‘Taco-Trump’ (torna sempre indietro). Ricatto dazi a scadenza, ma rischia lui

Mercoledì 9 luglio scade il termine fissato dal presidente per stringere accordi con le decine di paesi a cui aveva promesso grossi dazi: introdotti, sospesi e rimandati infine per 90 giorni. Di 90 accordi promessi, solo uno, e ora i 90 giorni scadono e arriva la minaccia mafiosa delle ‘lettere’ dei dazi d’imperio. ‘Taco Trump’ a rischio

Ancora e sempre ‘Taco Trump’?

Il ministro delle finanze Usa Scott Bessent sino all’ultimo mercato: «diversi importanti accordi saranno annunciati nei prossimi due giorni». Un tono conciliante che fa il paio con le dichiarazioni diffuse a Bruxelles dalla Commissione, impregnate di cauto ottimismo. Ma non vuol dire nulla. Il terreno, si sa, è sempre più friabile a pochi passi dalla meta, specie se al di là del traguardo c’è Donald Trump.

18 nemici commerciali chiave

«Siamo concentrati su 18 paesi che rappresentato il 95% del nostro deficit commerciale», ha sottolineato Bessent nel corso di un’intervista alla Cnn, notando che la strategia applicata nelle trattative è quella della «massima pressione». E l’Ue lo sa bene. Per ora solo il Regno Unito e il Vietnam hanno stretto un accordo con gli Usa sui dazi. La Gran Bretagna ha strappato il 10%. Che poi è quello a cui punta Bruxelles. Il Vietnam invece il 20%. Ovvero molto meno del 46% annunciato lo scorso aprile nel Liberation Day.

La minacciosa imprevedibilità di Trump

La prevedibilità che tanto piace ai mercati e che è stata invocata recentemente da diversi leader europei – uno su tutto il cancelliere tedesco Merz – secondo i quali l’incertezza rischia di essere persino peggiore dei dazi. Trump lo sa è infatti usa una tecnica mista, bastone e carota. Le 12 lettere ad altrettanti Paesi con dentro la cifra da pagare – secondo il Tycoon saranno sulla falsa riga del «congratulazioni, pagherai il 25%», in pieno stile ‘Apprentice’ («The Apprentice – Alle origini di Trump», un film che narra l’ascesa di Donald Trump come magnate immobiliare a New York negli anni ’70), dovrebbero partire domani e, se non ci sarà accordo, i dazi torneranno al livello del 2 aprile e scatteranno dal 1° agosto.

Dopo la Cina l’Unione Europea

Insieme alla Cina, con cui Trump dice di avere trovato un accordo, è l’Unione Europea il pezzo più importante di questa partita: quella tra Stati Uniti e paesi europei è la relazione commerciale più importante al mondo, cioè non esiste un gruppo di paesi che si scambi un valore così alto di beni e servizi. I dazi sarebbero un disastro sia per l’Unione Europea (e per l’Italia), le cui merci vendute agli Stati Uniti sarebbero penalizzate dal sovrapprezzo, sia per gli Stati Uniti, i cui consumatori e le cui aziende sarebbero costretti a pagare molto di più per i prodotti europei.

Per i paesi europei, tra cui l’Italia, significherebbero una tassa aggiuntiva del 20 per cento che dovrebbe pagare chiunque voglia importare i prodotti italiani negli Stati Uniti, in aggiunta al 10 per cento già imposto dall’amministrazione Trump sui prodotti di ogni paese al mondo.

Trattative in corso da settimane

I rappresentanti, tecnici e collaboratori di Unione Europea e Stati Uniti parlano da settimane, e venerdì i negoziatori statunitensi hanno proposto una bozza di accordo che da allora sta venendo esaminata dai diplomatici europei. Ma il lavoro dei tecnici è stato messo alla prova dalle decisioni e dichiarazioni estemporanee di Trump, che per esempio un venerdì di fine maggio disse di punto in bianco che il lunedì successivo sarebbero entrati in vigore dazi del 50 per cento contro i paesi europei (neanche del 30 per cento, come in origine) perché a suo dire i negoziati non stavano portando a niente.

