
Dopo l’occupazione della Cecoslovacchia la fortezza e l’intera cittadina passarono sotto il diretto controllo delle autorità naziste che per prima cosa espulsero tutta la popolazione civile. La cittadina e la fortezza si trasformarono così in due entità distinte: la prima divenne un ‘ghetto’, rafforzando la recinzione delle mura, e la seconda, già trasformata in prigione, divenne un luogo di isolamento strettamente sorvegliato dalla Gestapo. Poichè anche la posizione geografica aveva la sua importanza, ben presto furono rinchiusi a Theresienstdt ebrei provenienti dalla Boemia e Moravia, dalla Slovacchia e in misura minore da Austria e Germania.
Non bisogna dimenticare che la complessa logistica dei trasferimenti era gestita da Adolf Eichmann in persona, che dal 1941 si era insediato proprio a Praga per organizzare un ufficio denominato ‘centrale per la raccolta della popolazione ebraica’, ossia una fase precedente l’attuazione dello sterminio. L’altro aspetto era controllato dalla propaganda nazista che presentava il ghetto della cittadina come un ‘autoinsediamento temporaneo’, gestito dagli stessi deportati che avevano scelto il luogo della prigionia.
Date queste premesse Theresienstadt divenne un modello da esibire al mondo per rassicurare sulla sorte dei deportati. Lontano dai riflettori della propaganda, il trattamento effettivo fu solo in apparenza diverso dagli orrori dell’universo concentrazionario: dei circa centocinquantamila internati nel ghetto – dove comunque era attivo un forno crematorio – si calcola che trentamila vi morirono e almeno ottantamila trovarono la morte in altri lager.
A Theresienstadt furono deportati in gran numero intellettuali: docenti universitari e attori, scrittori e poeti, pittori e musicisti, anche se non mancarono perfino atleti olimpionici. La simulazione delle condizioni di normalità richiedeva infatti che le persone rinchiuse godessero di una certa pubblica notorietà e che fosse noto all’opinione pubblica che a loro invece era consentito proseguire l’attività svolta prima della deportazione. In questo farsa crudele spiccano soprattutto alcuni musicisti, come il compositore austriaco Sigfried Fall o il cecoslovacco Rudolf Karel.
La musica del resto costituiva una forma di aggregazione importante per i deportati, ma – dietro il sollievo delle note – dall’altra parte si offriva ai carnefici la giustificazione di affermare che era praticata una certa tolleranza: furono quindi eseguiti centinaia di concerti o rappresentazioni musicali, alle quali assistettero spesso anche i sorveglianti. A questi ultimi, benchè raramente, furono tuttavia anche indirizzati chiari messaggi che invocavano la vendetta divina contro i carnefici, come nel caso del «Dies irae» della ‘Messa da requiem’ di Verdi.
Tra i tanti che invece morirono vi fu anche Esther Adolphine, sorella di Sigmund Freud, Trude Herzl, figlia minore di Theodor Herzl, fondatore del sionismo, e Mathilde Jacob, collaboratrice di Rosa Luxemburg, sopravvissuta alla repressione della rivoluzione spartachista a Berlino. Le ultime tracce della civiltà mitteleuropea scomparirono insomma in silenzio, sebbene Theresienstadt per i nazisti fosse una luminosa vetrina.
Nell’agosto 1944, dopo la visita della delegazione della Croce Rossa internazionale – nel corso della quale i deportati non avevano però potuto rivolgere la parola privatamente agli ispettori – maturò la decisione da parte nazista di realizzare anche un documentario di propaganda su Theresienstadt che fu girato senza indugio già in settembre. La regia fu affidata a un gruppo di internati presenti nel campo che prima della deportazione lavoravano come attori, registi o cantanti.
Lo scopo era quello di rappresentare il campo come un luogo all’interno del quale si svolgevano attività ‘normali’: dopo il lavoro era concesso a tutti di avere un meritato momento di ricreazione o di seguire i propri hobbies. Vi comparivano anche un campo di calcio e una moderna attrezzatura per la sauna frequentata da donne e ragazze che nel commento fu descritta «a disposizione di tutti».
Tra le scene riprese vi furono anche alcune parti dell’opera per bambini «Brundibár» composta dal musicista ebreo ceco Hans Krása interpretata da deportati musicisti che – come si detto – appartenevano al mondo artistico e intellettuale. Quando il film fu infine proiettato ufficialmente a Praga nella primavera del 1945 il campo era già stato svuotato e i deportati trasferiti in campi di sterminio. Il regista e i suoi aiutanti, il musicista Krása e tanti altri attori, inconsapevoli del doloroso inganno, erano già morti nelle camere a gas di Auschwitz o Treblinka.