“Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi. Restiamo umani”.
Con le parole di Vittorio Arrigoni, giornalista scrittore partigiano impegnato nella solidarietà attiva col popolo gazawi e brutalmente ammazzato nel 2011, si chiude un libro doloroso e splendido “Poesie per Gaza: il loro grido è la mia voce”. Questo il titolo dell’opera collettiva editata da Fazi (il cui ricavato va ad Emergency) che raccoglie le voci di tanti poeti palestinesi che hanno continuato a scrivere poesia anche durante i bombardamenti israeliani, nel corso delle fughe precipitose, nei campi profughi bersagliati da mitragliate, piangendo amici e parenti, vedendo i bambini sbiancare, prima e dopo la morte.
Un libro bellissimo, faticoso, difficile. Raccoglie versi di dolcezza, di speranza nonostante tutto, di paura e di rabbia. Alcuni dei poeti sono morti dopo aver scritto, seppelliti da una granata o trucidati in fila per un sacco di farina o un po’ d’acqua, nel campo di concentramento di Gaza. Sono nomi, cognomi, vite. Sono padri, sorelle, figli. Ognuno porta un lutto nel cuore e la poesia è necessità, cura, ferita. Ulteriore ferita sulla pelle straziata, cicatrice destinata a restare per sempre. Per la coscienza di tutti noi, che certe volte sembra annebbiata. Perché domani la testimonianza di queste parole come pietre, come semi e vento possano dare vita a un’idea di umanità più umana.
Sono poeti che scrivono per esistere. Non per la gloria, come tanti artisti del nostro tempo il cui orizzonte etico si restringe al cono di luce del successo e al volgere lo sguardo dalla ferocia per piccoli vantaggi economici ed editoriali. Scrivono perché solo così possono celebrare la comunità che resiste per continuare a esistere. E noi che altro possiamo fare se non resistere con loro? Che altro possiamo fare se non portare questi semi di futuro e testimonianza in un sacchettino di stoffa delicata, per nutrire memoria, per i figli e i figli dei figli. Così un giorno, speriamo presto e non troppo tardi, si potrà di nuovo dire: perché non accada mai più.
Abbiamo il dovere di agire, come uomini e donne che ancora credono nei valori della democrazia, del diritto internazionale come soluzione per tutti i mali dell’ingordigia dei dittatori, della brutalità degli invasati, e della sopraffazione dei suprematisti. E occorrono cose semplici ed essenziali per partecipare attivamente alla vita della nostra libertà in pericolo. Azioni anche piccole, ma generose, etiche, reali.
Come dare la propria voce e il proprio corpo – tornando al libro di cui parlavo nell’attacco del pezzo – a una lettura di poesie palestinesi. Per non finire annichiliti in una indignazione tutta social, individuale, privata, a forza di like.
È necessario fare del pensiero un’azione. E che sia corale, insieme con gli altri, nella realtà della comunità di cittadini che non si arrende alla ferocia dei criminali e all’atteggiamento collaborazionista di chi interpreta la politica e il governo come obbedienza ottusa ai voleri del più forte.
Noi, nel nostro paese e in alcuni altri paesi tra la Toscana e l’Umbria, raccogliendo l’invito di un’artista di nome Giorgia Capoccia, organizzeremo una maratona di letture a viva voce, per sostenere Emergency. Dalla parte di chi cura, mai di chi ammazza bambini, distrugge scuole, ospedali e affama la popolazione organizzando una deportazione di massa agli ordini di un governo genocida.
Cominceremo mercoledì 20 agosto, tra le 17 e le 20, sulla soglia di Vald’O a San Quirico d’Orcia. Proseguendo il 4 settembre nel Cortile di Palazzo della Corgna a Città della Pieve; quindi il 21 settembre presso l’Officina Imagination Lab a Monteleone d’Orvieto. Prime tappe di una maratona civile, di poesia e coscienza, che proseguirà.
Per restare umani.
Ps
L’opera è stata realizzata da Giorgia Capoccia
