
Il drammatico appello («La Patria in pericolo!») fu lanciato nel luglio 1792 nel pieno della Rivoluzione francese. La Francia attaccata dalle potenze europee correva il pericolo di essere invasa, soprattutto interrompendo il processo rivoluzionario. L’appello – ricordato oggi principalmente per aver uscitato un’ondata di patriottismo tanto che quasi un francese su cinque decise volontariamente di arruolarsi – fu però anche l’inizio di una serie di tumultusi cambiamenti dell’ordinamento costituzionale francese.
Dalla prima costituzione del 1791, ancora monarchica, si passò a quella più giacobina del 1793 che prevedeva l’introduzione del suffragio universale maschile, che non entrò mai in vigore. Seguì il Terrore durante il quale i poteri furono esercitati senza controllo, soprattuto sul piano giudiziario provocando migliaia di esecuzioni capitali per tradimento o contatti con il nemico.
Nel 1795 si passò ad una terza costituzione che ridusse gli spazi di democrazia diretta, come ad esempio le riunioni elettorali nei quartieri di Parigi o la diffusione della stampa, senza per questo ottenere la stabilità, ed infine nel 1799 fu adottato un modello ancora più conservatore, preludio della presa del potere di Napoleone.
Nell’arco di un decennio la libertà di associazione, la libertà di riunione e la libertà di stampa subirono diversi cambiamenti, ma alla fine ebbe il sopravvento la concezione autoritaria, che sotto alcuni aspetti, si rivelò paradossalmente ancora meno garantista di quanto avveniva prima della Rivoluzione.
Nel corso della guerra civile americana il presidente Abramo Lincoln sospese il cosiddetto diritto di ‘habeas corpus’, il principio costituzionale che garantiva dalla detenzione arbitraria senza una sentenza pronunciata da una corte che l’autorizzava. Furono arrestati e detenuti numerosi cittadini americani sospettati di essere sostenitori o informatori della Confederazione. Solo in seguito, grazie alla sentenza di un magistrato che ne mise in dubbio la costituzionalità, il provvedimento fu mitigato da una legge del Congresso (Habeas Corpus Suspension Act, 1863) che in sostanza si limitò a richiedere solo che le accuse fossero meglio eplicitate.
Dopo la fine della guerra intervenne infine una sentenza della corte suprema (caso Milligan) che definì la costituzione «uno scudo» per proteggere tutte le classi degli uomini «in qualunque tempo e circostanza». Nel frattempo si calcola che le persone incarcerate, «colpevoli di una qualsiasi azione sleale» nei confronti dell’Unione, siano state più di trentamila.
Un altro aspetto riguarda il cosiddetto ‘dissenso’: una parte relativamente consistente del partito democratico non era affatto favorevole alla guerra risultando talvolta talmente sgradita a Lincoln da meritare il soprannome di «Copperheads», ossia ‘serpenti velenosi’. L’ex deputato democratico Clemens Vallandigham si era espresso contro la guerra esortando al ricorso al voto per far desistere Lincoln dal proseguirla: processato e condannato da un tribunale militare, dopo aver scontato la pena detentiva fu esiliato dallo stesso presidente.
Più o meno tutti i paesi belligeranti adottarono misure straordinarie dopo lo scoppio della guerra del 1914. In Francia esistevano già: il cosiddetto ‘quaderno rosso’ conteneva un elenco nominativo di tutte le persone che in caso di guerra sarebbero state arrestate per evitare manifestazioni contrarie. In Inghilterra, dove non esisteva la coscrizione obbligatoria che fu adottata in una seconda fase, si temevano invece i laburisti o i minatori del Galles, mentre in Irlanda a destare preoccupazioni non erano le contee cattoliche, ma i protestanti di Belfast.
Ma ancora una volta furono gli Stati Uniti ad adottare con grande pragmatismo provvedimenti sgradevoli. Nel 1918 fu approvato il ‘Sedition Act’ che proibiva qualunque espressione sleale, scurrile, offensiva nei confronti del governo, della Costituzione, della bandiera o delle forze armate. Nonostante la guerra finisse, analoghi provvedimenti furono emanati nel 1919 nei confronti del ‘terrore rosso’.
Nelle contestazioni che seguirono la corte suprema scrisse una delle pagine più oscure della sua storia: sulla base della legislazione di emergenza furono confermate pesanti pene anche per una profuga ebrea russa che aveva lanciato da un palazzo manifestini contro la guerra e un attivista socialista che aveva organizzato una manifestazione.
Nel dicembre 1920 i provvedimenti furono ritirati ed alcuni dei condannati rilasciati in via definitiva. A restituire loro la pienezza del godimento dei diritti civili fu solo un’amnistia di Franklin Delano Roosevelt e anche la corte suprema cancellò alcune sentenze.
«Le violazioni dei diritti civili in tempo di guerra non cessarono. Purtroppo, nonostante l’amnistia relativa a fatti della Prima Guerra mondiale, lo stesso Roosevelt dopo Pearl Harbor firmò l’ordine esecutivo 9.066 con il quale oltre centomila persone ‘pericolose’ furono internate in aree militari: sebbene non fosse espressamente scritto ‘giapponesi’ e ‘nemici’ potessero essere considerati anche gli italiani o i tedeschi, furono i nippo-americani a ricadere sotto questa disposizione. I primi cominciarono a lasciare i campi nel 1944, tre anni dopo».