Israele bombarda Damasco e nella polveriera Siria gli scontri etnici

La Siria è ridiventata una polveriera. Ieri, aerei israeliani hanno bombardato addirittura il centro di Damasco, prendendo di mira il Ministero della Difesa e (pare) anche il Palazzo presidenziale. Tutto questo prima che fosse proclamata una fragile tregua nei combattimenti, che hanno visto opporsi drusi, beduini e forze ‘regolari’ governative.

I padroni armati del Medio Oriente

«L’emittente libanese Al-Mayadeen ha riferito mercoledì che Israele ha colpito la base aerea militare di Al-Thaala, nella Siria meridionale, uccidendo e ferendo diversi membri delle forze governative. Il rapporto sostiene che Israele ha anche preso di mira diverse altre postazioni militari del regime nella regione». Lo scrive il quotidiano israeliano Haaretz.

La Siria etnico religiosa che esplode

Gli scontri etnici sul terreno, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, hanno causato almeno 300 morti. A suscitare la dura reazione dell’IDF è stato l’intervento del nuovo esercito siriano, che si è mosso essenzialmente contro la popolazione drusa di Suweyda, nel sud-ovest del Paese, a una quarantina di chilometri dal Golan. Pare, infatti, che i ‘governativi’, anziché mantenersi neutrali tra le due fazioni, si siano invece uniti ai beduini (sunniti) nel dare una caccia etnica ai drusi (sciiti-ismailiti). Una situazione che l’Occidente (e la silente Europa) hanno già visto verificarsi nel nord-ovest della Siria qualche mese fa, con lo sterminio di 1.700 alawiti, perpetrato da milizie fiancheggiate dal nuovo governo. E che si potrebbe ripetere, nell’immediato futuro, con esplosioni di violenza settaria contro altre minoranze.

France Press

Ecco come la France Press documenta la situazione: «Nella città siriana di Suweyda, a maggioranza drusa, gli abitanti hanno dichiarato di vivere nel terrore dall’arrivo delle forze governative, che hanno eseguito quelle che alcuni testimoni e un osservatore di guerra hanno definito esecuzioni sommarie. ‘Molti miei amici sono stati uccisi, tra cui un medico che stava andando in ospedale’, ha detto mercoledì telefonicamente Osama, 32 anni, aggiungendo che si trovava nel centro della città meridionale. ‘Ci sono state esecuzioni sommarie per le strade’, ha raccontato all’AFP piangendo, rifiutandosi di fornire il suo cognome. ‘Se arrivano qui, sono morto’, ha detto, aggiungendo di temere massacri simili a quelli già avvenuti sulla costa. All’inizio di marzo, centinaia di civili, per lo più appartenenti alla minoranza alawita siriana, sono stati sterminati nel cuore costiero della comunità, nell’area di Latakia, dopo attacchi alle forze di sicurezza. Il personale governativo, i gruppi armati alleati e i jihadisti stranieri sono stati accusati di aver commesso le atrocità».

Netanyahu alza il tiro

Ieri i jet di Netanyahu, in pratica, hanno clamorosamente alzato il tiro, dopo i raid dell’altro giorno e le bombe sganciare sulle forze corazzate di al-Sharaa, il nuovo uomo forte delle milizie jihadiste che hanno rovesciato il vecchio regime di Assad con l’aiuto della Turchia e il beneplacito dell’Occidente. L’attacco aereo, che ha provocato morti e feriti, ha comunque avuto un significato di deterrenza, per ‘comunicare’ al governo islamista che ci sono delle ‘linee rosse’ da non attraversare. Con la scusa di proteggere la minoranza drusa, infatti, gli israeliani vogliono ricordare ad al-Sharaa che non tollereranno la presenza di forze governative siriane o altre milizie, «a ridosso dei loro confini». Dove l’interpretazione della clausola si può ritenere senz’altro estensiva, visto che riguarda gran parte della Siria sud-occidentale, tra Damasco e il Golan.

