa sulla strada: la polizia è intervenuta arrestando cinque manifestanti.
Intanto a Gaza il bilancio accertato delle vittime dal 7 ottobre tocca quota 63mila, sottostimato: non tiene conto dei dispersi, 15-20mila almeno, e dei morti per cause «indirette», fame e malattie. Tra gli ultimi ammazzati dal fuoco israeliano durante la consegna degli aiuti, c’è Allam Abdullah al-Amour, corridore e medaglia di bronzo alla West Asia Championships del 2023. Era fuori da un centro Ghf, nel disperato tentativo di portare un pacco di cibo alla famiglia. La settimana scorsa era accaduto al cestista Mohammed Shaalan e, prima, al calciatore Suleiman al-Obeidi. La moglie aveva detto che se ne vergognava, mendicare cibo tra i fischi delle pallottole.
È così che funziona un genocidio. Ed è per questo che ieri oltre 500 funzionari dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani hanno fatto appello al loro responsabile, Volker Turk, perché lo dichiari ufficialmente: «Non denunciare un genocidio in atto mina la credibilità delle Nazioni unite e dello stesso sistema dei diritti umani».