Dazi racket di Trump per demolire il blocco dei BRICS

Figli e figliastri. Alcuni Paesi, come l’India o il Brasile, escono con le ossa rotte dal nuovo attacco di ‘furore daziario’ del Presidente Trump. Altri, come il Sudafrica, aspettano il loro turno. Infine, qualcuno -la Cina- è un boccone troppo grosso da ingoiare, persino per un energumeno insaziabile e rissoso come l’attuale inquilino dello Studio Ovale.

Dazi arma principalmente politica

L’assalto di Trump al mondo da un punto di vista strettamente macroeconomico non convince proprio nessuno. Manco i suoi parenti. E allora, cosa c’è dietro la crociata? Per capire cosa veramente abbia in testa Trump, bisognerebbe forse leggere i fondi delle tazzine di caffè. La strategia di pesanti restrizioni commerciali da lui adottata, attraverso l’imposizione di dazi doganali spropositati, ha (e questo dev’essere ormai chiaro), soprattutto dei risvolti squisitamente politici. Anzi, più passano i giorni e più ci si rende conto che l’approccio della Casa Bianca parte da considerazioni di tipo finanziario, per arrivare, inevitabilmente, a conclusioni che tirano in ballo le linee di politica estera degli Stati, visti come ‘competitors’. Siano essi formalmente alleati, ipotetici nemici o, più semplicemente, ‘non allineati’. In questa visione, per certi versi alternativa della crisi daziaria creata dall’America trumpiana, un attacco mortale è quello condotto dai ‘falchi’ del pensiero MAGA agli Stati-pilastro dei ‘BRICS’.

Contro l’alternativa al capitalismo del dollaro

Parliamo dell’associazione di grandi Paesi che cercano un modello di sviluppo sostanzialmente diverso da quello occidentale. Nel bene e nel male. Si tratta di realtà che non si piegano al ‘pensiero unico’ di Washington (e in molti casi anche di Bruxelles), attraverso cui vengono contrabbandate come «difesa dei principi democratici» quelle che sono invece vere e proprie operazioni di meschino neocolonialismo. E non è un caso che, Russia a parte (e per ovvi motivi) i Paesi più schiacciati dal maglio doganale di Trump, siano nell’ordine Cina, Brasile, India e Sudafrica. «La lettera di Trump del 9 luglio che annunciava i dazi del 50% – spiega il think tank Stratfor – è arrivata due giorni dopo che il Brasile ha ospitato il vertice BRICS+, dove Lula ha difeso la de-dollarizzazione del commercio globale, sebbene il comunicato dell’evento non contenesse alcuna disposizione in merito. Dopo aver vinto le elezioni presidenziali statunitensi nel novembre 2024, Trump ha minacciato di imporre dazi del 100% a tutti i paesi BRICS+ per i loro sforzi di sostituire il dollaro statunitense. Il 7 luglio, ha anche minacciato di imporre dazi del 10% sui paesi associati al blocco, citando le sue presunte politiche ‘antiamericane’. Ma mentre il vertice BRICS+ ha probabilmente agito da catalizzatore per le minacce tariffarie di Trump contro il Brasile, l’annuncio è arrivato anche in un contesto di più ampio deterioramento delle relazioni bilaterali».

Perché tanto contro il Brasile?

Vedere il gigante dell’America Latina tra i bersagli privilegiati di Trump, fa certamente riflettere. Sia per l’importanza economica del Brasile, che per il suo peso politico. E qui dobbiamo fare un richiamo alla cordialissima antipatia, per non dire qualcosa in più, esistente tra i due Presidenti. Trump odia Lula da Silva ed è invece molto amico dell’ex capo di Stato brasiliano, l’estremista Jair Bolsonaro, che giudica una ‘vittima’ della magistratura. Inoltre la Casa Bianca ha reagito furiosamente alla decisione del governo brasiliano di ‘controllare da vicino’ (chiudendoli) alcuni account sui social media, che diffonderebbero ‘fake news’. Ancora Stratfor che spiega gli avvenimenti: «Il 30 luglio, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che aggiunge dazi selettivi (non per tutte le merci) del 40% al Brasile, che entreranno in vigore il 7 agosto, in aggiunta all’attuale 10% a cui il Paese è attualmente soggetto. Ciò è in linea con le precedenti minacce di Trump di imporre dazi totali del 50% sui prodotti brasiliani. Minacce giustificate citando, tra le altre cose, una presunta persecuzione politica dell’ex Presidente brasiliano Jair Bolsonaro e diverse sentenze giudiziarie contro aziende tecnologiche statunitensi. Da quando Trump ha lanciato quella minaccia il 9 luglio, i due Paesi non hanno avviato negoziati formali sui dazi; gli incontri di più alto livello sono stati le telefonate tra il Ministro brasiliano dell’Industria e del Commercio Geraldo Alckmin e il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick. Il 28 luglio – prosegue Stratfor – una commissione multipartitica di legislatori brasiliani è arrivata a Washington per incontrare i legislatori e i rappresentanti delle imprese statunitensi e ha appreso da funzionari del governo Usa che Trump non ha autorizzato discussioni commerciali con il Brasile, secondo quanto riportato dai media brasiliani.

