80 anni dopo il rischio della Hiroshima planetaria finale

La bomba atomica come deterrenza, fu la giustificazione della rincorsa dell’arma assoluta durate la Guerra Fredda. Ed allora ha funzionato perché permetteva di leggere le relazioni internazionali in un rassicurante quadro schematico e semplificato di schieramenti. Ma oggi gli Stati che possiedono armi nucleari si sono moltiplicati e sono sempre più coinvolti in guerre convenzionali, con la tentazione dell’uso dell’arma definitiva 

Le molte bugie di questi 80 anni

«Più che per suo merito, il Mondo si è salvato grazie a semplice fortuna (decine sono i casi confermati in cui si è fiorata la guerra nucleare) e a una sensata gestione delle maggiori crisi da parte dei leader politici. Di certo dopo Hiroshima e Nagasaki le armi nucleari non sono più state utilizzate, ma è sbagliato trarre da un ‘non accadimento’ casuale una prova definitiva» avverte Francesco Vignarca della Rete Pace e Disarmo.

L’arma nucleare minacciosamente diffusa

Oggi gli Stati che possiedono armi nucleari sono sempre più coinvolti in guerre convenzionali: l’India e il Pakistan che si attaccano reciprocamente; la Russia che pur invadendo l’Ucraina evocando la minaccia nucleare, subisce una risposta militare sul proprio territorio. Israele che da Stato altamente militarizzato e con l’atomica ha subito attacchi terroristici non riuscendo a garantire alcuna sicurezza; le ambizioni nucleari dell’Iran, che non hanno salvaguardato Teheran dall’essere bombardata.

La ‘deterrenza’ da fine del mondo

E’ ormai dimostrato su molti fronti che la presenza di un arsenale nucleare non impedisce l’inizio o di una guerra convenzionale. L’avere ‘la bomba’ ha forse salvato qualche despota al potere e condannato altri che ne erano privi, esempio Kim Jong-un o Gheddafi, ma l’inganno è ormai scoperto. L’illusione-menzogna della deterrenza perché queste armi non hanno assolutamente nulla di ‘magico’ e la teoria della deterrenza vacilla proprio quando viene messa alla prova di fatti.

Escalation del rischio

Caduta di certi ‘tabù politici e strategici’ che si accompagna alla comparsa di nuove tecnologie (intelligenza artificiale, disinformazione e sistemi autonomi) che rendono più indeterminati i tempi di risposta nucleari. L’interpretazione del comportamento del nemico e le decisioni preventive o conseguenti sono comprese in tempistiche incalzanti, aumentando la possibilità di un’escalation nucleare non decisa consapevolmente ma derivante da errori o episodi incontrollabili.

Gli accordi sul controllo degli armamenti si stanno dissolvendo, mentre la spesa per la modernizzazione nucleare aumenta vertiginosamente, ampliando il divario tra retorica e realtà.

Deterrenza scusa dei circoli di potere

L’intensificarsi della guerra convenzionale tra gli Stati nucleari e la compressione dei meccanismi decisionali in caso di crisi -molte di quelle in corso-, il super armamento nucleare finisce solo per favorire errori di valutazione e spirali di escalation. «La deterrenza non è pace. È un azzardo. Giustifica il rischio perpetuo e incentiva la proliferazione. La logica della ‘sicurezza attraverso il terrore’ non regge».

Non stabilità ma ricatto nucleare

L’altra menzogna minacciosa sul tema, la convinzione che alcuni Paesi possano essere considerati ‘affidabili in materia di armi nucleari e altri no è folle. Il Pakistan più o meno pericoloso dell’India, o Netanyahu più o meno peggio di Trump? Un doppio standard che alimenta risentimento, corsa agli armamenti e instabilità. Finché alcuni Stati si aggrapperanno alle armi nucleari, altri cercheranno di procurarsele, insiste Vignarca. Più a lungo persiste questo sistema, più diventa inevitabile che queste armi vengano utilizzate intenzionalmente o per errore. Con conseguenze umanitarie catastrofiche per tutti noi. Non abbiamo bisogno di più deterrenza: abbiamo bisogno di più disarmo.

L’alba del giorno dopo

Il terrore sottile dell’uomo mutante in un mondo contaminato, secondo Davide Re su Avvenire. «Nel post guerra nucleare, l’incubo di vivere in un mondo contaminato che porta a una morte lenta e dolorosa». Ed ecco perché ottant’anni dopo Hiroshima e Nagasaki, l’eco della deflagrazione della bomba atomica non si è ancora spento. Anzi è di attualità. E questo non soltanto per il peso storico e morale dei due ordigni sganciati nell’agosto del 1945, ma per il terrore che le radiazioni hanno lasciato nella memoria collettiva, restituendo l’idea e l’immagine dell’uomo ‘mutante’. E politicamente ed eticamente, in questi 80 anni, qualche pesante e regressiva mutazione sembra essere avvenuta. Partendo ovviamente dai leader che governano oggi il mondo.

L’oggi della dovuta paura

«Dai campi di battaglia ucraini e il corrispondente accumulo di cadaveri alla devastazione genocida di Gaza – che offre all’occhio uno scenario post-atomico – le guerre di oggi ci riportano alla dimensione della massa e dei grandi numeri», l’ammonimento di Francesco Strazzari sul manifesto.

I nove stati dotati di atomica spendono miliardi di dollari per modernizzare e ampliare gli arsenali. Giorni fa, in risposta a una velata minaccia nucleare da parte dell’ex presidente Medvedev, Trump ha dato ordine di avvicinare due sottomarini nucleari alla Russia. Medvedev ha risposto con il seguente messaggio: «Trump non dovrebbe pensare che l’archivio video delle sue immoralità passate sia solo nelle mani del Mossad». Sottinteso interessante ma non per oggi almeno.

La corsa al riarmo che strangola il mondo

Scrive il Guardian, «siamo minacciati da leader che sono versioni ambulanti della triade nera – narcisismo, psicopatia e machiavellismo – in un mondo minacciato da crisi climatica, armi nucleari, intelligenza artificiale e robot killer».

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