Dazi Usa al 15% vino compreso, 13 svalutazione dollaro, 28%. Cin cin

Tariffe al 15%, niente esenzioni per auto o vino, valgono gli standard produttivi americani. Bruxelles e gli Usa hanno finalmente pubblicato l’attesa ‘dichiarazione comune’, che mette nero su bianco l’accordo sui dazi concluso in Scozia. E le ‘scoperte’ sono solo spiacevoli.

La verità dal New York Times

«La tariffa doganale generale per i beni Ue esportati negli Usa è del 15%, ma se si addiziona il 13% della svalutazione del dollaro dall’inizio dell’anno, siamo quasi alla realizzazione della minaccia del 30% dell’inizio della trattativa».

Auto e farmaceutici solo un po’

Rischio sull’auto: insieme ai prodotti farmaceutici il dazio cala al 15% dal 27,5% (25% aggiunto alla vecchia tariffa del 2,5%), percentuale che però entrerà in vigore solo dopo che gli Usa avranno incassato come contropartita preliminare «l’eliminazione dei dazi su tutti i prodotti statunitensi» importati nella Ue (sulle auto, per esempio, erano del 10%, mentre la media per gli altri beni oscillava tra il 4 e il 7%). Superato anche questo ricatto «la Ue è fiduciosa che i dazi al 15% verranno applicati con effetto retroattivo dal 1° agosto», ironizza Anna Maria Merlo. Di fatto le esenzioni riguardano soltanto gli aerei, il sughero e i medicinali generici.

Un costoso bicchiere di vino

Mentre la Commissione non ha ottenuto sconti per vino e alcolici, settori che interessano in particolare Francia e Italia. «Purtroppo non siamo riusciti» ha ammesso il negoziatore Maros Sefcovic, ma «le porte non sono chiuse per sempre e già dalla prossima settimana ci saranno nuovi contatti sperando di portare a casa qualcosa». Chi vive sperando…

Tra conti veri e la favola

Il commissario Ue prova a indorare la pillola. «Un ‘accordo strategico’ che sosteniamo in pieno, perché una guerra commerciale sarebbe stata molto peggio». E poi esagera: «È l’accordo più favorevole che gli Usa abbiano concluso con un partner» (lo scambio tra Ue e Usa pesa 1600 miliardi l’anno), «la Ue godrà di dazi significativamente più bassi di altri paesi», per contrastare l’offensiva anti-Ue in corso, che fa balenare l’idea che ogni singolo stato avrebbe fatto meglio dei 27 tutti assieme.

‘Vantaggio ‘ di sapere quanto paghi

Von der Leyen ha vantato la «prevedibilità per le nostre aziende, i consumatori, la stabilità per la più grande partnership commerciale al mondo e la sicurezza per i nostri posti di lavoro e per la crescita». Certo, i dazi sono pagati dal consumatore statunitense, ma gli importatori chiedono agli esportatori Ue di partecipare al fardello e con una diminuzione degli scambi ci sarà una riduzione della produzione, quindi rischi per i posti di lavoro. Su acciaio e alluminio resta il 50%, ma la Ue spera di arrivare a delle quote meno tassate.

Cosa di americano da comprare di più

Gli Stati Uniti impongono non solo di aumentare l’export nella Ue, in particolare agricolo, per ‘bilanciare’ l’attivo commerciale dei 27 e impongono agli europei di acquisire «almeno» 40 miliardi di chips, elenca il manifesto. Poi ci sono gli impegni di importare nella Ue entro il 2028 per 750 miliardi di energia tra gas liquido, nucleare e petrolio, e di investire 600 miliardi nell’economia Usa. Promesse vacue perché acquisti e investimenti dipendono dai privati (e i 750 miliardi per l’energia sono totalmente irreali).

E c’è pure di peggio

L’Unione si è impegnata a ‘semplificare’ le proprie norme, cioè ci sarà maggiore ‘flessibilità’ per le società Usa sulla carbon tax alle frontiere, sui reporting degli obblighi di sostenibilità, sui controlli delle reti di fornitori, il tutto «per non imporre restrizioni indebite al commercio transatlantico». Insomma, meno regole e meno garanzia di sicurezza e sanitarie per noi cittadini.

Resa senza condizioni

Nessuna minaccia di ritorsione sui giganti tecnologici Usa, settore dove i 27 sono in passivo. E lo strumento anti-coercizione (Aci), resta per il momento nel cassetto: si tratta di un regolamento, adottato a fine 2023, che permette di proteggere la Ue e gli stati membri contro la coercizione economica di stati terzi attraverso misure commerciali o di investimento. Era stato pensato per difendersi dall’aggressività della Cina, ma avrebbe potuto servire a dissuadere gli Usa.

Ucraina, «Forze di rassicurazione»

Soldi e soldati Il parlamento Ue alla Corte di Giustizia europea contro la Commissione. La Nato: non coinvolti nei piani di «garanzia». Starmer: solo in seconda linea, mentre la Nato precisa che l’Alleanza non è coinvolta nell’elaborazione dei piani di garanzia, avverte il manifesto.  Ma allora chi manderà soldati e armamenti in Ucraina a fornire sicurezza anti russa?

Trump, tocca a voi europei

Gli Usa escludono di partecipare con dei soldati sul terreno, il problema è degli europei, ha specificato Trump tornato a attaccare il predecessore Biden per aver «speso troppo» per l’Ucraina. La Gran Bretagna ha confermato di essere disposta a inviare dei soldati come garanzie di sicurezza: per difendere i cieli e i porti, ma non in prima linea, cioè lontano dai confini e dal rischio di un contatto con i russi. Trump ha evocato una non precisata «presenza» Usa, in realtà solo una «cooperazione» che gli europei sperano sia almeno una «rete di salvataggio».

‘Volenterosi’ ma inaffidabili

I “volonterosi” in un primo tempo avevano evocato fino a 30mila uomini, ma adesso la missione, se mai ci sarà, è già ridimensionata. Molti paesi sono reticenti. Tra questi anche la Polonia, che ha il più grosso esercito della Ue. Per assicurare la difesa dell’Ucraina Zelensky chiede nuovi acquisti di armi Usa per 100 miliardi dollari finanziati dagli europei. Molti che si defilano sperando di evitare l’ennesimo cerino americano tra le loro dita

Svolta militarista Ue

La svolta militarista della Ue sta sollevando una bufera a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha reso noto ieri di essersi rivolto alla Corte di Giustizia europea contro la Commissione, per chiedere l’annullamento del programma Safe (150 miliardi di prestiti per la difesa), fatto passare dall’esecutivo europeo a marzo senza coinvolgere il Parlamento in nome di una procedura d’emergenza, invocando l’articolo 122 dei Trattati.

Il Parlamento non contesta l’opportunità di Safe, ma vuole poterne discutere e votare, mentre la procedura di emergenza «mina il dibattito democratico». Già 18 paesi (su 27) si sono fatti avanti per chiedere l’accesso ai prestiti agevolati, per un totale di 127 miliardi (cioè quasi tutto il previsto).

 

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