
«La Statua della Libertà, è bene ricordarlo, fu donata dalla Francia agli Stati uniti nel 1886 nel centenario dell’Indipendenza Americana. Per circa 140 anni e fino ad oggi, ha rappresentato il simbolo di libertà, giustizia e democrazia. La bianca figura divina, alta 46 metri, che tiene in alto, con il braccio teso, la fiamma della libertà, è l’immagine stessa dell’America, l’incarnazione del sogno americano, che milioni di immigrati, provenienti da ogni angolo del mondo, hanno potuto contemplare e inseguire, sbarcando a Ellis Island».
Paolo Santoni, giornalista e autore tv, che lavora per la televisione pubblica francese, è durissimo. «I malumori della maggioranza dei francesi (e degli europei NdR) contro l’America attuale, hanno aperto un dibattito impensabile solo un anno fa. Nel marzo scorso, Raphael Glucksmann, probabile prossimo candidato all’elezioni presidenziali del 2027, scagliandosi contro le politiche migratorie e liberticide di Trump: “Diremo agli Americani che hanno scelto di schierarsi a favore dei tiranni, agli Americani che hanno licenziato i ricercatori perché reclamavano la libertà scientifica: restituiteci la Statua della Libertà! Noi ve l’abbiamo regalata ma voi la disprezzate. Starà molto meglio da noi”».
L’immagine stessa dell’America è stata rimessa in discussione da un presidente che sembra negare, a parole e nei fatti, i principi fondanti degli Stati uniti d’America. Le affermazioni di Glucksmann in realtà non sono delle semplici esternazioni di un politico in cerca di visibilità, ma i primi indizi di un programma ben più ampio, che punta sfilare il primato della ricerca all’America. «La seconda cosa che diremo è: se voi volete cacciare i vostri migliori ricercatori, tutti coloro che, per la libertà e per il loro spirito innovativo, per il loro gusto del dubbio e dell’indagine, hanno fatto del vostro paese la prima potenza mondiale, noi saremo pronti ad accoglierli».
Il polo di ricerca di Aix en Provence-Marsiglia ha lanciato in primavera un programma dal titolo «Safe Place for Science», con la missione di offrire «un ambiente sicuro e stimolante agli scienziati che desiderano seguire le loro ricerche in tutta libertà». In un comunicato del 26 giugno, la direzione dell’università ha precisato di aver ricevuto 298 candidature di ricercatori provenienti principalmente da istituti prestigiosi come Berkeley, la Nasa e Standford. Al termine di una prima selezione, 20 candidati hanno già ottenuto un contratto su tre anni, nell’ambito degli studi sulla salute, sull’astrofisica, sul clima e sulle scienze umane.
Ma l’ambizione dello stato francese va molto al di là di questa prima accoglienza dei ricercatori americani. Dal palco della Sorbona, Ursula von der Leyen, ha annunciato un finanziamento Ue per la ricerca di 100 milioni di euro da qui al 2030. «Qui in Francia» ha dichiarato con orgoglio Macron, «la ricerca è una priorità, l’innovazione una cultura, la scienza un orizzonte senza limiti. Ricercatori, ricercatrici, scegliete la Francia, scegliete l’Europa». Ma può questo programma ‘giustificare la restituzione della Statua della Libertà?’. Se lo chiedono l’autore e il manifesto.
Restituirla la Statua a chi? Alla Francia, al popolo francese, al governo francese? Costruita a Parigi dallo scultore Bartholdi e dall’ingegnere Eiffel e trasportata e rimontata a New York, la statua voleva celebrare l’indipendenza americana e l’amicizia tra le due repubbliche. Ma soprattutto «il simbolo della fraternità di due paesi che coltivano il culto comune dell’emancipazione attraverso i diritti civili e l’educazione». Richiami ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità della Rivoluzione francese oggi calpestati dalle deportazioni di massa di persone sospette di non avere i documenti legali per vivere negli Stati uniti.
«Nel momento in cui Donald Trump vuole cancellare la memoria, la scienza, la verità, sarebbe suicida dimenticare questo capitolo della storia americana», avverte lo storico Jean-Baptiste Minnaert. La minaccia di riprendersi la Statua della Libertà, anche se irrealizzabile, è un’arma dalla valenza fortemente simbolica che può portare a risultati forse più favorevoli rispetto a quelli che si ottengono con l’America di oggi.