Assalto all’indipendenza della banca centrale Usa

L’attacco della Casa Bianca alla ‘Fed’, la banca centrale che governa la politica monetaria e quindi la sorte del dollaro è un passaggio cruciale del progetto di concentrazione di poteri della presidenza Trump. Lo denuncia in un editoriale sul Financial Times, l’economista Andy Haldane, già della Bank of England.

‘Banca centrale’ per cosa?

A cosa serve una banca centrale? A mantenere la stabilità economica mediante la gestione della politica monetaria. Regolare la quantità di denaro in circolazione serve ad evitare le crisi finanziarie che in passato, a causa della speculazione incontrollata, seminavano il panico tra i cittadini con il conseguente assalto agli sportelli per ritirare il denaro.

Inciampi finanziari nella storia

La storia è piena di questi esempi, dalla prima bolla finanziaria della storia, la bolla dei tulipani del 1637 fino alla grande crisi del 1929. Una banca centrale serve anche regolare l’economia mediante una sorta di termostato per mantenere la giusta temperatura. Troppo caldo, inflazione. Troppo freddo, recessione. I tassi d’interesse si alzano e si abbassano in corrispondenza. Per garantire l’imparzialità delle sue decisioni, una banca centrale deve essere indipendente.

Teorie complottiste

Le teorie complottiste sulle banche centrali abbondano. Di certo la commistione dei grandi poteri finanziari suscita ragionevoli dubbi e segna labili confini, ma l’intervento diretto dei governi sulle decisioni della banca centrale è segno di un deficit democratico. L’elenco dei casi di condizionamento diretto del governo sulla banca centrale indica Cina, Russia, Argentina e per ultimo un leader populista come il turco Erdogan che ha preteso tassi bassi e ha ottenuto un’inflazione ancora più alta.

‘Tecnocrati non eletti’

Il leit-motiv è uguale per tutti: le autorità monetarie sono centri di potere tecnocratico composta da non eletti dal popolo. La campagna di Trump contro il presidente della Fed Powell suona la stessa musica e rappresenta la volontà di spingere gli Stati Uniti sul piano inclinato che va verso l’autoritarismo.

L’assalto trumpiano alla Fed

L’assalto alla Fed è in nome della salvezza del debito pubblico degli Stati Uniti.  Ed ecco che Trump ha fatto cacciare la commissaria del Bureau of Labor Statistics Erika McEntarfer dopo l’uscita di numeri deboli sui nuovi posti di lavoro in America negli ultimi tre mesi, accusandola di aver manipolato i dati «per ragioni politiche». Come se il presidente del consiglio italiano licenziasse il direttore dell’Istat.

Il debito gigantesco che minaccia l’America

Trump ha fretta perché il rifinanziamento del debito americano si accorcia. Sempre il Financial Times spiega che il problema sta diventando comune anche in altre grandi economie come Canada, Germania, Francia. Ma le dimensioni del debito americano sono incomparabili. Così il Tesoro USA sta emettendo una percentuale maggiore di titoli a breve termine (i Treasury Bills – scadenza entro 1 anno) rispetto a titoli a lungo termine (i Treasury Bond a 10, 20 o 30 anni). Perché si fa? Per evitare di bloccare alti interessi per decenni e avere maggiore flessibilità per rifinanziare più spesso, magari approfittando di futuri tassi più bassi.

Un mutuo perenne da rinegoziare ogni anno

Il rischio, però, è che se i tassi salgono il costo per rinnovarlo aumenta rapidamente. Immaginiamo di avere un mutuo che va rinegoziato ogni anno invece che ogni dieci anni: più flessibile, ma più esposto al rischio di aumenti di interesse. I tassi bassi diventano quindi vitali alla sostenibilità del debito. La strategia di Trump va in questa direzione.

Fed termostato anti inflazione

Per interpretare lo scontro in atto tra la Fed e l’amministrazione Usa bisogna tornare al ‘termostato’ della banca centrale: caldo, inflazione alta, tassi alti. Il fine ultimo di una banca centrale è proteggere i cittadini dal rischio di un aumento incontrollato dei prezzi e perciò i tassi non sono stati abbassati. Perché la banca centrale deve provare ad anticipare ciò che succederà. Nell’ultima rilevazione i prezzi sono rimasti abbastanza freddi, con aumenti sotto controllo e questo ha dato vigore all’attacco di Trump.

L’America sta bruciando le scorte pre dazi

Ma ciò che vede Powell, e con lui la maggior parte degli economisti, è che i rivenditori americani finora sono riusciti a vendere in gran parte ciò che avevano comprato prima dei dazi. Ora però le vecchie scorte stanno finendo e si vedrà l’11 settembre — quando uscirà il dato sull’inflazione di agosto — se i listini sulle nuove importazioni non saranno così sotto controllo.

Presidenza d’azzardo

Il rischio di un aumento dei prezzi è più che reale, ma il rifinanziamento del debito americano è ormai un’emergenza nazionale. Trump lo sta dicendo a modo suo e propina agli americani la sua ricetta populista. Via i tecnocrati, abbassiamo i tassi e rischiamo un po’ d’inflazione. «Facciamo il Debito grande ancora». E soprattutto facciamolo pagare agli altri.

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