Trump ‘fuori tutto’ spara il 30% di dazi all’Europa dall’1 agosto

Il culmine dell’arroganza -avvisi di guerra-, con la sparata del 30% di dazi Usa ai prodotti Ue. ‘E peggio se reagite’. E questo sarebbe un alleato? Politica da suk sui prezzi per ottenere agevolazioni tariffarie e sconti sulle severe regole commerciali e sanitarie Ue. L’America mai così in basso. Europa alla prova di credibilità e gli amici personali del duce Usa a quella della vergogna.

Forse è guerra, forse è pagliacciata

«È un grande onore per me spedirle la lettera che dimostra la forza e l’impegno verso le nostre relazioni commerciali e il fatto che gli Stati Uniti hanno accettato di continuare a lavorare con l’Unione Europea nonostante abbiamo uno dei più vasti deficit commerciali con voi».

Inizia così la lettera di Trump alla Ue dove si annunciano dazi al 30% dal 1agosto. Il tono derisorio e provocatorio potrebbe lasciar dubbi all’autenticità del messaggio, ma con Trump pare si stiano abituando un po’ tutti, in particolar modo i 27 paesi membri dell’Unione Europea. La conclusione della lettera indirizzata a Ursula Von der Leyen è degna del miglior piazzista «Quindi vi invitiamo a partecipare alla straordinaria economia degli Usa, il mercato numero uno del mondo».

Ricapitoliamo tra le altalene Trump

L’arma dei dazi punta due obbiettivi: il primo è di far pagare l’enorme debito Usa ai suoi “partner” commerciali. Il dollaro debole agisce inoltre come dazio occulto. Il secondo obbiettivo è aumentare lo scontro per indurre le controparti a cambiare le regole e quindi mantenere la supremazia sui mercati. La strategia di Trump passa nel ventre molle dell’economia globale, l’Unione Europea partner non solo commerciale, ma anche storico alleato. Sul fronte della difesa Nato, Trump ha puntellato il settore dell’industria militare sparando un 5% , cifra che non lo spende neanche l’America, e tutti sono cascati nel tranello. Ora è il momento delle regole di mercato che sono di ostacolo o di barriera a merci e servizi americani. L’attacco, orchestrato con la sponda dei suoi sodali dei partiti conservatori europei, è ora diretto alle normative del Green Deal con il settore automotive, alle regole dell’antitrust di Bruxelles per i vari Microsoft, Apple e Amazon, e alle tante norme che distanziano l’Europa dal mercato americano, che siano gli ogm o il glisolfato nei prodotti agricoli. A conferma di ciò, nella sua lettera, Trump ha aperto la strada a ulteriori modifiche ai dazi minacciati se l’Ue aprisse «i suoi mercati commerciali finora chiusi agli Stati Uniti ed eliminasse le vostre politiche tariffarie e non tariffarie e le barriere commerciali… Questi dazi potrebbero essere modificati, al rialzo o al ribasso, a seconda del nostro rapporto con il vostro Paese».

‘Contromisure’ grida Von Leyen. Vero?

«Sconvolgente, occorrono contromisure» è stata la prima reazione della Von der Leyen. Quali? Per esempio quelle che chiede il rappresentante degli industriali italiani in sintonia con il governo: “compensazioni”. Che significa sostenere il reparto dell’export (circa il 10% del totale del Made in Italy) tramite sussidi o sgravi fiscali che permettano di riassorbire l’aumento dei dazi. In poche parole, far pagare ai contribuenti italiani i dazi di Trump. In Germania, il primo esportatore in Usa, pare che almeno si voglia salvare la faccia e il rappresentante della Federazione tedesca del commercio all’ingrosso, del commercio estero e dei servizi (BGA), ha dichiarato che un accordo non deve essere concluso a qualsiasi costo.

Attacco finale dopo il 5% di armi Nato

L’attacco di Trump è globale, ma tutto lascia intendere che l’Ue sia la vittima preferita perché nessun altro soggetto commerciale mondiale è arrivato in modo così remissivo e accomodante alla trattativa. Il 5% della Nato è stato un antipasto del piatto che stava preparando l’amministrazione americana, apparentemente scollegato dalla questione dazi, ma parte integrante di una politica economica che ha l’obbiettivo di ridefinire anche le posizioni politiche all’interno dei partner commerciali.

America e dollaro, paura di Trump

Seguendo una logica economica, è indubbio che imporre dazi del 30% sulle esportazioni comprometterebbe le essenziali catene di approvvigionamento transatlantiche, a scapito di imprese e consumatori e pazienti su entrambe le sponde dell’Atlantico. Sempre tenendo i piedi per terra, la realtà di queste minacce del Presidente Usa porta a ciò che titola a caldo il Financial Times «Trump potrebbe innescare uno shock di mercato, avvertono gli investitori». Lo sanno bene anche a Washington.

Martedì usciranno i dati sull’inflazione Usa e il dollaro continua a perdere terreno. Poi c’è Musk che ha messo il dito nella piaga del deficit Usa ed è pronto a togliere voti al suo vecchio amico. Poi c’è Taco Trump che nelle prossime settimane potrebbe rimangiarsi la lettera di oggi. Infine ci sono le partnership globali, saldamente ancorate ai principi del commercio internazionale basato su regole. Tanto ci sarebbe per difendere l’indipendenza dell’Unione Europea, ma il tempo stringe e il condizionale è d’obbligo.

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