Sedie di plastica metafora della cultura

Popolo calpestato e offeso dall’ignoranza del potere, avanti! Con l’estate, i cappellini di paglia e il drink fluorescente arancione nel bicchierone, arriva la stagione dei festival. Una sanremata dell’editoria, o di ciò che resta, che mette in campo una ripetizione pressoché uguale di iniziative, salotti, incontri con tanto di scrittori e giornalisti, politici ed ex politici, personaggi mediatici, nomi noti nel mondo pessimo della cronaca nera da piccolo schermo, fatta di chiacchiere e sciocchezze, di analisi ad capocchiam e arroganza televisiva, quella delle frasette a effetto ululate a tempo.

Anticipando il barbiere pronto a eccepire col rasoio a mezz’aria: no, non è un problema degli ultimi anni. Questa sanremizzazione dell’insignificanza affonda le radici in decenni di amichettismo e salottini dell’inciuciata felice. Ma adesso i brutaloni non si accontentano più del quieto tran tran di potere che ci uccideva lentamente, vogliono spezzare le reni della cultura con la Q maiuscola.

Che fare, quindi? Beh, attivismo anche nella scelta di dove andare, di che fare, di come comprare i libri, di dove comprarli. Attivismo senza se e senza ma. Perché se oggi si chiude un occhio di fronte alle cose scintillanti e ingiuste o al festivalaccio di personaggi televisivi che si intervistano a vicenda (avete notato che va di moda la follia del giornalista che intervista giornalisti?), domani che diritto si ha di dire che la cultura è finita nella pattumiera e che non c’è più niente che renda fertile il terreno di coltura delle comunità?

Finale con visione positiva del piccolo mondo che resiste. Qua e là, tra le montagne disboscate, le spiagge lontane, i paesini spopolati, fioriscono poesie. La bellezza di chi resiste si fa strada. Ci si siede insieme per farci compagnia, per non restare attoniti di fronte all’assurdo. Ed è bellissimo.

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