
Il Giappone, lontanissimo dall’Europa e dalla sua cultura politica, che diventa improvvisamente lo specchio di una instabilità sociale prima sconosciuta. Anche sotto l’ombra del Fuji Yama avanzano le destre o, se preferite, una turba insoddisfatta di cittadini sempre più lontani dalle visioni del Palazzo. Elettori che spesso, per convenienza o per alibi di chi viene sconfitto, sono sbrigativamente liquidati con l’etichetta di ‘populisti’. Domenica scorsa, il premier Shigeru Ishiba ha perso le elezioni per il rinnovo della Camera Alta del Parlamento (o ‘Dieta nazionale’, Kokkai), indebolendosi definitivamente, dopo la sconfitta dell’anno scorso alla Camera bassa e quella, più recente, all’Assemblea metropolitana di Tokyo.
Il suo partito, il Liberal Democratico (PLP) governa in coalizione con gli alleati di New Komeito Party (NKP), formazione di ispirazione buddhista. Ma ora le elezioni per la ‘Sangiin’, come viene chiamata la Camera Alta (o dei Consiglieri), che equivale al nostro Senato, hanno spinto sull’orlo del collasso l’esecutivo moderato. Col sistema di voto ‘a rotazione’, la coalizione di Ishiba aveva bisogno di conquistare almeno 50 seggi, ma si è fermata a 47. E adesso è battaglia campale. Mentre l’opposizione di centro-sinistra (Partito Democratico Costituzionale, CDP) ha un po’ aumentato i suoi consensi, ma senza straripare, intorno alla maggioranza si è invece scatenato l’inferno. Ishiba è stato ‘accerchiato’ da due formazioni ritenute ‘minori’, il Partito Democratico per il Popolo (PDP) e il ‘Sanseito’, la vera sgradevole novità estremistica di destra.
Ecco come l’Economist li presenta: «Il Partito Democratico per il Popolo, un partito centrista guidato da Tamari Yuichiro, con un’inclinazione populista, ha più che raddoppiato i suoi seggi, passando da nove a 22. Questo lo rende il secondo più grande blocco di opposizione alla Camera Alta, dopo il CDP. Anche il Partito ‘Fai da Te’ (Sanseito), di estrema destra, con un messaggio anti-immigrazione, ha fatto un balzo in avanti, passando da due seggi a 15, sotto la guida di Kamiya Sohei. Questi nuovi partiti sembrano aver dato nuova energia agli elettori: l’affluenza alle urne è salita al 59%, il livello più alto dal 2012». C’è stata, dunque una sorta di reazione popolare di ‘rappresaglia’ per una politica vista sempre più lontana dai bisogni della gente. Secondo gli analisti, il governo di Ishiba non ha saputo dare risposte convincenti sia nel campo dell’economia che in quello dei servizi sociali. Anche in Giappone sta cominciando un certo malanimo verso i lavoratori immigrati, specie quelli arrivati in modo più consistente negli ultimi anni. Così, la propaganda dei partiti nazionalisti ha fatto il resto, puntando sull’accoppiata stagnazione+perdita del potere d’acquisto.
«Durante la campagna elettorale – spiega l’Economist – partiti di ogni tipo hanno promesso agli elettori sgravi fiscali e altri regali. Ciò ha destabilizzato gli investitori, già preoccupati per il debito pubblico giapponese (circa il 130% del PIL ). In particolare, i partiti di opposizione hanno chiesto un taglio dell’imposta sui consumi, attualmente al 10%. In risposta, il signor Ishiba, un falco fiscale, ha promesso un aiuto economico una tantum di 20 mila yen (136 dollari) per residente. A quanto pare, quella promessa era troppo esigua per conquistare molti elettori. E ha irritato molti dei sostenitori esistenti del partito, che l’hanno considerata superficiale e reattiva». Insomma, una specie di mancia, tirata fuori giusto per raccattare qualche voto in più da cittadini che dovranno però essere ‘spremuti’ ancora come il tubetto di un dentifricio.
Infatti, Ishiba, nel concedere la sua elemosina di Stato, si è dimenticato di citare l’astronomico costo dei piani di riarmo nipponici. Anche Tokyo infatti, forse inseguendo il mito dell’ammiraglio Yamamoto o, sicuramente, anche sotto la spinta dei diktat di Trump, ha deciso di blindarsi, in funzione anticinese. In tal modo il Giappone di Ishiba vuole diventare come la Germania di Merz: una potenza militare, che si riarma fino ai denti, «per evitare di essere invasa». Riferendosi a nazioni che, però, paradossalmente, sono state invece da loro attaccate (Cina e Russia) nel corso della storia. «Eppure – chiarisce l’analisi dell’Economist – è stata l’immigrazione, non l’economia, a dominare gli ultimi giorni della campagna elettorale. Poiché la popolazione nativa giapponese è in calo, il Paese sta diventando sempre più dipendente dai lavoratori migranti per coprire i posti di lavoro. Il numero di lavoratori stranieri ha raggiunto la cifra record di 2,3 milioni lo scorso anno. Questa cifra rappresenta ancora solo circa il 3% della forza lavoro (rispetto a circa il 20% in Gran Bretagna e Germania), ma è tre volte superiore a quella di dieci anni fa. «‘Sanseito’, il partito di estrema destra – sostiene la rivista britannica – ha accusato il governo di importare manodopera a basso costo per conto delle grandi imprese. Ha affermato che ciò stava tenendo bassi i salari della gente del posto e causando altri problemi».
Ma i problemi per Ishiba nascono, prima di tutto, dentro il suo stesso partito, dove peones e capi-bastone sono in rivolta, pronti a defenestrarlo, pur di salvare il salvabile. Ishina resiste e chiede, indirettamente, aiuto a Trump. Come? Trovando uno straccio di accordo sulla bomba a orologeria dei dazi doganali. Senza un’intesa aggiustata in qualche modo, Ishiba potrebbe lasciarci le penne. Per ora, gli sparano critiche da tutte le parti, ricordandogli velenosamente che fu il primo a chiedere le dimissioni di Shinzo Abe, in una situazione analoga. Ed ecco come il prestigioso Nikkei riassume il clima: «Il Primo ministro Shigeru Ishiba sta faticando a contenere i legislatori del partito, sempre più critici nei confronti della sua decisione di restare. Durante una conferenza stampa, Ishiba ha giustificato la sua decisione usando la parola ‘responsabilità’ ben dieci volte. Invece di dimettersi per assumersi la responsabilità della sconfitta, Ishiba ha sostenuto che è sua responsabilità rimanere Primo ministro per promuovere le politiche del Paese. Sottolineando che il LDP resta il primo partito in termini di numero di legislatori, Ishiba ha poi affermato che il partito ha la responsabilità di gestire questioni quali tariffe doganali, inflazione e calamità naturali». Nel frattempo, Yoshihiko Noda, leader del Partito Democratico Costituzionale, il maggiore partito di opposizione, ha annunciato che presenterà una mozione di sfiducia contro il governo e costringerà Ishiba a dimettersi.
Un ultimo cenno al ‘populismo giapponese’, quasi un epitaffio, arriva dall’Economist: «Lo slogan di Sanseito, ‘Prima il Giappone’, ha colpito nel segno. Durante una recente manifestazione di piazza a Saitama, un’area vicino a Tokyo, un portavoce del partito ha paragonato il movimento al MAGA in America e ad Alternative fur Deutschland». Allora, ci chiediamo: c’è un virus populista, che dilaga a livello planetario? O c’è una crisi di sistema, con politici di mezza tacca travestiti da statisti e la gente che si ribella alla loro inettitudine?