Il sogno biblico del Grande Israele

Più in generale, nella visione di diversi analisti, dietro la spinta israeliana ad ‘allargarsi’, c’è la volontà di cercare nuove terre da annettersi e colonizzare. Una strategia diretta conseguenza della dottrina messianico-nazionalistica che anima l’attuale governo, e che punta a realizzare il sogno biblico del Grande Israele. Chiaramente si tratta di un approccio, per capirci, dove la migliore difesa è l’attacco. Come dimostra anche la legge sulla colonizzazione del Golan. Ma nel caso specifico, l’azione di Netanyahu è servita anche ad alzare il velo di ipocrisia che l’Occidente, con la mediocre e complice Europa in testa, aveva steso sul dossier siriano. Dimenticando che il fuoco cova sotto la cenere e che chi nasce tondo (al-Sharaa, con al-Qaeda) non può morire quadrato (con la democrazia e il rispetto delle minoranze). Certo, anche i drusi, separati dalle frontiere di Siria, Libano e Israele, vivono una fase di estrema incertezza, nella quale è facile perdere i propri riferimenti storici e culturali. Così, le reazioni possono essere differenti, a seconda della realtà in cui si vive.

Ancora i drusi ma non gli ultimi

«Lo sceicco Muwaffaq Tarif – dice Haaretz – leader spirituale della comunità in Israele, ha indetto una manifestazione di massa sulle alture del Golan. In una dichiarazione, Tarif ha affermato di aver fatto appello a Netanyahu e al Ministro della Difesa, Israel Katz, affinché agiscano contro il regime siriano. «Il regime deve essere costretto a ritirarsi da Suweyda. Questa è una battaglia per la sopravvivenza stessa della comunità drusa», ha detto, avvertendo Netanyahu e Katz che devono scegliere «tra una partnership con i drusi o una con l’ISIS». E mentre anche in Libano la comunità si mobilita, di tenore diverso sono le voci dei drusi che giungono dall’interno della Siria. «Tuttavia – avverte Haaretz – l’opposizione al coinvolgimento israeliano sta crescendo tra i leader drusi in Siria. I leader religiosi di Suweyda, tra cui gli sceicchi Hammoud al-Hinnawi e Youssef Jarbou, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui riaffermano la loro lealtà alla sovranità siriana. ‘Non cerchiamo protezione esterna, certamente non da Israele’, hanno affermato».

Inciampi americani e i curdi bersaglio finale

Gli americani sono sul chi vive e la preoccupazione al Dipartimento di Stato è palpabile. L’Occidente ha investito a scatola chiusa sugli eredi di Al Qaida, pur di liberarsi di Bashar al-Assad e fare uno sfregio all’Iran e (si pensava) alla Russia di Putin. Ma quanto è ‘gestibile’ al-Sharaa e, soprattutto, ha la forza e il carisma per tenere unito il Paese senza ricorrere al terrore? Perché, sullo sfondo delle ‘prove generali’ che il nuovo regime jihadista ha fatto contro sciiti, alawiti, cristiani e drusi, si agita la ‘madre’ di tutti i possibili scontri etnici: quello con i curdi. Titola nel suo report principale il think tank Al-Monitor: «La repressione dei drusi da parte di Sharaa è un avvertimento per i curdi siriani?». La risposta è senz’altro sì. I curdi rischiano di essere le prossime vittime del «patto del diavolo», che Usa ed Europa hanno siglato con l’ex tagliagole fondamentalista, oggi in doppio petto.

L’evoluzione della crisi siriana

Ecco come la specialista Amberin Zaman vede l’evoluzione della crisi siriana: «Gli eventi di Suweyda sono seguiti con attenzione dai curdi, sottoposti a crescenti pressioni internazionali – guidate dall’inviato statunitense in Siria, Tom Barrack – affinché integrino le loro forze con Damasco. ‘Non c’è dubbio che quanto accaduto a Suweyda sia un messaggio di Sharaa ai curdi’, ha dichiarato Sarkis Kassargian, commentatore armeno siriano. Come misura immediata, Damasco vuole che le Forze Democratiche Siriane a guida curda si ritirino dalle aree a est dell’Eufrate sotto il loro controllo, nella regione a maggioranza araba di Deir Ezzor. Loro si oppongono a queste richieste, sostenendo che il governo centrale debba garantire qualche forma di autonomia, anche sulle proprie forze militari, prima che un accordo definitivo possa essere firmato. Le loro aspettative superano di gran lunga quanto Sharaa è disposto a concedere, e la sua pazienza si dice stia per esaurirsi. Non sorprenderebbe quindi – conclude Al Monitor – se le tribù arabe che vivono sotto il controllo delle SDF fossero incoraggiate a ribellarsi ai curdi, fornendo alle forze governative un pretesto per intervenire a Deir Ezzor, come hanno fatto a Suweyda».

Insomma, i drusi rappresentano solo l’antipasto di ciò che i fondamentalisti, oggi sostenuti dall’Occidente, potrebbero fare ai curdi. Gli americani sono avvisati.

 

 

 

 

 

 

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