Bignami del commercio internazionale e della crisi dei dazi

Ciò che spesso si dimentica è che dietro ai miliardi di dollari di merci, ci sono delle relazioni commerciali consolidate da anni. Non quelle tra Stati, non tra i governanti, ma tra operatori economici, nello specifico clienti e fornitori, persone.

Commercio internazionale

Gente con buone relazioni commerciali che comprendono la reciproca gratificazione economica. Rapporti di interesse, ma anche di fiducia, stima, simpatia e altre qualità proprie dell’animo di ogni homo economicus. Si chiama mercato e non si cancella con un tratto di penna e una percentuale. Le aziende americane vogliono continuare a fare affari con gli europei e perciò le Borse tengono e continuano a fare guadagni perché gli operatori stanno interpretando i dazi non come un cambiamento di rotta permanente, bensì come una tattica negoziale.

Dati macroeconomici e non sparate politiche

I mercati attendono molto più i dati macroeconomici reali – come l’inflazione, i report dell’occupazione, i risultati aziendali – rispetto alla volatilità generata da dichiarazioni politiche. Si aspettano che i dati CPI, l’indice dei ‘Prezzi al Consumo’, possano influenzare i mercati più dei dazi. I dati sul lavoro della scorsa settimana sono risultati positivi, anche se viziati da calcoli che li rendono poco rappresentativi. Mentre oggi esce l’inflazione e quella sì che fa paura.

L’incubo Inflazione

Come riferisce Bloomberg «c’è un consenso diffuso tra i funzionari della Federal Reserve e gli analisti del settore privato sul fatto che l’inflazione aumenterà durante l’estate, quando le aziende inizieranno a trasferire i dazi del presidente Donald Trump ai consumatori. Mentre molte aziende hanno inizialmente scelto di proteggere i clienti facendo scorte in anticipo o addirittura assorbendo parte dei costi più elevati a scapito di margini più bassi, alcune stanno ora esaurendo le opzioni».

L’economia Usa per ora resiste

L’economia americana continua per ora a dar segni di dinamismo, malgrado le pericolose mazzate di Trump sul tavolo dei negoziati. Gli speculatori finanziari pensano a breve e gli operatori economici sanno di avere il vantaggio di un’asimmetria nel commercio internazionale. Gli Usa hanno meno bisogno di commercio estero e possiedono un mercato interno come nessun altro. Il Trade Openness Index elaborato dalla Banca mondiale, fornisce gli indici del commercio estero che derivano dalla somma delle esportazioni e le importazioni di un paese, in proporzione al proprio Prodotto interno lordo.

In Germania esportazioni e importazioni arrivano addirittura al 90% del Pil. Per Italia e Francia il commercio estero vale il 68% del Pil. Per gli Stati Uniti è il 27%. Neanche un terzo del Pil americano è legato al commercio con il resto del mondo.

I numeri dell’Unione europea

Veniamo quindi all’Unione Europea che del commercio estero, invece, ne fa un pilastro. La tradizionale posizione di sudditanza politico e militare con gli Usa l’ha esposta nel tempo al ricatto economico. In quest’ultima occasione Germania e Italia hanno spinto Ursula von der Leyen al disarmo unilaterale nei negoziati con Trump. Il 10% era già ben accetto dai governi tedeschi e italiani per limitare i danni, con l’obbiettivo di far assorbire gli aumenti agli importatori e continuare a sussidiare le industrie locali, come richiedono le associazioni di categoria. Ma ora con la sparata del 30% in molti si stanno ribellando e accusano la presidente della Commissione di ‘debolezza’.

Le armi commerciali europee

Bruxelles ha a disposizione strumenti e contromisure compreso il cosiddetto ‘bazooka commerciale’ dello «Strumento Anti-Coercizione (ACI)» con cui potrebbe reagire soprattutto contro i colossi del Web e di altri servizi digitali americani che in Europa detengono una posizione sfacciatamente monopolistica. In caso di fallimento entro il 1 agosto, non resterebbero molte alternative. Praticamente impossibile pensare a dei blocchi economici extra-europei. Anche la Cina vive di commercio estero, ma Pechino ha saputo capitalizzare la sua posizione dominante in alcuni settori come terre rare e minerali strategici. Inoltre, ha rovesciato sui mercati europei la sua sovrapproduzione, mettendo in crisi settori come l’industria automobilistica europea così come aveva già fatto in altri casi, dal tessile-abbigliamento e gli elettrodomestici e l’elettronica, fino ai pannelli solari. Difficile trovare, in questi termini, un alleato nella Cina.

Ripensare le politica commerciale europea

Occorre ripensare la politica commerciale dell’Europa, ma occorre tempo. Questo può far precipitare nella crisi il sistema regolatorio del commercio UE. Uno degli obbiettivi di Trump, ma non dell’industria americana che invece lo attende al varco di una serie di risultati economici su cui incombono minacciosi deficit e debito a stelle e strisce.

Condividi:
Altri Articoli