L’immobiliarista in campo

È il classico modo di Trump di portare avanti questo tipo di relazioni: minacciare conseguenze terribili per provare a ottenere qualcosa e poi rimangiarsi le minacce (se non ottiene niente, come accaduto con la Cina, rimangiarsi le minacce comunque). La settimana scorsa, per esempio, ha interrotto bruscamente i negoziati con il Canada perché pretendeva l’abolizione di una tassa sui servizi digitali che doveva essere pagata a breve (abolizione che poi ha ottenuto).

Le richieste Usa all’Ue

I negoziatori statunitensi hanno presentato una serie di richieste all’Unione Europea, che secondo Trump è nata proprio per ‘fregare’ gli Stati Uniti: chiedono di ridurre la tassazione e le stringenti regolamentazioni a cui devono conformarsi le multinazionali tecnologiche statunitensi; chiedono per i loro prodotti l’abolizione dell’IVA, l’imposta sul valore aggiunto che negli Stati Uniti non c’è (ma ce n’è una molto simile); chiedono che i paesi europei acquistino più auto statunitensi. Che si riduca lo squilibrio commerciale tra le due aree: la differenza tra quanto si esporta e quanto si importa.

Valutazione economica assurda

Gli Stati Uniti comprano dall’estero più di quanto vendono. Secondo Trump il deficit commerciale è una ragione di debolezza, perché dal paese escono più soldi di quanti ne entrino: ma è una sciocchezza. Gli Stati Uniti comprano di più perché hanno la più ricca economia del pianeta, perché lo trovano conveniente e perché possono e vogliono farlo, senza che nessuno li costringa. Ma il peso di questa relazione permette a Trump di fare richieste e tentare di spuntare condizioni commerciali migliori, e usare questo negoziato per ottenere anche risultati non commerciali.

Leggi e regole europee

L’Unione Europea non è disponibile a cambiare il suo sistema fiscale o le leggi sui servizi digitali. Ha offerto di comprare più merci statunitensi, non solo auto ma anche energia: d’altra parte dall’inizio della guerra in Russia gli Stati Uniti sono diventati un fornitore essenziale di gas per i paesi europei. In cambio ha chiesto la cancellazione dei dazi ‘reciproci’ e l’esenzione dagli altri già in vigore su auto, acciaio e alluminio. Con l’eventuale ritorsione di dazi su una serie di prodotti statunitensi venduti nei paesi europei. Dai jeans e alle Harley-Davidson come strumento negoziale più che altro simbolico.

I servizi le ‘merci’ reali Usa da poter colpire

L’Unione potrebbe infatti imporre tasse aggiuntive sui servizi – soprattutto digitali e tecnologici – che gli Stati Uniti ci forniscono e su cui sono invece in condizione di enorme surplus: ne vendono all’Europa ben più di quanti ne acquistino, il contrario di quello che avviene con le merci. Tra i servizi rientrano quelli forniti da tutte le aziende digitali e anche quelli finanziari, che solo nel 2023 pesavano per 100 miliardi di euro. Ma su questo le cose sono andate diversamente, e sono state addirittura fatte grosse concessioni.

Italia, Francia e Germania concedono

Sabato sera i paesi del G7, tra cui Italia, Francia e Germania che fanno parte dell’Unione Europea, si sono accordati per escludere le multinazionali statunitensi dal pagamento della ‘global minimum tax’, una tassa in vigore dallo scorso anno in decine di paesi del mondo che impone che le aziende paghino almeno il 15 per cento di tasse sui loro profitti: l’accordo era stato trovato avendo in testa innanzitutto le grandi aziende tecnologiche statunitensi come Google, Amazon e Meta.

In cambio a questa solida concessione, ci si aspetta un accordo molto superficiale – vago tanto quanto quello con il Regno Unito – che cancelli il dazio aggiuntivo del 20 per cento ma lasci quello del 10 per cento, in attesa di negoziare eventualmente nuove esenzioni su auto, acciaio e alluminio: una soluzione che entrambe le parti potrebbero presentare come una vittoria.

 

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