Le regole della democrazia brasiliana

Il 26 giugno la Corte Suprema del Brasile ha stabilito che le aziende di social media possono essere ritenute legalmente responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti, tra cui incitamento all’odio, incitamento alla violenza o ‘atti antidemocratici’. «In precedenza, aziende statunitensi come X e Rumble – conclude Stratfor – avevano ricevuto l’ordine di bloccare gli account degli utenti con sede negli Stati Uniti, erano state multate e persino interdette temporaneamente dall’operare in Brasile, per non aver rispettato le sentenze della Corte, che Trump ha criticato come una violazione della libertà di parola». Come si vede chiaramente, i rapporti tra i due Paesi sono andati peggiorando molto velocemente, lasciando spazio a un’escalation di ritorsioni dove, sullo sfondo delle quote da determinare per le tariffe doganali, si delineano altre e ben più politiche ragioni di conflitto. Nel 2026 il Brasile torna alle urne per eleggere il Presidente e già sono cominciate le grandi manovre, con Trump che non vede l’ora di farla pagare a Lula. Tuttavia, sostiene Stratfor, «nonostante le pressioni di Trump, l’esecutivo e la magistratura brasiliana non interferiranno con le cause legali in corso contro Bolsonaro. L’ex Presidente sarà quindi quasi certamente condannato al carcere, nei prossimi mesi. Ciò potrebbe innescare ulteriori misure di ritorsione da parte della Casa Bianca, tra cui sanzioni contro altri giudici della Corte Suprema brasiliana o funzionari governativi».

Giudici ‘cattivi’ se indipendenti

A questo proposito, ricorda la britannica BBC, «mercoledì, i funzionari statunitensi hanno dichiarato che sanzioneranno il giudice della Corte suprema brasiliana Alexandre de Moraes, accusandolo di aver autorizzato ‘detenzioni preventive arbitrarie’ e di aver represso la ‘libertà di espressione’. Il giudice de Moraes – prosegue la BBC – ha condotto l’indagine sulle accuse secondo cui l’ex Presidente di destra brasiliano Jair Bolsonaro e i suoi alleati avrebbero pianificato un colpo di stato dopo la sconfitta alle elezioni del 2022. Bolsonaro ha negato queste accuse e ha definito il giudice de Moraes un dittatore».

Il despota Bolsonaro e l’amico Trump

Tornando all’analisi di Stratfor, proprio in conseguenza di questa contrapposizione frontale, il think tank sottolinea che la Casa Bianca «potrebbe anche imporre dazi più elevati sui beni brasiliani o imporre multe e dazi aggiuntivi per gli scambi commerciali con la Russia, come l’Amministrazione Trump ha minacciato di fare con l’India. Così, all’interno del Brasile, anche le tensioni commerciali con gli Stati Uniti alimenteranno la polarizzazione politica in vista delle elezioni presidenziali dell’ottobre 2026. Le minacce di Trump hanno contribuito ad aumentare il calo di popolarità di Lula nelle ultime settimane, creando un effetto di mobilitazione popolare…. L’attuazione dei dazi statunitensi del 50% indebolirà anche le prospettive elettorali dei candidati moderati di destra nella corsa presidenziale, in particolare quelle del governatore di San Paolo Tarcisio de Freitas, che inizialmente aveva appoggiato i dazi di Trump… nonostante San Paolo rappresentasse un terzo delle esportazioni brasiliane verso gli Stati Uniti… Infine, Stratfor si dice convinto che «i piani della Casa Bianca per il Brasile includono potenziali divieti di visto per gli stretti alleati di Lula, risparmiando solo il Presidente brasiliano e la first lady.

Sarebbero inoltre sul tavolo, addirittura, la sospensione delle relazioni diplomatiche, la rimozione dell’ambasciatore brasiliano negli Stati Uniti e la minaccia di un divieto totale di visto per i cittadini brasiliani, come ha fatto Trump con la Colombia a gennaio». Altro che dazi doganali: questa storia è una specie di ferrovecchio diplomatico, che una volta si chiamava “politica delle cannoniere” e che oggi fa più fino definire ‘neoprotezionismo’.

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Tags: Brasile BRICS
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